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IL PROCESSO

‘Ndrangheta stragista, la difesa di Filippone: «Non può morire in carcere con lo stigma dello stragista»

Davanti alla Corte d’Assise d’Appello reggina gli avvocati Contestabile e Staiano: «Gli innocenti non possono pagare colpe che non hanno»

Pubblicato il: 01/03/2023 – 16:54
‘Ndrangheta stragista, la difesa di Filippone: «Non può morire in carcere con lo stigma dello stragista»

REGGIO CALABRIA «L’ambizione del procuratore Lombardo è come il Ponte sullo Stretto, un’opera bellissima ma non c’è». Così gli avvocati Guido Contestabile e Salvatore Staiano, difensori di Rocco Santo Filippone, davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria presieduta da Bruno Muscolo. Per l’esponente della cosca Piromalli di Gioia Tauro e il boss palermitano Giuseppe Graviano la Procura di Reggio Calabria ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo, dopo la condanna in primo grado per l’uccisione dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, trucidati il 18 gennaio 1994 in un agguato avvenuto sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria nei pressi dello svincolo di Scilla. «Questo è il tempo del coraggio e della verità», hanno detto in aula i legali di Filippone, replicando alla lunga requisitoria durata tre giorni del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che ha definito Graviano e Filippone «colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio».

Contestabile e Staiano: «Gli innocenti non possono pagare colpe che non hanno»

Al centro delle indagini i legami i rapporti tra ‘ndrangheta, Cosa nostra ed esponenti politici, inquadrando la strategia stragista messa in atto in un preciso contesto politico. «Gli innocenti – hanno affermato i legali di Filippone – non possono pagare colpe che non hanno. Non è con il loro inutile sacrificio che si rende onore alle vittime di un’azione vile e scellerata: tanto quelli morti innocenti, quanto Rocco Filippone che a 83 anni e in gravi condizioni di salute, non può morire in carcere con lo stigma dello stragista, perché non lo è mai stato, non ha mai preso parte, né ha avallato accordi con Cosa nostra per adeguare la strategia stragista in Calabria». «Il processo si sorregge su tre fonti», hanno detto in aula i difensori di Filippone: «il collaboratore di giustizia Consolato Villani che dice di non sapere chi ha armato la sua mano, il pentito Antonino Logiudice che dice di avere certezze sul mandato di Rocco Filippone proprio per averle apprese da quell’incerto Villani, e da Giuseppe Calabrò che smentisce un coinvolgimento dello zio nei tragici fatti che lo hanno visto protagonista». Contestabile a Staiano hanno parlato di «una prova malformata, gracile, imperfetta e discordante che solo con un audace sforzo di fantasia creativa è stata ritenuta unitaria dalla sentenza di primo grado». Con riferimento al duplice omicidio, poi, è da parte della difesa di Filippone è stato sottolineato che «non si tratta di vittime qualsiasi, ma carabinieri morti o feriti nell’adempimento del dovere. Ma la verità – hanno concluso – non ha simpatie o antipatie. Non corre dietro l’opinione pubblica o i media. Non deve essere compiaciuta o blandita». Domani sarà la volta della difesa del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, con l’avvocato Giuseppe Aloisio. Il ritiro della Corte in camera di consiglio è previsto per l’11 marzo prossimo. (m. r.)

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