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Microfinanza, Stancato: «È la ricetta per rafforzare la resilienza della Calabria»

Il 94% dei richiedenti un microcredito è nato nella regione. Sono soggetti under 40 che chiedono di rimanere nei loro territori. L’esperta: «Un’altra Calabria non solo è possibile, c’è già»

Pubblicato il: 10/03/2024 – 10:09
di Roberto De Santo
Microfinanza, Stancato: «È la ricetta per rafforzare la resilienza della Calabria»

COSENZA Offrire opportunità diffuse sul territorio. Chance per scommettere sulle proprie capacità incrementando le possibilità di rimanere, magari, nel luogo dove si è nati. Una strategia che si rivela una straordinaria leva per innalzare la resilienza delle aree marginali, dove è più diffusa la presenza di soggetti fragili sotto il profilo economico. Persone che rientrano in quella platea di individui considerati tecnicamente “non bancabili”, esclusi in altre parole dall’offerta di crediti a causa della loro condizione socio-economica.
Sotto questo profilo la microfinanza rappresenta uno dei principali strumenti per far riprendere un percorso di crescita non solo al singolo soggetto, ma ad un’intera area. Creando le condizioni favorevoli per avviare un’attività sul territorio o per rafforzarne la presenza, infatti, le ricadute positive non tardano ad arrivare in termini di occupazione e reddito.
In questo senso il microcredito può rappresentare una via di sbocco per generare lavoro anche nelle aree interne e contrastare efficacemente il percorso di spopolamento, in atto in queste zone, affatto marginali del territorio.
Una scelta che potrebbe di per se rivelarsi vincente per le zone interne della Calabria. Ovviamente se inserita in una strategia complessiva di rilancio di queste aree che rappresentano una buona fetta del territorio regionale.
Nonostante questi aspetti, la diffusione di questo strumento in Calabria – seppur in crescita – resta ancora al di sotto delle reali potenzialità.

I dati


Dai numeri diffusi dal Fondo di Garanzia Medio credito centrale (Mcc) e rielaborati dal centro studi dell’Ente nazionale del mediocredito (Enm), dal 25 maggio 2015 al 30 settembre 2023 (ultimo dato disponibile) in Calabria sono state 1.614 operazioni ammesse al Fondo di Garanzia MCC, per un importo pari a 40,7 milioni di euro. Con un’incidenza sul totale nazionale del 7,1% in termini di operazioni e del 7,4% in termini di importo erogato.


Da quell’analisi emerge che l’importo medio del finanziamento è stato pari a 25.230 euro al di sotto della media nazionale. Numeri che dimostrano le potenzialità di crescita di un meccanismo che darebbe risposte importanti a quanti hanno la voglia di restare in Calabria. Soprattutto tra i giovani e che sono pronti a scommettere su se stessi. Almeno a giudicare sempre dal report di Enm, l’età media dei richiedenti è infatti pari a 35 anni e quasi 7 soggetti che hanno inoltrato una pratica di finanziamento – utilizzando il microcredito – sono under 40.
E a dimostrare che sono in tantissimi i calabresi che vogliono rimanere nella loro terra soccorre un dato certo: il 94% dei richiedenti è nato in Calabria.
Numeri e dati che confermano dunque che c’è voglia di “restanza” – per usare il termine caro al professor Vito Teti – e che uno degli strumenti per potenziare la resilienza dei territori esiste ed è insito nel potenziamento degli strumenti della microfinanza. Anche se da sola quella strada non basta. Lo dice a chiare lettere Katia Stancato, economista sociale e tutor dell’Ente Nazionale per il Microcredito. L’esperta di microfinanza e finanza agevolata, è la CEO e founder di Micreo Hub.

Katia Stancato, economista sociale e tutor dell’Ente Nazionale per il Microcredito

Le aree interne soprattutto in Calabria soffrono di un progressivo processo di rarefazione del territorio. A partire soprattutto da una sorta di desertificazione delle attività produttive. A cosa imputare principalmente questo fenomeno?
«Il rischio di desertificazione umana è elevato. I numeri sono impietosi: basti pensare alle 4 aree pilota selezionate dalla Regione Calabria per sperimentare la Strategia nazionale aree interne (Snai). Nel 2040, a parità di tasso di decrescita demografica dell’ultimo ventennio, queste aree perderanno 18mila abitanti, circa il 15% della popolazione residente. E su questo tema è molto chiaro ed eloquente il lavoro di indagine di Domenico Cersosimo, Stefania Chimenti e Sabina Licursi secondo cui lo spopolamento è la causa del declino economico, civile, ecosistemico. Credo che anche l’origine della desertificazione vada letta in chiave sistemica. Il processo di rarefazione è legato a fattori molteplici, al progressivo invecchiamento della popolazione, allo squilibrio tra mortalità e natalità, (molto ridotta e non compensata dai flussi interni), alla mancanza di infrastrutture, anche di natura sociale e alla fragilità del welfare tipica di questi territori».

