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Al Nord come in Europa, la ‘ndrangheta «prima investe e poi si trasferisce»

Il procuratore di Reggio Calabria, Bombardieri: «Piena operatività e delocalizzazione di una serie di attività, soprattutto il narcotraffico»

Pubblicato il: 18/12/2023 – 13:17
di Fabio Benincasa
Al Nord come in Europa, la ‘ndrangheta «prima investe e poi si trasferisce»

COSENZA «C’è la consapevolezza piena che la ‘ndrangheta sia una delle organizzazioni criminali di tipo mafioso più pericolose, anche per le sue infiltrazioni e per le sue proiezioni nazionali ed internazionali. Sicuramente da sud a nord, ma anche oltre l’Italia, oltre i confini dell’Europa e in tutto il mondo». Il procuratore di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri analizza il fenomeno criminale calabrese nel corso di un convegno organizzato a Cosenza: un confronto sulle strategie di contrasto della criminalità organizzata calabrese, da Nord a Sud.

La ‘ndrangheta prima ha investito e poi si è trasferita al Nord

A margine del convegno, Bombardieri – ai nostri microfoni – si sofferma sulla capacità della mala calabrese di estendere il proprio potere oltre i confini nazionali. «Abbiamo prove certe della presenza di proiezioni ‘ndranghetiste in Sud America, in America, negli Stati Uniti e in altri continenti, in Australia ad esempio, ma anche in Canada». Recentemente la Dia, Direzione investigativa antimafia, ha lanciato un allarme sulla presenza della ‘ndrangheta in Liguria e Piemonte con riferimento alle grandi opere ed ai fondi del Pnrr . «Ormai in tutta Italia, anche nel nord, c’è una piena consapevolezza della presenza ‘ndranghetista. Una consapevolezza che nasce dall’esperienza giudiziaria e dalla conoscenza di un fenomeno che ormai è radicato nelle regioni settentrionali da decenni. E’ una ‘ndrangheta che ha iniziato prima ad investire, poi si è trasferita proprio con proiezioni vere e proprie ed operatività piena nel nord Italia. Così come sta avvenendo in Europa», dice il procuratore di Reggio Calabria. Che aggiunge: «Nel nord Europa la ‘ndrangheta prima investiva, oggi opera. Ha delocalizzato tutta una serie di attività, specialmente del narcotraffico, utilizzando i porti e operando illegalmente anche in quelle nazioni».

Riforma della giustizia, dai budget per le procure ai tagli sulle intercettazioni

La discussione è rovente. Il prossimo disegno di legge di riforma della Giustizia potrebbe essere approvato dal Governo a stretto giro e tra le novità potrebbe trovare spazio la norma che prevede il taglio dell’utilizzo delle intercettazioni e qualcuno pensa ad un budget da fissare per ogni ufficio giudiziario. Un tetto alla spesa che costringerebbe le procure a fare i conti – calcolatrice in mano – con gli strumenti necessari a completare le indagini. «Dovremmo aspettare per vedere di che cosa stiamo parlando. Sicuramente non possono esserci a priori previsti dei budget per delle attività che non sono preventivabili. Ogni indagine ha una proiezione, uno sviluppo che non è preventivabile inizialmente», dice Giovanni Bombardieri al Corriere della Calabria. Il procuratore di Reggio Calabria continua: «arrivare ad un certo tetto di spesa e sapere di non poter più procedere con uno strumento fondamentale per le indagini, quello delle intercettazioni, penso sia difficile da immaginare».

Il ruolo dei testimoni di giustizia

Con le loro denunce, i testimoni di giustizia contribuiscono in maniera determinante all’avvio delle indagini che riguardano il contrasto al racket delle estorsioni e alle intimidazioni nei confronti di commercianti e imprenditori ai quali viene chiesto il pagamento della tassa non dovuta: il pizzo. «Sui testimoni di giustizia e sulla collaborazione, abbiamo una normativa che deve essere rivista anche alla luce delle nuove esigenze. È evidente che ci siano delle difficoltà e delle criticità nel sistema che penalizzano anche chi denuncia», dice Bombardieri che poi precisa: «Noi dobbiamo partire da un presupposto, la società civile non deve lasciare da solo chi denuncia».
Il procuratore riferisce di alcuni racconti forniti dagli stessi imprenditori «che prima di ribellarsi al pagamento del pizzo, avevano negozi ed esercizi commerciali pieni di gente comune. Dopo le denunce, invece, quegli stessi esercizi commerciali rimanevano vuoti. Questo è un segnale brutto che dà la società civile prima ancora che lo Stato». (f.benincasa@corrierecal.it)

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