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«Adesso troviamo un posto nella montagna». L’aiuto del boss di Mammola al latitante

Rodolfo Scali avrebbe risposto alla richiesta di coprire la fuga del membro di un altro clan. «In paese non si può, è pieno di telecamere»

Pubblicato il: 25/07/2023 – 20:52
«Adesso troviamo un posto nella montagna». L’aiuto del boss di Mammola al latitante

REGGIO CALABRIA «Un paio di giorni per vedere, perché nel paese non si può… siamo arrivati al punto che non è… ehhh, aspetta un minuto, adesso vedo di trovare un posto nella montagna». La voce captata dagli agenti della polizia di Reggio Calabria è quella di Rodolfo Scali, presunto boss di Mammola. Al telefono con lui c’è un uomo non identificato. Prima gli porta i saluti di tale “Peppe”, poi chiede la sua collaborazione «per trovare una sistemazione logistica a un latitante». Accade il 20 ottobre 2017 ed è per i magistrati della Dda di Reggio Calabria che hanno coordinato l’inchiesta “Malea” una prova dell’«autorevolezza» e del «ruolo verticistico» di Scali in seno al “locale” di ‘Ndrangheta di Mammola. In questo passaggio si coglie «una sorta di cooperazione tra diverse consorterie mafiose». L’interlocutore del presunto capo cosca di Mammola fornisce alcuni dettagli «da cui si poteva intuire che il latitante fosse originario di Gioiosa Ionica». 

«Qua nel paese è pieno di telecamere»

«Meno male che non hanno preso a Gioiosa – dice il “compare” a Scali –; alle due di pomeriggio, hanno circondato tutto; da sua madre; da lì; tutti lì; tutti dietro la strada lì… Voi che gli dico, magari…vuole prendersi un paio di giorni di tempo? Che so? Ah? Ah?».
Scali, sospetta «di poter essere oggetto di attenzioni da parte degli inquirenti» e sottolinea «la difficoltà ad attuare un ipotetico spostamento del latitante verso Mammola». «Qua è pieno di telecamere nel paese», dice. L’uomo insiste e Scali risponde «Sì, ma dobbiamo vedere dove lo dobbiamo tenere». «Ma tu lo devi sapere; fratello mio, io che so?», dice l’intermediario. «Appunto – chiude Scali –, perché il paese, ce l’ho pure io, difronte ce l’ho».
Per gli investigatori, Scali dimostra «ancora una volta un assoluto controllo del territorio». Prima evidenzia «l’impossibilità di nascondere il latitante nel comune di Mammola in quanto il paese era pieno di telecamere». Poi «la possibilità di trovare sistemazione al latitante nelle montagne e nelle campagne che circondano il territorio de! comune di Mammola». Scali, peraltro, «si sarebbe occupato – riassumono gli inquirenti – altresì di fornire compagnia al latitante (dimostrando così di avere disponibilità di luoghi, di mezzi e di uomini)». 

L’incontro con l’intermediario nell’ottobre 2017

Va detto che le conversazioni captate «non hanno permesso di accertare se la messa a disposizione dello Scali si sia poi effettivamente concretizzata in un aiuto reale al latitante». Di certo, il presunto capo clan, il 25 ottobre 2017, si sarebbe reato assieme a un altro uomo «a colloquio con il soggetto che fungeva da intermediario (come detto, non identificato) al fine di riferire in ordine alla sistemazione trovata». Usando pure l’accortezza di lasciare il telefono al proprio accompagnatore, comportamento che «ha impedito alla Polizia giudiziaria di accertare se Scali sia poi riuscito effettivamente a trovare un rifugio idoneo al latitante». 
Riguardo all’identità dell’uomo da nascondere, i magistrati antimafia evidenziano che Renzo Loccisano, 56 anni, è stato latitante dal marzo 2017 al marzo 2018, quando è stato arrestato nella sua abitazione di Gioiosa Jonica, paese confinante con Mammola. Ed è stato condannato a 12 anni e 4 mesi, esattamente come la persona di cui Scali parla nell’intercettazione in cui si discute dell’aiuto da offrire al fuggitivo («adesso forse gli danno dodici anni definitivi», era il commento dell’interlocutore non identificato). (ppp)

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