Le aree Snai selezionate

È un processo inesorabile o viceversa è ancora possibile intervenire?
«Quello che si è innescato è un circuito vizioso: invertirlo è complicato ma non impossibile, a patto di considerare questi luoghi meta di vita e non solo borghi da cartolina. I piccoli comuni, spesso sono vittime della retorica romantica dei borghi, patrie di innovazione possibile. Sono invece luoghi dove chi resta a vivere, a lavorare, ad amministrare deve diffondere servizi di cittadinanza, che spesso mancano, e deve fare le cose: inventare un lavoro, mettere in moto una filiera operativa in grado di cambiare la vita dei singoli ma anche delle comunità che abitano. È faticoso questo sì, ma non impossibile».

Sempre più attività chiudono soprattutto nelle aree interne della Calabria

La strada della microfinanza è percorribile in un territorio che sembra essere così scarnificato sotto il profilo socio-economico?
«Spesso in questi paesi c’è una domanda di accelerazione e di trasformazione, tra le persone, questa è la restanza, cioè quella volontà di tornare e di stare dove un lavoro non c’è ma dove ce lo possiamo inventare. La restanza non è una briciola ma anima il desiderio di vivere nelle aree interne del 67% dei ragazzi che vi risiedono. Cosa significa? Vuol dire che c’è una possibilità di contrasto di quello che nel dibattito pubblico è definito il rischio deserto demografico e che pesa sulle prospettive delle nostre aree interne. La microfinanza in genere crea attenzione e aspettative perché può contribuire alla promozione di un reticolato di microimprese funzionali ai bisogni delle comunità locali. Può aiutare a innescare un processo di trasformazione attraverso piccoli ma diffusi sostegni all’investimento».

Nonostante i vantaggi del microcredito, lo strumento in Calabria resta ancora sotto poco utilizzato

Sotto questo aspetto c’è da fare anche i conti con un basso indice di utilizzo del microcredito in Calabria. Come incentivarlo in queste aree?
«Regione Calabria e Ente Nazionale per il Microcredito sono impegnati nella approvazione di progetti di promozione dell’autoimprenditorialità, penso al progetto ormai collaudato “YesIstartUp Calabria” nelle sue diverse declinazioni: dal coinvolgimento dei neet, dei professionisti e delle donne di ogni età e condizione. Inoltre, il coinvolgimento delle banche di Comunità è imprescindibile i progetti di cambiamento territoriale: sono quelle che naturalmente sono predisposte a investire e a dare fiducia ai territori. La loro diffusione è preziosa e sono tra le poche a promuovere il microcredito imprenditoriale, quello rurale dedicato alle piccole imprese agricole e, recentemente anche il cosiddetto microcredito di libertà quale sostegno per le donne vittime di violenza, anche economica».

Il poeta e performer Daniel Cundari che a Rogliano ha creato la Piccola Biblioteca di Cuti

