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La marcia per le vittime di ‘ndrangheta in una Lamezia indifferente (e quasi infastidita)

Iniziativa per ricordare i morti ammazzati, negli anni, dalla criminalità organizzata che ha lasciato indifferente la “società civile”

Pubblicato il: 25/05/2023 – 12:09
di Giorgio Curcio
La marcia per le vittime di ‘ndrangheta in una Lamezia indifferente (e quasi infastidita)

LAMEZIA TERME Il momento peggiore è stato quando davanti alla targa che ricorda Francesco Ferlaino, ucciso il 3 luglio del 1975, in pieno giorno, in pieno centro, poco dopo le 13, su Corso Nicotera, i clacson di auto impazienti hanno iniziato a suonare. Un invito a sgomberare la via, proprio mentre i familiari ricordavano il peggiore momento della loro vita, e un gruppo di giovani celebrava la memoria dell’avvocato generale della Corte d’Appello di Catanzaro.

La marcia

Un’istantanea significativa che arriva direttamente da Lamezia Terme e che fa da cornice alla marcia in memoria delle vittime di ‘ndrangheta, guidata dai volontari di “Trame” e “Ala”, insieme ai giovani scout dell’Agesci zona Reventino, patrocinata dal Comune di Lamezia Terme. Sono stati loro i veri protagonisti dell’evento, gli unici insieme ai familiari delle vittime e alcuni esponenti del mondo politico locale e delle associazioni del territorio. Assente ingiustificata la società civile. Eppure, il tributo di sangue pagato in termini di morti innocenti, a Lamezia Terme, è altissimo. Ieri sono stati ricordati con una marcia che, almeno nelle intenzioni, avrebbe potuto scrivere una delle pagine più belle di questa città. Oltre a Ferlaino, infatti, nella stessa giornata sono stati ricordati i due netturbini uccisi proprio all’alba del 24 maggio del 1991, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, poi la guardia giurata Antonio Raffaele Talarico, assassinato il 2 settembre 1988, nella sua casa natale di Vico Poerio II, sempre nel centro storico di Sambiase. Poi l’avvocato Francesco Pagliuso, ucciso il 9 agosto del 2016, i coniugi Aversa-Precenzano nella via a loro intitolata, e Gennaro Ventura, fotografo e carabiniere in congedo assassinato il 16 dicembre 1996, celebrato nell’area mercatale di Nicastro.

L’indifferenza e il fastidio

Numeri alla mano, per la gran parte dei cittadini lametini ricordarli con un tour, toccando quelli che sono totem, targhe o semplicemente luoghi di memoria non era affatto necessario. «Se non cammino sto seduto: fa lo stesso», è una delle frasi più significative de “Gli indifferenti” di Moravia e che meglio si addicono a quanto visto ieri sera. Perché niente è più importante del sacrosanto aperitivo dopo una lunga giornata di lavoro (per chi ha lavorato) o per chi, semplicemente, vuole concedersi un drink. E così, mentre il corteo sfilava, quelli cioè della “società civile” hanno preferito restare in disparte. Certo non per cortesia rispetto ai familiari che ancora piangono i propri cari trucidati in una folle guerra di ‘ndrangheta, ma proprio perché in questi casi farsi trasparenti è meno impegnativo, forse più conveniente. I loro volti camuffati dalle tende, dietro ai finestroni dei balconi, e i loro sorrisi di scherno dietro alle saracinesche alla lettura degli striscioni, hanno creato un certo imbarazzo a chi li guardava da lontano, provando un po’ di vergogna per loro.

Nessuna giustificazione

C’è chi suggerisce spiegazioni, giustificazioni. Forse l’evento non è stato pubblicizzato bene, forse sui social il solito tam tam non ha funzionato, forse gli articoli di giornale non sono stati sufficientemente chiari. Tutto legittimo, ma poco credibile. Quotidianamente si parla del «grande potere dei social media» e la capacità di essere «capillare», soprattutto quando i cittadini sentono l’esigenza di informarsi. Perché leggere va bene, partecipare è roba da lasciare ad altri, ma non dimostrare neanche un po’ di solidarietà ed empatia lascia molto perplessi. E allora ci si interroga. Perché spesso chi lotta contro la ‘ndrangheta ricorda l’importanza dell’informazione e della cultura, affidando al contempo le proprie speranze ai giovani, a quelle generazioni future che hanno la possibilità di cambiare il corso della storia e sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata. Ma non è ancora tempo di trincerarsi dietro questa speranza. Lasciare lo scettro agli adolescenti di oggi è una scelta di comodo, utile ad autoassolversi dai peccati e trovare alibi per non muovere un dito, un passo. E allora, parafrasando un po’ la storica espressione di Nanni Moretti, in questo caso l’assenza della società civile si è notata, eccome. (g.curcio@corrierecal.it)   

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