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la riflessione

Qualunquisti per tutti i gusti

di Bruno Gemelli*

Pubblicato il: 01/01/2024 – 11:07
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Qualunquisti per tutti i gusti

Si fa presto a dire “qualunquista”. La mente ricorda subito che la surreale definizione di “Qualunquemente” fu portata sullo schermo, nel 2011, da Antonio Albanese nella parte, appunto, di Cetto La Qualunque.
È la storia di un corrotto imprenditore calabrese che torna al suo paese, Marina di Sopra, con la sua nuova famiglia, una ragazza sudamericana denominata “Cosa” e la figlia di quest’ultima. Ritrovati la moglie Carmen e il figlio Melo, Cetto scopre che il paese è a “rischio legalità” e che quindi tutte le sue proprietà – figlie di abusi, illegalità e soprusi vari – sono a rischio: per scongiurare il pericolo Cetto, convinto dai suoi amici, decide quindi di candidarsi a sindaco contro l’onesto Giovanni De Santis.
Cetto forma la sua giunta, composta esclusivamente da parenti e amici, e inizia la campagna elettorale; in base ai sondaggi, tuttavia, risulta in difficoltà contro De Santis e pertanto si rivolge all’esperto di elezioni Gerardo Salerno, detto Gerry, dipingendosi dietro i suoi consigli un’immagine pulita e riuscendo a stravincere il primo confronto TV tra i due aspiranti sindaci (anche grazie alla conduzione di parte del presentatore).
Grazie a varie forme di corruzione e brogli Cetto riesce a diventare sindaco, ma durante i festeggiamenti la polizia irrompe arrestando la ragazza sudamericana e sua figlia a causa della loro clandestinità; Gerry, ottenuto il risultato sperato, torna nella sua città portandosi con sé la ragazza e sua figlia mentre Cetto inizia i lavori per il ponte sullo stretto di Messina.
La fantasia supera la realtà, verrebbe da dire.
Ma l’aggettivo “qualunque” si materializzò per davvero nel 1944 allorché nacque il “Fronte dell’Uomo Qualunque” (UQ) che è stato prima un movimento e, successivamente, un partito politico italiano sorto attorno all’omonimo giornale (“L’Uomo qualunque”) fondato a Roma lo stesso anno dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini che diceva di portare avanti istanze liberal-conservatrici, populiste, anticomuniste e legate all’antipolitica, in polemica sia col fascismo sia con i partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale (Dc, Psi, Pci, Pli, Pri). Sul nome di questo fenomeno politico furono coniati il sostantivo qualunquismo e l’aggettivo qualunquista.
Il 27 dicembre 1944 venne fondato e diretto da Guglielmo Giannini un nuovo periodico, battezzato come detto, “L’Uomo qualunque”. Costava 5 lire a Roma e 6 lire fuori città; era un settimanale, ma aveva il formato di un quotidiano e veniva stampato su carta giallo-grigia.
Inserito nella U maiuscola si vedeva un torchio che schiaccia una striminzita immagine di uomo: era il simbolo della classe politica che opprimeva il borghese, il travet, insomma l’uomo qualunque. Sotto la testata c’era una rozza vignetta dove un poveraccio scriveva su un muro: Abbasso tutti. Ai piedi di pagina vi era un’autobiografia del direttore, ossia Giannini, intitolata Io.
Il successo di quella pubblicazione si riscontrava nelle tirature: dalle 25 000 del primo numero, si arriverà alle 850 000 del maggio del 1945. Una delle rubriche più seguite, intitolata “Le vespe”, era nutrita di pettegolezzi su uomini politici e intellettuali. Le vespe riprendevano l’omonima rubrica presente nel primo giornale che Giannini aveva fondato, a diciotto anni, “Il domani”, ma si percepiva anche l’influenza stilistica del giornale umoristico napoletano “Monsignor Perelli” cui Giannini aveva collaborato.
Il neo movimento ebbe tra le sue fila il calabrese Vincenzo Tieri di Corigliano (padre dell’attore Aroldo Tieri), che, da deputato e da segretario generale del Fronte, fondò successivamente il Partito Qualunquista Italiano.
Guglielmo Giannini, sparì velocemente come era nato, lasciando molti orfani che si dispersero nella Democrazia Cristiana, nel Partito Monarchico, nel Partito Liberale e, in minima parte, nel nascente Movimento Sociale Italiano.
Giannini praticava una forma di umorismo, o meglio di satira, piuttosto pesante, di grana grossa, che arrivava a trasformare l’espressione “vento del nord” (ossia la spinta a un rinnovamento morale, prima che politico, venuta dalla vittoria della Resistenza) in “rutto del nord”. Ma era un umorismo che faceva presa sugli scontenti (che erano milioni nel clima così difficile del dopoguerra), sugli epurati e su chi temeva d’essere epurato.
