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Imponimento, i lavori per l’Eurospin di Pizzo e la difesa di Caridà: «L’azienda degli Anello non l’ho scelta io»

Interrogato davanti ai giudici del Tribunale di Lamezia, Franco Caridà spiega: «Io avevo trovato un’altra impresa». E ancora: «Io dovevo solo controllare il cantiere»

Pubblicato il: 23/08/2023 – 7:01
di Giorgio Curcio
Imponimento, i lavori per l’Eurospin di Pizzo e la difesa di Caridà: «L’azienda degli Anello non l’ho scelta io»

LAMEZIA TERME Quello dei lavori per la realizzazione dell’Eurospin a Pizzo è uno dei temi più importanti al centro dell’inchiesta “Imponimento” della Dda di Catanzaro, guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Il punto vendita in località Casale, realizzato dalla “Meridiana Domus s.r.l.”, secondo gli inquirenti e la tesi accusatoria, è un progetto i cui lavori, dal movimento terra alla fornitura di calcestruzzo, nonché i lavori di carpenteria, sarebbero stati realizzati da imprese “indicate” al committente dal capo della cosca di ‘ndrangheta Anello-Fruci, Rocco Anello (cl. ’61) e “veicolate” da Francesco Caridà, classe ’68, tra gli imputati del processo “Imponimento”. Secondo gli inquirenti, ad esempio, per i lavori di movimento terra il committente si sarebbe avvalso dell’impresa individuale intestata a Francescantonio Anello ma riconducibile al padre, Rocco; per le forniture di calcestruzzo si sarebbe affidato alla “Prestanicola srl”, riconducibile a Daniele Prestanicola; per i lavori di “carpenteria” si sarebbe affidato, invece, all’impresa riconducibile ai cugini Fortuna, Giuseppe (cl. ’77) noto come Peppe e Giuseppe (cl. ’63) noto come Pino, entrambi coinvolti già nell’inchiesta “Rinascita-Scott” perché considerati organici al locale di Sant’Onofrio.

L’interrogatorio in aula

Insomma, un punto importante e che, secondo gli inquirenti, sarebbe l’esempio perfetto di come e quanto la cosca Anello-Fruci sia influente sul territorio. Tesi discussa in aula nel Tribunale di Lamezia Terme nel corso dell’interrogatorio proprio di Francesco Caridà, considerato un elemento di raccordo tra la società e i vertici del clan Anello-Fruci, condotto davanti ai giudici dall’avvocato difensore Giovanni Vecchio. «Io la “Meridiana Domus” l’ho conosciuta nel 2016, verso il mese di agosto, tramite un amico mio di Rizziconi, Gianluca Taverniti, responsabile delle ricerche e sviluppo per la piattaforma Eurospin Sicilia, non coinvolto nell’inchiesta “Imponimento”. Questa amicizia con la famiglia Taverniti è da più di quarant’anni, perché avevano anche un piccolo calzaturificio ed erano dei nostri fornitori, in più il fratello di questo Gianluca si è sposato e mi ha chiesto di fare il compare di cresima». Quello di Taverniti non è un nome nuovo. Recentemente è stato coinvolto nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria “Planning” sebbene la Cassazione lo scorso marzo abbia respinto il ricorso della Dda di Reggio Calabria sul sequestro ai danni del professionista. «Taverniti, sapendo che ero nel mondo dell’edilizia, mi ha interpellato e mi ha detto: “guarda, noi dobbiamo fare questo lavoro su Pizzo, ti potrebbe interessare?” E io gli ho detto: “Il lavoro non si rifiuta, portami le carte”».  Il progetto, però, è troppo complesso per via del sito scelto considerato difficoltoso. E così Caridà declina l’offerta. «Mi avevano proposto di fare tutto il discorso, lavoro chiuso, prezzo chiavi in mano, a due milioni e trecentomila euro» ha spiegato Caridà in aula «e io, facendo un’analisi dei costi, un’analisi della tipologia di lavorazione e tutto, gli ho detto che a me il discorso non mi interessava perché mi esponevo tantissimo».