Ma al di là di visioni romantiche, quali potrebbero essere le attività che potrebbero nascere in queste zone e reggere poi la competizione?
«Serve un intervento a più livelli come accade sempre nel caso dei fenomeni complessi. Nel concreto, e per spiegarmi, è necessario rafforzare un intervento politico volto ad alimentare e sostenere la restanza, la volontà di numerosi giovani di restare o tornare nelle aree marginali, magari dopo un percorso di istruzione intrapreso altrove. Si tratta, quindi, di diffondere misure di finanza agevolata e, al contempo, di potenziare i servizi collettivi. Se questo non avviene le imprese che nascono grazie agli incentivi, ad esempio, non troveranno terreno fertile per fiorire e consolidarsi. Allo stesso tempo dobbiamo promuovere un’operazione narrativa collettiva volta a costruire un racconto diverso di questi luoghi. La chiave romantica non serve, meglio quella creativa. Le aree interne possono diventare luoghi dove inventare una vita nuova diversa dalla retorica più diffusa. Ci sono tanti esempi. Uno su tutti: la Piccola Biblioteca di Cuti fondata e diretta dal poeta e performer Daniel Cundari a Rogliano, Cosenza, una World’s Smallest Library in grado di dare un senso diverso al piccolo comune cosentino. Penso anche a chi grazie alle misure dell’Ente Nazionale per il Microcredito, della Regione o di Invitalia, per esempio, ha aperto in questi anni B&B sostenibili, pensati per accogliere i turisti delle radici, interessati alla riscoperta dei luoghi più autentici e ricchi di storia. Oppure penso a chi ha avviato laboratori artigianali che riprendono, reinterpretandole, tradizioni locali dall’arte orafa al lavoro del cuoio, fino alla scuola musicale online specializzata nella tradizione locale e al rilancio della gastronomia tipica, tramite corsi digitali, di cucina che accendono un riflettore sui piccoli paesi. Non faccio questi esempi a caso: raccontano le storie di tanti piccoli imprenditori emergenti che ho supportato in questi anni attraverso l’assistenza tecnica e che ringrazio. Mi hanno dimostrato che un’altra Calabria non solo è possibile, c’è già».

Lento pede. Vivere nell’Italia estrema (Donzelli 2023), a cura di Domenico Cersosimo e Sabina Licursi

Citava lo studio realizzato da Domenico Cersosimo, Stefania Chimenti e Sabina Licursi in cui emerge che due giovani su tre vorrebbero rimanere nonostante le difficoltà. Ma ci si scontra con la dura realtà fatta di una progressiva riduzione dei diritti minimi, come la salute, la scuola, la mobilità. C’è bisogno dunque di recuperare anche sotto questo aspetto?
«Sì certo. Sottolineo servono infrastrutture materiali, immateriali e sociali. Non solo strade ma servizi di prossimità e cura. Non può esistere, per principio, una cittadinanza di serie B. Eppure chi vive nelle aree marginali la sperimenta quotidianamente. Qui permane uno stato di difficoltà moltiplicata. Raggiungere una scuola è più difficile, entrare in una biblioteca anche, così come arrivare in un presidio ospedaliero: il rischio è che i diritti, ad esempio quello alla salute, siano affievoliti, progressivamente indeboliti fino a considerarli non più fondamentali, ma accessori. In questo contesto anche le aspirazioni personali diventano più fragili e alimentarle è spesso faticoso ed arduo. Me ne rendo conto attraverso il lavoro che faccio. Quando i giovani “marginali” non sognano più un futuro qui, a scomparire è il domani di intere comunità. Dobbiamo invertire la rotta, non è solo giusto, è strategico per la Regione e, allargando lo sguardo, per l’intero paese».

Risorse e programmazione nel tempo non sono mancati per sostenere lo sviluppo di queste aree. A partire dalla Strategia nazionale per lo sviluppo delle aree interne. Eppure. Cosa non ha funzionato?
«Durante la prima edizione del Piccolo Festival della Microfinanza, iniziativa di cui sono portavoce, pensata per diffondere nelle aree marginali gli strumenti dell’inclusione finanziaria, il tema è stato centrale. Per affrontare le sfide delle aree marginali non basta adottare un approccio geografico o dimensionale. Non parliamo, cioè, solo di paesi isolati o di comuni piccoli ma di luoghi essenzialmente e profondamente diversi dagli altri. Dobbiamo progettare, quindi, le politiche di sviluppo delle aree marginali con un approccio non standard. Va ribaltato lo sguardo: questi luoghi possono diventare piccole patrie di trasformazione dove, ad esempio, sperimentare forme di economia più inclusiva, giusta, diffusa. Dobbiamo riportare al centro del pensiero pubblico i cittadini “ai margini” magari coinvolgendoli nel design dei servizi di cui loro stessi usufruiranno. Chi vive nelle aree marginali è portatore di una conoscenza preziosa per i policy maker: l’esperienza, del tutto differente da quella di chi abita altrove. Insomma, per affrontare le sfide dello spopolamento dobbiamo dare voce e dignità alla restanza, a chi la porta. La microfinanza è preziosa proprio perché va in questa direzione». (r.desanto@corrierecal.it)

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