Scopo dell’ideatore era dare voce alle opinioni dell’uomo della strada, contrario al regime dei partiti e a ogni forma di statalizzazione. Fin dal primo numero la posizione del settimanale fu chiara: contraria al fascismo, di cui condannava il centralismo decisionale, ma anche al comunismo e agli “antifascisti di professione”, accostati al primo fascismo per l’accento epurazionista dei primi anni del dopoguerra.
Paradossalmente, quindi, il giornale era accusato di essere cripto-fascista e per questo motivo venne chiesta a più voci la soppressione della testata. Il 5 febbraio 1945 Giannini fu denunciato dall’alto commissario dell’epurazione, Ruggero Grieco, senza esito alcuno. A un certo punto, a seguito dall’indirizzo fortemente polemico del giornale, Guglielmo Giannini fu sospeso dalla direzione del giornale medesimo. A sostituirlo fu uno dei suoi più bravi disegnatori. Tale Girus.
Chi era costui? Era Giuseppe Russo (Catanzaro 1888 – Roma 1960) e faceva l’odontotecnico a Catanzaro. Per diletto disegnava caricature che esponeva nella vetrina della cartoleria Filardo che si affacciava sul centralissimo Corso Mazzini del Capoluogo, destando l’interesse dell’intera cittadinanza che si riversava soprattutto il sabato per ammirare le sue tavole. Un bel giorno capitò nel capoluogo calabrese Pio Vanzi (1884-1957), giornalista, scrittore e cineasta; figlio di Leonetto Vanzi, giornalista de “La Nazione”, e di Fanny Mussini, poetessa e scrittrice. L’incontro tra Russo e Vanzi fu una folgorazione per quest’ultimo perché accettò di farsi fare una caricatura dal giovane professionista che coltivava la stessa passione del forestiero. Fu così che Pio Vanzi – umorista e redattore capo del mensile romano “Noi e il mondo” di Lucio d’Ambra – scoprì il talento calabrese, portandoselo a Roma. Da quel momento Giuseppe Russo diventò Girus, il nome d’arte con cui firmerà tutte le sue opere.
Nella capitale ottenne subito un grande successo per quei bozzetti legati all’attualità dello spettacolo e della politica. Fu uno dei maggiori e popolari caricaturisti e disegnatori del suo tempo. La sua firma, appunto sotto lo pseudonimo Girus, comparve per 40 anni nei maggiori quotidiani e nei più importanti periodici italiani con varie pubblicazioni, su l’”Asino”, su “Il Becco giallo”, sul “Guerin Meschino”, sul “Travaso”. Si cimentò, con buoni risultati, anche nel fumetto, disegnando alcuni personaggi per il “Corriere dei piccoli”, come le storie a puntate “Il tesoro dei Caracai”. Il Corriere dei Piccoli, nel corso del 1933, non cercò affatto di modificare la sua impostazione, che aveva già modernizzato da tempo. Era il periodo di Pier Lambicchi e “l’Arcivernice” di Giovanni Manca, di “Marmittone” di Bruno Angoletta, di “L’elefante Bunzibù” di Antonio Rubino, dello sperimentale “Pierino” di Carlo Bisi e del ritorno di “Bilbolbul”.
Fra i racconti letterari spiccavano quelli di Elsa Morante. Solo sull’ultimo numero del settimanale apparve la prima puntata di quella che sicuramente volle essere una risposta ai fumetti avventurosi della concorrenza: la storia a puntate “Il tesoro dei Caracai” disegnata sempre da Girus. Ed ancora: sono suoi i disegni de “Le fatiche di Ercole” e “Il castello dei misteri”, sempre nel biennio 1933-1934.
L’immediata notorietà Girus l’ebbe soprattutto collaborando, sin dal primo numero, con “Il Becco giallo”, fondato a Roma da Alberto Giannini nel 1924. Un settimanale satirico che si avvalse anche della collaborazione di un giovane Corrado Alvaro.
Girus trattò la satira politica tra gli anni Venti e Sessanta, attraversando il fascismo e l’antifascismo, il moralismo e il qualunquismo, la dittatura e la democrazia. Già all’esordio si caratterizzò come mordente vignettista politico. Erano gli anni della prima guerra mondiale quando ideò mitici personaggi e celebri immagini: nel 1917 disegnò il famoso manifesto “Date denaro per la vittoria” e fu il primo, con un tocco di genio, a tratteggiare il Duce con la mascella quadrata e gli occhi sporgenti. Negli anni Quaranta lavorò al “Merlo Giallo” e a “L’Uomo Qualunque”, il citato giornale-partito. Quando Giannini fu sospeso dalla gerenza, Girus assunse provvisoriamente la direzione del settimanale qualunquista.
I ritratti e le vignette illustravano appieno la felice mano di Girus: il tratto era veloce ma preciso, cogliendo l’aspetto psicologico dei personaggi nei loro tic e nella fisionomia di ciascuno, per poi farli rivivere nelle sintetiche scene di costume, spesso arricchite da calzanti didascalie. Tuttavia la maggior parte delle sue vignette erano destinate a “Il Travaso”, rivista diffusissima di umorismo. Girus, che aveva anche disegnato il Gobbo del Quarticciolo (alias Giuseppe Albano di Gerace), si portò dietro una macchia: nel 1938 firmò il manifesto della Razza.

*giornalista e scrittore

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