La proposta per il progetto

L’avvocato Vecchio, nel suo interrogatorio, chiede a Caridà: «Da una parte lei rinuncia alla realizzazione di questa struttura, dall’altra poi arriva la “Meridiana Domus” e lei che c’entra, se aveva rinunciato?». «In un secondo momento – ha spiegato Franco Caridà – questo amico mi richiama e mi dice: “guarda, Francesco, io ho trovato l’impresa disponibile a fare questo lavoro. Mi dai una mano a collaborare con l’architetto Gonino, come organo di controllo dei lavori, dato che conosci bene il sito e sei sulla piazza?” Io ho detto: “il lavoro non si rifiuta mai, fammelo conoscere e ne parliamo”». L’avvocato Vecchio poi fa i nomi Luca Salerno, l’ingegnere della “Meridiana Domus”, il geometra Antonio Bandiera e poi quello di Adalberto Paraguai, «ingegnere di Pizzo a cui Gonino – spiega Caridà – aveva dato l’incarico per la progettazione di una parete di contenimento», tutti e tre non indagati nell’inchiesta della Dda. E quando l’avvocato Vecchio chiede a Caridà se avesse o meno “potere decisionale” sulla scelta delle imprese, l’imputato risponde: «No, passava tutto per le mani dell’architetto o al massimo dal suo braccio destro. Io ho fatto fare solo un preventivo all’ingegnere Paraguai, alla ditta Pino Russo di Porto Salvo, perché aveva una bella azienda di movimento terra e aveva la discarica autorizzata, che ci ha fatto un preventivo intorno ai sei euro e cinquanta, sei euro a cinquantacinque, una cosa del genere».

La scelta dell’impresa di Francescantonio Anello

Su richiesta dell’architetto, Caridà individua la ditta, ma non sarà quest’ultima ad effettuare i lavori perché «c’è stato un intervento dell’ingegnere Paraguai dicendo che lui conosceva un’impresa che lo poteva fare a meno e ha proposto l’impresa di Francescantonio Anello» perché, ha spiegato Caridà «lui aveva già lavorato con questa ditta, aveva fatto già dei lavori per conto suo». L’offerta della ditta di Francescantonio Anello, a 5 euro al metro cubo, è irrinunciabile e, dopo aver fissato un incontro a Pizzo nello studio di Paraguai, l’accordo si chiude. I lavori sono durati «undici mesi, undici mesi e mezzo – ha spiegato Caridà – tutto il lavoro, compreso lo sbancamento, la parete di contenimento, il manufatto, tutto, perché c’era un contratto che entro un anno doveva avvenire la consegna». Incalzato dalle domande dell’avvocato Vecchio, l’imputato chiarisce anche il suo ruolo: «Io in questo lavoro avevo una mansione di organo di controllo da parte della Meridiana, che poi alla fine ho fatto tanto altro perché aiutavo anche in cantiere perché il lavoro era molto problematico». Per i lavori di sbancamento, dunque, è stata scelta l’azienda del figlio del boss Rocco Anello. «Sul cantiere c’erano gli operai di questo Francescantonio, in più tutti i giorni passava il padre, Rocco» e chiarisce di non averlo mai conosciuto prima.  

I rapporti con i cugini Fortuna

L’avvocato Vecchio, poi, passa in rassegna alcuni nomi coinvolti nella vicenda, come ad esempio Giuseppe Fortuna (cl. ’77) noto come Peppe. «Lo conosco da circa 35 anni – ha spiegato l’imputato – lo conosco perché noi avevamo questo ingrosso di famiglia, il papà vendeva calzature ed era un nostro cliente, e lui veniva con il padre. Successivamente ha creato un’impresa di carpenteria e mi ha fatto diversi lavori, quando ho intrapreso questo lavoro». «Conosco anche Giuseppe Fortuna classe ’63, tramite il cugino, ma solo perché erano in società con questa ditta di carpenteria, solo per questo». (g.curcio@corrierecal.it)

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