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Calabria che verrà

In attesa del 2024. Lovecchio: «Il futuro? Offrire speranze a chi resta qui»

Il direttore regionale dell’Eurispes tratteggia le fragilità del sistema socio-economico della regione. E lancia un appello: «Sfruttare bene le risorse europee»

Pubblicato il: 26/12/2023 – 6:53
di Roberto De Santo
In attesa del 2024. Lovecchio: «Il futuro? Offrire speranze a chi resta qui»

CATANZARO Un 2023 da archiviare soprattutto per gli effetti dell’impennata dei prezzi e per l’inflazione che ha eroso il potere di acquisto dei calabresi. Contraccolpi che potrebbero riversarsi anche sull’anno che verrà, ma a preoccupare sono soprattutto lo spopolamento caratterizzato principalmente dalla fuga dalla regione dei giovani. È questa in sintesi la fotografia della Calabria che restituisce il direttore della sede regionale di Eurispes Calabria, Maurizio Lovecchio. Per il docente ed esperto di pianificazione e gestione del territorio, le cause del trasferimento di tanti calabresi fuori regione, oltre alle scarse occasioni di trovare lavoro, sono da rintracciare nella mancanza di alcuni servizi ritenuti essenziali. Su tutti sanità e offerte culturali. Ma c’è anche la cattiva gestione del territorio che mette a rischio soprattutto le aree interne. Per questo Lovecchio invita ad utilizzare al meglio la massa di risorse che provengono dalle programmazioni con fondi europei: su tutte Pnrr e Por. Una strategia che farebbe recuperare il percorso di crescita fin dal prossimo anno.

L’inflazione ha particolarmente colpito il potere d’acquisto dei calabresi riducendo i consumi

Alta inflazione, potere d’acquisto dei salari che si riduce sempre più, povertà crescente. È stato un 2023 decisamente pesante per i calabresi?
«Sì certamente. Anche se rispetto ad altre regioni la Calabria, per quanto riguarda l’inflazione occupa il posto più basso delle classifiche nazionali, questa ha scatenato effetti pesanti sui calabresi. Infatti se le rilevazioni indicano una percentuale annuale dell’11,2, con Catanzaro e Reggio Calabria tra le città meno care d’Italia, l’inflazione sta avendo conseguenze sensibili a causa del reddito disponibile delle famiglie calabresi che è il più basso a livello nazionale. E si sa che l’inflazione colpisce di più, chi ha di meno. Così come se si è registrata una lieve crescita del reddito pro-capite – dovuto ai miglioramenti nei livelli occupazionali post covid -, il potere d’acquisto dei calabresi si è ridotto a causa della concomitante forte crescita dei prezzi. Un aspetto che ha anche frenato la ripresa dei consumi nella regione, concentrando la spesa sempre di più sull’acquisto di beni e servizi di prima necessità, come luce, gas ed alimentari. Alla luce dei dati rilevati, direi allora che certamente il 2023 è stato un anno che ha impattato fortemente sulla vita dei cittadini calabresi».

Secondo il vostro osservatorio, queste criticità saranno quelle che caratterizzeranno la Calabria anche per il prossimo anno. O si intravedono altri problemi all’orizzonte?
«Il vero campanello d’allarme è rappresentato dallo spopolamento che sta riguardando da diversi anni la Calabria. Una vera e propria emorragia continua, caratterizzata non solo dall’abbandono, come già avveniva in passato, di singoli cittadini in cerca di lavoro o per motivi di studio: oggi sono interi nuclei famigliari che lasciano per sempre la Calabria. Si tratta di popolazione attiva, di uomini e donne “impiegabili”, ma che non sono più disponibili a rimanere sul territorio. A fronte di questa condizione, neanche l’occupazione o la creazione di posti di lavoro può dare risposte efficaci e tanto meno soluzioni a questo drammatico problema. Piuttosto è il momento di pensare a investimenti in Sanità, welfare, infrastrutture, perché chi lascia la Calabria oggi è in cerca soprattutto di condizioni di vita migliore, di sicurezza, garanzie e servizi dal punto di vista sociale e della salute in primis. Infatti, su 7 dei 9 indicatori BES (Benessere equo e sostenibile), Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Politica e Istituzioni, Innovazione, Ricerca e Creatività, la Calabria si colloca ai livelli più bassi della media UE».


Dunque la Calabria è destinata ad avvitarsi nella spirale della decrescita demografica. È un fenomeno ineluttabile?
«L’ultimo Rapporto Istat sui dati del Censimento 2022 purtroppo conferma la Calabria come terra di emigrazione con un tasso di esodo del 5,5% e la perdita del 7% della popolazione residente. A fare da contraltare, c’è fortunatamente il dato positivo del tasso di fecondità che è all’1,26%. Tra i più alti in Italia. Ecco allora ripartiamo da qui. Occorre dare speranza a chi ha fiducia ancora nel futuro della Calabria, alle famiglie che decidono di avere figli nonostante le tante criticità. A questi “investitori” bisogna offrire condizioni migliori per convincerli a restare. A credere che anche in Calabria si può crescere, anche dopo l’adolescenza, perché è possibile studiare e lavorare secondo le proprie ambizioni, attitudini e capacità».

