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il caso

«Voglio il corpo di mio figlio». La verità (e la giustizia) che merita Anna Dattoli, mamma di Gabriele De Tursi – VIDEO

Manifestazione a Strongoli, don Ciotti: «Qui per smuovere le coscienze di tutti». Vincenzo Chindamo: «Ridare dignità a questo territorio»

Pubblicato il: 06/06/2023 – 13:22
di Giorgio Curcio
«Voglio il corpo di mio figlio». La verità (e la giustizia) che merita Anna Dattoli, mamma di Gabriele De Tursi – VIDEO

STRONGOLI «Sono dieci che diciamo “chi sa parli”. Purtroppo, c’è chi sa, ma non parla. Però noi non ci fermiamo, noi andiamo avanti. In questi dieci anni sono stata abbandonata da tutti ma non dalle persone per bene. Finché ce la facciamo, andiamo avanti. Perché non si può stare in silenzio così». L’appello disperato è quello di Anna Dattoli, una mamma che da dieci anni chiede verità e giustizia per il proprio figlio, Gabriele De Tursi. Del 19enne, uscito di casa nel pomeriggio in sella alla sua moto il 5 giugno del 2013, non si hanno più avuto notizie, nessuna traccia. E, soprattutto, nessuno che abbia visto niente.  Per gli inquirenti nessun dubbio che si tratti di un caso di “lupara bianca”.

Il caso

La donna negli anni ha rivolto alla comunità e, più in particolare all’ex fidanza di Gabriele, l’invito a dire la verità sulla misteriosa e sempre più inquietante scomparsa del ragazzo. Poi il ritrovamento della motocicletta del 19enne, un inquietante messaggio di “Lupara bianca”. Un invito a desistere dalla ricerche. Il mezzo, una Honda Hornet 600 di colore blu elettrico, è stato rintracciato un anno dopo dai carabinieri mentre si trovava abbandonata (ma in perfette condizioni) fra le erbacce lungo la statale che da Strongoli arriva a Strongoli Marina. A segnalarla fu anche una lettera anonima recapitata al parroco della zona.

«Voglio il corpo di mio figlio»

Attorno alla scomparsa di Gabriele un muro invisibile ma palpabile fatto di omertà e silenzi. Un muro che non crolla da dieci anni, neanche sotto i colpi degli inquirenti che stanno indagando e delle associazioni come Libera, ma soprattutto non cede sotto le pressioni della mamma di Gabriele che continua a chiedere a gran voce che venga fatta luce sul caso, che le vengano date quelle risposte che merita. «Per avere giustizia, voglio il corpo di Gabriele». Lo ha ribadito anche ieri, a Strongoli, nel corso della manifestazione “Chi sa parli” che ha visto la presenza anche del fondatore di Libera, don Luigi Ciotti.

«La verità è a passeggio per la città di Strongoli»

Anche lui ha rivolto il suo appello alla comunità, alla gente di Strongoli, a chi ha visto e non ha parla. Per mancanza di coraggio, per paura. «Eppure – ha detto don Ciotti ai giornalisti – la verità è a passeggio per le vie della città. C’è chi sa, c’è che ha visto, c’è chi tace. Allora siamo qui anche per dire di avere il coraggio. Chi sa deve parlare perché esiste un diritto alla verità, e se penso alle vittime della violenza criminale e mafiosa, in Italia l’80% non conosce la verità. Questo diritto è importante». «Quindi stima, affetto, riconoscenza al lavoro di magistrati e le forze di polizia – ha sottolineato il fondatore di Libera – ma bisogna che anche i cittadini, le persone, soprattutto quelli che hanno commesso il fatto, trovino la forza». «C’è una mamma che continua a chiedere di potere almeno pregare sulla tomba del proprio figlio, e mi sembra importante, fondamentale. Allora ci auguriamo che ci sia una rivolta delle coscienze e che chi sa parli».

