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inchiesta ares 2021

«Siamo noi i capi». L’egemonia del gruppo De Marte-Gioffrè su Imperia. Con radici in Calabria

Nell’ordinanza del gip di Genova gli elementi a carico dei 26 indagati. Alcuni hanno già fatto scena muta davanti al giudice nel primo interrogatorio di garanzia

Pubblicato il: 15/11/2023 – 18:47
di Giorgio Curcio
«Siamo noi i capi». L’egemonia del gruppo De Marte-Gioffrè su Imperia. Con radici in Calabria

GENOVA Tutto sarebbe partito dall’arresto di El Kettani Youness (già condannato in primo grado) trovato in possesso di oltre 600 grammi di cocaina. Gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Genova, guidata dal procuratore Marco Zocco, riescono passo dopo passo a ricostruire i contorni della vicenda e, soprattutto, i legami con la famiglia di Imperia e la Calabria con l’inchiesta “Ares 2021” che ha portato all’arresto di 26 persone. (QUI LA NOTIZIA). A cominciare dai De Marte i cui membri, Antonio De Marte, il figlio Giovanni (cl. ’97), il genero Domenico Gioffré (classe ’93 originario di Palmi), marito di Michele De Marte (cl. ’96) – tutti finiti in carcere in seguito all’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Genova, Nicoletta Guerrero – avevano già alle spalle una lunga carcerazione a causa dell’incendio doloso di un camion. Le indagini, poi, sono riprese quando gli inquirenti hanno appurato che Antonio De Marte, nonostante la detenzione nel carcere di Sanremo, aveva comunque a disposizione un telefono cellulare attraverso il quale era in grado di intrattenere i rapporti con i familiari, nonostante anche loro fossero stati raggiunti da altre misure cautelari.

Le intercettazioni audio e video

Di grande importanza per gli inquirenti sono state le intercettazioni ambientali, telefoniche ma anche le registrazioni video provenienti dall’abitazione di Diano Castello. Attraverso tutto il materiale raccolto, sono stati acquisiti «elementi di prova in ordine alla esistenza di una organizzazione criminale, operante già dal 2020 in piena pandemia da Covid-19, con ai vertici Domenico Gioffrè e Giovanni De Marte» scrive il gip nell’ordinanza «nella provincia di Imperia e specificatamente nel territorio del comune di Diano». Alcune intercettazioni ambientali, inoltre, avrebbero confermato «sulla base delle ammissioni confessorie di Gioffré e De Marte» scrive ancora il gip nell’ordinanza «che dalla data di inizio della pandemia erano attivi nel settore dello spaccio, divenuto in quel periodo di chiusure generalizzate, assai remunerativo, al punto da avere difficoltà a contare il denaro».

I collegamenti con i narcotrafficanti calabresi

L’inchiesta coordinata dalla Dda di Genova, inoltre, avrebbe anche accertato i collegamenti con i trafficanti calabresi di droga. Tra questi viene individuato Giuseppe Scarcella, capace di rifornire di cocaina il gruppo in modo costante «un chilo alla volta» con i viaggi effettuati in auto dalla Calabria, ma anche su autobus di linea. Gli inquirenti, inoltre, avrebbero anche accertato che l’associazione criminale non era composta «solo dal gruppo famigliare dei De Marte-Gioffré ma anche da una rete di clienti/pusher che monopolizzavano il mercato dello stupefacente della zona di Imperia» perché proprio l’associazione «si curava dello spaccio al minuto» disponendo di una consistente numero di pusher, inizialmente solo clienti del gruppo, che via via erano entrati a fare parte del circuito associativo «ricevendo la droga a credito e a prezzo all’ingrosso, mantenendo i ricavi derivanti dalla vendita al minuto posto che alla associazione dovevano poi restituire il solo costo della sostanza ricevuta». La associazione – così come scrive il gip – «è caratterizzata dal fatto di avere una solida base familiare integrata nel contesto criminale del territorio imperiese» rimasta operante nonostante gli arresti che ne hanno interrotto solo momentaneamente l’attività «che è ripresa grazie alle comunicazioni dal carcere da parte di Antonio De Marte» e quindi dai numerosissimi incontri effettuati «in dispregio delle misure cautelari che avevano interessato alcuni degli associati» oltre che le restrizioni dovute al lockdown e alla pandemia che, anzi, ne «rendeva ancora più floridi i guadagni». 

L’autonomia territoriale

«Noi compriamo dove vogliamo, non abbiamo capi, semmai siamo noi i capi». A parlare è Domenico Gioffrè mentre chiariva alla moglie quali fossero i rapporti all’interno della scena criminale. Attorno al nucleo familiare Gioffrè – De Marte – Laganà gravitavano numerosi sodali che per quella della distribuzione che si dimostrano sempre più asserviti alle esigenze manifestate dai vertici. Domenico Gioffrè, Giovanni De Marte e Antonino Laganà sarebbero, dunque, per gli inquirenti i costitutori, promotori, finanziatori e capi della struttura, in grado di impartire «disposizioni vincolanti per coloro che non avevano parte dirigente nel gruppo criminale». E poi Michela De Marte, considerata l’organizzatrice e moglie del capo in posizione comunque verticistica «pronta a svolgere diversi compiti in favore dell’associazione come “staffetta” e “corriere”, in grado di fornire pareri nel corso della trattative e indicazioni ai corrieri in occasione delle trasferte, fornendo anche la password del criptofonino, rendicontando la contabilità dei guadagni dell’associazione, nonché informando l’associazione di ogni notizia utile di cui veniva in possesso».

Scena muta davanti al giudice

Intanto si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i primi indagati comparsi davanti al gip Nicoletta Guerrero di Genova, per l’interrogatorio di garanzia. Tra le persone comparse davanti al giudice, Domenico Gioffrè. Domani, invece, sarà la volta, tra gli altri, di Arcangelo Antonio Raso Casanova, 39 anni, nato in Francia (residente a Riva Ligure e a La Trinité, in Francia), difeso dall’avvocato Alessandro Mager mentre venerdì verrà ascoltato anche Giovanni De Marte, 26 anni, residente a Diano Castello. Molti degli interrogatori sono avvenuti in video conferenza. (g.curcio@corrierecal.it)

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