Cosa è possibile mettere in campo per convincere soprattutto i giovani a non andar via?
«Abbiamo Università moderne e funzionali, centri d’eccellenza e Dipartimenti attivi in R&S, imprese che investono e producono, e nonostante ciò si continua ad andare a studiare fuori regione. Ma sottolineo, tanto per lo studente o il manager, quanto per l’operaio o il pensionato oggi a fare la differenza sulla vivibilità dei territori, sull’attrattività che dovrebbe convincere a “restare” in Calabria sono i servizi e le opportunità sociali e culturali che nascono sul territorio. Per questo sono convinto che occorra migliorare le offerte culturali, le strutture sanitarie, le infrastrutture e le reti di trasporto. Sarebbe il punto da cui ripartire e costituirebbe un importante segnale, in grado di restituire fiducia, se non ottimismo, sul futuro in Calabria».

Tra le preoccupazioni principali sul futuro c’è la sfiducia dei calabresi nella classe politica. I dati sull’astensionismo sono decisamente alti. Come giustificate questo fenomeno?
«Alle ultime elezioni politiche si è registrato il calo più significativo di affluenza alle urne della storia repubblicana. La percentuale più bassa della partecipazione al voto spetta alla Calabria con solo il 50,8% di affluenza. Se guardiamo poi alle ultime elezioni regionali del 2021, il dato è ancora più impressionante se si considera che alle Amministrative, dove in genere l’affluenza è più alta rispetto alle politiche data la “localizzazione” dei candidati provenienti dal territorio regionale, i calabresi che si sono recati alle urne sono solo il 44.36%. L’astensionismo è figlio della disaffezione alla politica; un sentimento che si prova in seguito alla delusione, allo scontento, alla mancata corrispondenza di fiducia. Quindi in Calabria, a mio avviso, si è di fronte ad un astensionismo “apatico”, a differenza di altre regioni dove il fenomeno dell’astensionismo è talvolta, “tecnico”, politico, di protesta.  La non partecipazione calabrese è disinteresse, distacco totale da qualcosa che non si condivide ma che comunque appare immutabile. Qualcosa verso la quale l’azione dell’elettore è considerata da esso stesso sterile, priva di conseguenze. Perciò il pensiero diffuso rispetto a questa inesorabilità è che non valga la pena “immischiarsi”. Alla base di questo sentimento probabilmente ci sono responsabilità politiche. Classi dirigenti che hanno difficoltà a rinnovarsi ed a proporsi come sensibili e capaci di dare risposte e soluzioni reali ai tanti problemi della Calabria ed a “rappresentare” e ricambiare seriamente la volontà e la fiducia dell’elettore».

Cosa è possibile fare per riportare soprattutto i giovani alle urne in Calabria?
«Per rispondere alla domanda bisogna prima analizzare e capire chi sono oggi i giovani in Calabria. Partendo dalla quota dei giovani tra i 18 e i 29 anni che non sono occupati, non studiano e non sono inseriti in un percorso di formazione (Neet – Neither in employment nor in education and training). È una fetta consistente pari al 40 %. Il dialogo con questi giovani è sicuramente difficile e gli argomenti per cercare di dare loro fiducia e speranza tutt’altro che semplice. Sicuramente occorrerebbe, prioritariamente, cominciare a preoccuparsi di creare opportunità per credere nel futuro di questa terra. I temi sono certamente il lavoro, quello vero, reale e non precario; ma anche la qualità dell’offerta scolastica, l’efficienza sanitaria e la sicurezza del territorio. Ciò che serve poi, è agevolare il dialogo tra le Istituzioni e i giovani».

Cioè?
«Occorre promuovere ad esempio dibattiti sviluppati su internet, sui social network. Penso all’organizzazione di programmi di voto simulato (c.d. Student Vote), a lezioni online nelle scuole, a brevi videoclip per i social media e la televisione in cui i giovani stessi spiegano perché è importante per loro votare e partecipare alla gestione e amministrazione delle Istituzioni Pubbliche. Penso a progetti quali easyvote, sperimentati in altri paesi europei che coinvolge giovani attivi civicamente che si adoperano per convincere i coetanei ad un maggiore interesse alla politica e a una maggiore conoscenza delle istituzioni in generale. E poi alla diffusione di app rivolte alle nuove generazioni in maniera sempre più mirata e capillare per stimolare e avvicinare i giovani alla nobile arte e missione della Politica. Ritengo che l’uso dello strumento tecnologico è quello più idoneo ad avvicinarsi a questa fetta di popolazione: i giovani trascorrono molto tempo su smartphone e tablet. Inoltre questa formula consente di accedere al contenuto in qualsiasi momento e di potere raggiungere chiunque in qualsiasi luogo. Non c’è dubbio però che a questi progetti deve accompagnarsi una seria e concreta opportunità di confronto e dibattito, anche in presenza. In modo che i giovani possano trovare condizioni concrete di scambio di esperienze tra loro ed una effettiva interlocuzione con il mondo della politica. Un aspetto questo che consentirebbe loro, di essere certi di essere ascoltati e, magari, compresi. In questo modo si darebbe una spinta al coinvolgimento, tale da far capire che la politica non è distante dai loro interessi, ma che li riguarda molto da vicino e che impatta sulle vite dei cittadini. Tanto vale occuparsene».

