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Obbedienza e potere, le «lezioni di ‘ndrangheta» nell’inchiesta sui clan di Vibo

I foglietti con i riti di affiliazione trovati a Vibo Valentia e un’intercettazione raccontano il lato arcaico delle cosche che controllano tutto

Pubblicato il: 29/09/2023 – 15:18
di Pablo Petrasso
Obbedienza e potere, le «lezioni di ‘ndrangheta» nell’inchiesta sui clan di Vibo

VIBO VALENTIA Sette foglietti manoscritti e un’intercettazione: ci sono due “lezioni di ’ndrangheta” negli atti nell’inchiesta “Maestrale Carthago 2”. Documenti che raccontano le regole distorte sulle quali i clan basano obbedienza e potere. L’impalcatura è quella di «una struttura a multistrati – così la definiscono i magistrati della Dda di Catanzaro – composta da vari livelli sovrastrutturati (le ‘ndrine, i Locali, la Società)» costruita sulla base di «rituali arcaici ed esoterici» e fondata «su regole sociali alle quali tutti gli affiliati devono mantenersi “conformi”». La notazione degli inquirenti si fa storica: queste caratteristiche «hanno consentito a questa forma di criminalità mafiosa di affermarsi dapprima nel territorio calabrese e successivamente di espandersi al di fuori del territorio nazionale, assumendo portata internazionale e divenendo così tra le più importanti strutture criminali a livello mondiale». Cuore arcaico e armatura ultratecnologica, la ‘ndrangheta impone i propri riti sul territorio e traffica sui mercati finanziari globali.

Il manoscritto con il rituale di affiliazione

In uno dei capitoli dell’indagine, la Dda di Catanzaro riporta alla luce un ritrovamento “storico” nel negozio di Vibo Valentia che era il luogo di lavoro di Salvatore Furlano, uomo ritenuto vicino alle cosche. È nel novembre 2014 che le forze dell’ordine effettuano una perquisizione nell’esercizio commerciale: cercano tracce di un vasto giro di usura che coinvolge soggetti ritenuti legati ai clan cittadini. Oltre a una pistola con matricola abrasa e a materiale di interesse per quell’indagine, vengono «sequestrati dei foglietti manoscritti riportanti numerosi riferimenti alla ‘ndrangheta». Sono sette fogli di carta a quadretti «manoscritti relativi a riti di giuramento ad affiliazione e battesimo del locale». Uno dei fogli riporta il titolo «giuramento del picciotto». Di più: nello stesso scaffale c’è un mazzo di carte al cui interno è presente una pagina di agenda «riportante una legenda dei significati delle carte nei riti di affiliazione».

Il testo contiene le formule rituali per il battesimo di una “locale” di ‘ndrangheta, per la formazione di una “società” di ‘ndrangheta e per l’affiliazione di un “picciotto” (grado inglobato nella cosiddetta “Società minore”). Manuale completo «in cui il riferimento alla ‘ndrangheta appare alquanto esplicito». «Ciò che maggiormente preme sottolineare – appuntano i magistrati della Dda di Catanzaro – è che nel sopra riportato “Giuramento del Picciotto” emerge l’assoluta forma di fedeltà che l’affiliato è tenuto a prestare all’Onorata Società nonché l’impegno a non trasgredire le “regole sociali” dell’associazione. Appare evidente, pertanto, che l’organizzazione si fondi su determinate regole alle quali tutti i componenti si devono attenere e che gli stessi accettano nel momento dell’ingresso all’interno dell’associazione».

Quando il gruppo di Pizzo voleva rendersi autonomo di Sant’Onofrio

Regole rigide per gli affiliati, chiamati a estrema fedeltà. Ferree prescrizioni per i gruppi nel «codice (non scritto) della ‘ndrangheta». I pm antimafia ne trovano un esempio in alcune conversazioni intercettate tra gli esponenti della ‘ndrina di Pizzo, «al momento attiva sotto il Locale di Sant’Onofrio, durante le quali si rileva il proposito di realizzare una “società” di ‘ndrangheta autonoma rispetto a Sant’Onofrio stesso». Si tratta, per gli investigatori, «di una vera e propria “lezione” sulle regole della ‘ndrangheta che disciplinano le affiliazioni, le progressioni di carriera e la realizzazione di apposite strutture criminali».
La masterclass criminale si tiene sotto un gazebo, a Pizzo, luogo d’elezione per gli incontri del clan. I protagonisti sono «Luca Belsito, soggetto molto attivo della ‘ndrina napitina, suo zio Rocco Belsito, soprattutto suo nonno, omonimo, Luca Belsito, classe ’49, vecchio appartenente alla ‘ndrangheta, e Onofrio D’Urzo». Tutti farebbero «inequivocabile riferimento a termini e regole riconducibili al gergo ‘ndranghetistico».
«Per quanti siamo potremmo fare un clan», esordisce il giovane Belsito. Il nonno non mostra grande entusiasmo: «Non c’è nessuno che ti sente?», chiede. Per gli inquirenti è un segnale che si tratta di discorsi pericolosi, si rischia di infrangere “regole” e di esporsi a «gravi ritorsioni, pertanto anche il solo fatto di parlarne può essere un rischio». Il nipote accoglie quelle parole con sarcasmo, non pare preoccuparsene. Il resto della (lunga) conversazione rievoca termini classici dell’affiliazione e cita tutto il vocabolario “tecnico” della ‘ndrangheta. La vita in carcere e le regole auree («il no è sempre la migliore parola»). Gli obblighi e le “libertà” di picciotti e “contrasti onorati” («il contrasto onorato lo può fare per tutta la vita l’importante che collabora con gli amici per qualsiasi cosa gli manda»). E poi la (solita) valutazione sulla ‘ndrangheta che perde i propri (molto presunti) valori sintetizzata in questo passaggio dell’intercettazione:

Nonno: Una volta si rispettava l’Onorata Società!
Zio: Lo sai cosa significa questo?
Nonno: Se uno doveva sparare ad uno non doveva sparare dinnanzi ai figli…dinnanzi alla moglie.. dinnanzi a quelli non lo dovevi toccare… se volevi …
Zio: Hai capito?
Nonno: Se volevi …inc.le… mo’ toccano i figli…
Luca: No…e ormai non si guarda più..
Nonno: Ormai queste cose non le guardano più per questo si è rovinato tutto!” questo qua si è rovinato per questo motivo… perché non c’è rispetto più… da dietro la siepe… dalla cosa… dice… affinché non fai il carcere… ma oggi …inc.le dietro la siepe e non fai il carcere! però domani esce un pentito e ti sei fatto il carcere!
Zio: E lo vedo …inc.le…
Nonno: Inc.le… poi esce un pentito… se la canta…
Luca: A Nonno… in questo vibonese sai cosa ti dico? …che non c’è’ nessuno che vale! te lo dico io! che questi sai cosa fanno? Finché sono liberi sono così poi si buttano pentiti!

Sono frammenti di quello che gli investigatori considerano la base di regole sulle quali la ‘ndrangheta ha fondato la propria struttura per diventare una delle mafie più potenti al mondo. Un viaggio lunghissimo che inizia da qualche foglietto scritto a mano in un casolare di Calabria e finisce con il progetto di investimenti a sei zeri dall’altra parte del globo. (p.petrasso@corrierecal.it)

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