Don Luigi Ciotti

Il diritto alla verità

Perché, come ha ricordato don Ciotti «il diritto alla verità è un diritto importante e fondamentale. C’è chi la manipola, chi la manovra, la nasconde, noi siamo qui per smuovere un po’ le coscienze di tutti perché abbiamo troppi cittadini a intermittenza secondo i momenti e delle emozioni. Abbiamo bisogno di essere più cittadini attenti e responsabili e anche per dirci che il cambiamento che noi sogniamo e desideriamo ha veramente bisogno di ciascuno di noi. Dobbiamo sentirci, anche se piccoli e fragili, parte di questo cambiamento».  «È una battaglia culturale, educativa, sociale. La lotta è fatta dando dignità, lavoro, speranza, cultura, scuola, percorsi concreti, opportunità alle persone. Questa è una terra meravigliosa ma è una terra anche ferita. È una terra che ha della gente che continua a impegnarsi per il cambiamento, ma c’è anche chi soffoca tutto questo».  «Si allarga il numero delle persone che contribuiscono in questa ricerca e soprattutto noi non vogliamo lasciare sole le persone che hanno queste ferite profonde e che non si cancelleranno mai». «O noi li sentiamo anche un po’ nostre, altrimenti sarà solo una delle tante cerimonie che si fanno, invece dobbiamo sentire, metterci nei panni degli altri, saperli vivere concretamente».

«I giovani hanno bisogno di punti di riferimento credibili»

Un messaggio, poi, rivolto anche a quei giovani contro i quali, troppo spesso, si punta il dito a sproposito. «I giovani sono meravigliosi quando trovano di punti di riferimento veri, coerenti, credibili. I giovani ci sono – ha ricordato don Ciotti – non è vero che non ci sono. I giovani hanno bisogno non solo di essere celebrati, perché a parole tutti parlano di giovani, ma hanno bisogno di essere ascoltati, intercettati e soprattutto dobbiamo offrire loro degli strumenti perché possano vivere la loro dimensione cominciando dalla cultura, dalla scuola, ma tutte le altre opportunità che devono essere offerte e il lavoro, e soprattutto bisogna fare in modo che non debbano andare lontano, perché hanno voglia di tornare alla loro terra se ci sono le condizioni. E allora mi piacerebbe che la politica di questo Paese investisse molto sui giovani per fare in modo che chi ha studiato, chi è andato in giro per il mondo, possa ritornare e portare il contributo, non con dei progettini, ma con una visione più ampia perché porterebbero un patrimonio di forza, di passione, di intuizione e professionalità. Sono in giro per il mondo, stanno facendo il bene in tanti Paesi e potrebbero tornare a portare il loro contributo se si creano le condizioni. I giovani ci sono, dobbiamo ascoltarli, intercettarli, conoscerli e sostenerli». 

Vincenzo Chindamo

«Ridare dignità a questo territorio»

Altra testimonianza importante, poi, quella di Vincenzo Chindamo. Perché la verità e la giustizia invocata da Anna Dattoli sono le stesse del fratello di Maria, scomparsa dalle campagne di Limbadi ormai 7 anni fa. Senza alcuna traccia, senza alcuna risposta se non qualche dichiarazione sommaria di pentiti di ‘ndrangheta. «Sono qui – ha detto – per testimoniare la necessità del risveglio di una popolazione che, dalle nostre parti, viene messa a tacere da una criminalità organizzata che distrugge il futuro di queste terre. Questo è un giorno di rinascita di un intero territorio. La memoria è un qualcosa che deve assolutamente svegliare le coscienze. Perché chi sa parli, che non è una frase che deve passare inosservata, è una frase che deve fare eco, deve trasmettersi di persona in persona, rappresenta parlare, raccontare, svegliarsi, ricolorare e ripopolare un territorio è segno della dignità, della dignità più profonda di una terra. Oggi sono qui a unirmi agli strongolesi, insieme ad Anna e insieme ad Elsa e insieme a tutti i presenti, per dire che questo è un territorio che vuole e che deve ritrovare la sua dignità». (g.curcio@corrierecal.it)

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