Tra Pnrr e Fondi strutturali ci saranno miliardi di risorse europee destinate alla Calabria

Quello che si affaccia è anche un anno in cui le risorse comunitarie dovrebbero dispiegare i loro effetti. A partire dal Pnrr. Cosa vi aspettate per la regione?
«Sicuramente il Pnrr, nonostante la recente rimodulazione del Piano che dovrebbe sottrarre alla Calabria una cospicua dose di risorse, rappresenta il principale strumento ed una straordinaria opportunità di crescita attraverso progetti ed investimenti da realizzare sul territorio regionale. Si tratta di un Piano che per la Calabria vale 9,704 miliardi di euro e prevede la realizzazione di 9.894 progetti da realizzare negli ambiti della Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, Rivoluzione verde e transizione ecologica, Infrastrutture per una mobilità sostenibile, Istruzione e ricerca, Inclusione e coesione, Salute. Oltre al PNRR, l’altro “tesoretto” cui attingere è dato dal Piano Regionale 2021-2027 che raggruppa i fondi per lo sviluppo regionale (Fesr) e quelli del Fondo Sociale (FSE+), il PR mette a disposizione circa 3,2 mld di euro. Per vedere gli effetti di queste opportunità occorre realizzare quanto programmato e previsto dai vari Piani di sviluppo. La vera scommessa è ancora una volta la capacità di spendere le risorse assegnate».

Perché parla di scommessa?
«Perché preoccupano i ritardi accumulati nella fase della messa a terra dei progetti. E se per i ritardi che caratterizzano l’attuazione del Pnrr, il dato dei Comuni calabresi, pur modesto, è sostanzialmente in linea con quello nazionale. Ciò significa che, come le altre amministrazioni locali italiane, anche quelle calabresi sono tenute ad accelerare le procedure indispensabili per attuare i progetti nei tempi previsti. Secondo le stime della Banca d’Italia, da qui al 2026, i comuni calabresi dovrebbero incrementare la capacità di spesa tra il 94 e il 125 per cento, pena il sottoutilizzo delle risorse. Se guardiamo invece alla capacità di spesa e realizzazione dell’ultimo Por 2014-2020 che alla fine del 2022, risultava avere speso solo il 60 per cento delle risorse con il serio rischio di disimpegno da parte della UE, c’è solo da sperare per il prossimo settennio di programmazione in un cambiamento di rotta che inverta la tendenza. In modo che non si rischi di sprecare, ancora una volta in questa regione, opportunità e risorse per il rilancio territoriale nei suoi settori più strategici. Da qui l’aspettativa maggiore e l’auspicio è una maggiore attenzione alla spesa. Per fare questo occorrerebbe velocizzare l’iter burocratico e le procedure di pubblicazione e valutazione dei bandi. Come anche razionalizzare gli interventi puntando su vocazioni territoriali e reali esigenze locali, evitando repliche di bandi su medesimi temi e stessi beneficiari poiché la storia insegna che finanziare “a pioggia” progetti e iniziative – a prescindere dagli obiettivi e dalle ricadute delle proposte – non premia il territorio e, alla lunga, neanche i beneficiari. Questi vanno incontro spesso ad indebitamenti e ad impegni inutili o scarsamente remunerativi».

Quali le priorità per fare recuperare già dal 2024 terreno alla Calabria?
«Oltre alla carenza di occupazione, da un nostro recente studio, è risultato che tra le cause di abbandono e spopolamento della Calabria, specie nelle aree interne, vi sono la mancanza di presidi ospedalieri di prossimità e i rischi connessi alle fragilità delle coste e delle montagne. Dunque sarebbe opportuno investire principalmente in strutture ed infrastrutture sanitarie, incrementando i presidi territoriali e adeguando il numero di personale medico e paramedico. Puntando ad un’offerta sanitaria efficiente e garantendo il diritto alla cura e alla salute dei calabresi. Un altro settore su cui occorrerebbe investire è quello legato al contrasto dei rischi del dissesto idrogeologico del territorio. La Calabria paga ogni anno un prezzo altissimo, anche in termini di vittime, dovuto ad eventi derivanti da frane, alluvioni ed inondazioni. Ponendosi così tra le regioni ad “alto rischio” del Paese. Esistono importanti risorse a disposizione della regione per mitigare i rischi, soprattutto in termini di monitoraggio e prevenzione. Ritengo per questo che sarebbe doveroso non rinviare ulteriormente ed intervenire da subito con misure mirate ed efficienti. L’auspicio è che via sia una programmazione che, considerato un piano di azione unitario basato su un progetto, non si traduca in interventi isolati, slegati gli uni agli altri, ma che si faccia invece forte di un piano razionale di ammodernamento ed efficienza. In modo che si inizi un percorso di crescita che la Calabria, al pari delle altre regioni italiane, deve e può sostenere». (r.desanto@corrierecal.it)

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