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«Quando qui a Buenos Aires dici che sei calabrese ti fanno un gesto che significa vendetta»

L’attore paolano Giampaolo Samà vive da oltre 15 anni in Argentina. «Dicono anche che parliamo con un tono di voce molto alto, credo sia vero»

Pubblicato il: 10/12/2023 – 7:04
di Eugenio Furia
«Quando qui a Buenos Aires dici che sei calabrese ti fanno un gesto che significa vendetta»

Dal mare di Paola a quello di Buenos Aires. L’attore Giampaolo Samà è uno dei tanti italiani in Argentina, un puntino rispetto agli 869mila nostri connazionali lì (dati Aire – ministero degli Esteri dicembre 2019) ma ha una bella storia da raccontare: la storia di chi si è messo in discussione e oggi sa di aver vinto una sfida. Passa un decennio a Roma dopo l’Accademia a Palmi, poi approda nella «città più italiana all’estero». È qui dal 2007.

• CHI È Giampaolo Samà
Si forma nell’Accademia di Arte Drammatica della Calabria (Palmi), poi si specializza al Dams dell’Università di Roma Tre e dal 2007 vive a Baires dove lavora come  attore, autore, docente di teatro e fotografo teatrale. Dal 2014 è docente di teatro, cinema e linguaggio audiovisivo alla scuola italiana “Cristoforo Colombo” di Buenos Aires. Compare in serie tv sui canali Disney Channel, Star+ e Canal13. Per la sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti internazionali.

Samà all’Istituto italiano di Cultura di Buenos Aires in una serata omaggio a Federico Fellini

Quando e perché ha lasciato la Calabria?    
«Sono andato via dalla Calabria per andare a vivere a Roma nel 1997, dopo aver terminato gli studi di recitazione presso l’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria, a Palmi. Poi, nel 2007 ho lasciato definitivamente l’Italia per trasferirmi a Buenos Aires. Ho scelto Buenos Aires per amore ed anche per la professione. Mi affascinava Buenos Aires e la movida artistica che si genera costantemente in questa città. Avevo bisogno di mettermi in discussione ed apprendere da un punto di vista lavorativo. Una piccola sfida: ricostruirmi in un posto lontanissimo da casa. Apprendere una nuova lingua, conoscere una cultura, quella ispanica ed ispano-americana. E poi Buenos Aires è la città più italiana all’estero, ed italiana del sud. Dopo più di sedici anni che sono qui sento di aver fatto la scelta giusta». 

Rimpiange o le manca qualcosa?    
«Il cibo ed il mare della Calabria. Con il cibo, visto che mi piace cucinare, faccio di tutto per ricostruire alcuni sapori, con risultati variabili e non per le mie doti culinarie ma perché è un esercizio difficilissimo ricostruire gli stessi sapori a 13000 km di distanza. Mi mancano gli amici, quelli veri, quelli più stretti, quelli con cui ho condiviso l’adolescenza e quelli con cui ho condiviso i miei dieci anni a Roma».

Cosa salva della Calabria?    
«Non saprei, sono tanti anni che non vivo la quotidianità della mia terra. Mi ripeto: il cibo ed il mare. Il mare sempre, sono di Paola e sono cresciuto a pane e mare».    

Cosa non le piace del posto dove vive adesso?    
«Buenos Aires viene anche chiamata “la ciudad de la furia” e non c’è bisogno che faccia la traduzione. È una metropoli caotica e con mille contrasti. La calma e la tempesta. Il buon umore e la tragedia. La bellezza e la decadenza. Tutto mischiato e tutto nello stesso tempo. A volte sento la necessità di un po’ di silenzio ed un po’ più di semplicità, di ingenuità, di genuinità».

Com’è strutturata la comunità dei calabresi nel luogo in cui vive?
«Conosco molto poco e non frequento molto la comunità calabrese anche se so che è numerosissima e molto attiva in tutti i settori della società. Pensi che uno degli ultimi presidenti della repubblica è di origine calabrese (Mauricio Macri). Ci sono calabresi o discendenti di calabresi un po’ ovunque».

Qual è, secondo lei, la forza dei calabresi fuori dall’Italia?    
«Non so quel è la forza che spinge o ha spinto i miei conterranei ad emigrare in tutto il mondo. Sì, so cosa spinge me: la voglia di seguire le mie passioni, lottare per i miei sogni. Non arrendersi, non scoraggiarsi, anzi, apprendere dalle cadute, apprendere a cadere meglio fino ad apprendere a non cadere più, o quasi…».

Ci sono, al contrario, degli stereotipi che ci inchiodano a luoghi comuni non più attuali o comunque folkloristici e frutto del pregiudizio?    
«Sì, ce n’è uno qui a Baires….  dovrei mostrarglielo, vediamo se riesco a raccontarlo: quando dici che sei calabrese si mettono l’indice della mano, piegato su sé stesso, in bocca e lo stringono tra i denti emettendo un suono gutturale. Tutto questo significa: vendetta, tremenda vendetta. Evidentemente i nostri compatrioti in queste terre hanno dovuto difendersi e molto… Dicono anche che parliamo con un tono di voce molto alto, ma questo credo sia vero».

Tornerà in Calabria?
«Ritorno tutte le volte che posso. Perlomeno una volta all’anno per visitare parenti e amici. E ritorno tutti i giorni, più volte al giorno, con la mente, a quei luoghi a quegli odori a quei colori».

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