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operazione scolacium

L’egemonia criminale del clan tra intimidazioni ed estorsioni. «Giovanotto, servono i soldi!»

I danneggiamenti ai mezzi delle ditte. I soldi chiesti in cambio di protezione. Le mosse della cosca per non perdere “credibilità”

Pubblicato il: 22/02/2024 – 17:01
L’egemonia criminale del clan tra intimidazioni ed estorsioni. «Giovanotto, servono i soldi!»

CATANZARO «Però ogni fine mese se riesci due, trecento euro… viene uno, e hai un pensiero di meno e non ti caga il cavolo nessuno!». È un sistema estorsivo fatto di minacce, danneggiamenti e “protezioni” promesse quello che emerge dall’operazione “Scolacium”, eseguita stamattina dai Carabinieri su richiesta della Dda di Catanzaro. 22 le persone arrestate, di cui 19 in carcere e 3 ai domiciliari. Tra questi, presunti esponenti dei clan di Roccelletta e di Vallefiorita. L’inchiesta rivela l’egemonia criminale dei Catarisano e dei Bruno, capaci di riorganizzarsi in seguito alle passate operazioni delle forze dell’ordine, favorendo un “cambio generazionale” all’interno delle cosche. Equilibri mafiosi e potere criminale imposti grazie all’ausilio di continue intimidazioni, danneggiamenti ed estorsioni ai danni di imprenditori e politici della provincia catanzarese.

Il danneggiamento a un escavatore

«Quella sera sono andato a bruciare l’escavatore perché pensavo che c’eri tu nel mezzo». Intercettati, Bruno Abbruzzo e Massimo Citraro, entrambi arrestati e ritenuti rispettivamente sodale e a capo delle attività criminali della cosca Catarisano, commentano un’intimidazione avvenuta pochi giorni prima a una ditta edile della zona. «Quando devi fare una cosa compà la devi fare in maniera decisa». È lo stesso Citraro a descrivere l’avvenuto incendio di un escavatore impegnato nei lavori del rifacimento di una strada. «Tanto fino a quando chiamano i pompieri… le fiamme sono arrivate sopra la pala eolica … però le fiamme tanto che si sono liberate si è visto giorno, dieci minuti ed è arrivata all’olio». Alla base dell’atto intimidatorio, non tanto una motivazione di tipo economico, ma, rilevano gli inquirenti, gli indagati avrebbero agito «per rinforzare la forza di intimidazione della cosca di cui gli indagati fanno parte». Una questione, dunque, di “credibilità criminale”, come emerge dalle stesse parole di Abbruzzo: «Se non facevamo come abbiamo fatto, perdevamo tutto, compare. Non abbiamo credibilità non abbiamo niente senza questa cavolo».

Le estorsioni a imprenditori e commercianti

Un controllo criminale del territorio che, oltre alle intimidazioni, prevedeva l’uso delle estorsioni per imporre il potere mafioso. Sono diversi gli episodi raccontati dagli inquirenti in cui, grazie alle intercettazioni, si riesce a ricostruire il modus operandi degli indagati. Come nel caso di una richiesta estorsiva perpetrata ad un imprenditore di una ditta edile e raccontata in un’intercettazione da Antonio Paradiso, arrestato e ritenuto sodale dei Catarisano. «… gli ho detto: “Giovanotto, a me mi hanno mandato, servono qua… i soldi! Se ci puoi dare una mano..”». Per gli inquirenti non c’è dubbio che parlasse a nome della cosca. «Abbiamo tanti impicci..» tra cui «gli avvocati..», per cui la richiesta doveva essere «sostanziosa…». Paradiso indica poi pure la cifra necessaria, ovvero tra i 500 e i 1000 euro. «Compare, dai, che pure cinquecento euro, le mille euro, facciamo una colletta per questa volta, che cazzo fai con quelle cinquecento euro, mille euro, vale la pena…».

Soldi e consumazioni gratuite in cambio di protezione

Quota mensile di circa 200-300 euro e consumazioni gratuite. Sono le regole imposte, sotto forma di estorsione, a un altro imprenditore della zona che sempre a Paradiso aveva manifestato la volontà di rilevare un’attività commerciale. Richiesta che sarebbe stata accolta a patto che venissero garantiti «due trecento euro..». In cambio avrebbe ricevuto la protezione del gruppo criminale. «Ti presento una persona e non viene nessuno che ti rompe il cavolo, ti prendono la birra e non te la pagano, tu stai bello tranquillo!». Imposizioni che non sarebbero piaciute all’imprenditore, tanto da indurlo a rinunciare all’idea di acquistare l’attività. Lo stesso sarebbe poi rimasto vittima di un’aggressione da parte di terze persone, come racconta lo stesso Paradiso. «Lo hanno portato fuori come un cane, lo hanno riempito di botte». L’indagato, rilevano gli inquirenti, non sarebbe stato per nulla sorpreso dell’aggressione, anzi ne avrebbe ulteriormente approfittato per rimarcare che per evitare la situazione avrebbe dovuto «garantirsi la tranquillità, accreditandosi presso la consorteria di appartenenza». (Ma.Ru.)

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