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la ricostruzione

Nella “Valle dell’Esaro” esiste una associazione di narcos

Le motivazioni della sentenza. Non ci sono elementi sufficienti a definire il “Gruppo Presta” una potenziale associazione mafiosa

Pubblicato il: 22/03/2024 – 11:32
di Fabio Benincasa
Nella “Valle dell’Esaro” esiste una associazione di narcos

COSENZA «A parere del collegio, sebbene il compendio probatorio in atti abbia offerto spunti, argomenti conducenti circa una organizzazione criminale dedita ad attività illecite anche diverse da quelle concernenti il traffico di sostanze stupefacenti, e caratterizzata da elementi quali: l’esistenza della bacinella; il pagamento di stipendi agli associati; il sostegno economico rivolto ai sodali in stato di detenzione e il pagamento delle spese legali in favore degli appartenenti; i rapporti con esponenti di altre associazioni criminali operanti sul territorio e il riconoscimento del ruolo di vertice rivestito da Franco Presta (detenuto al 41 bis) prima del suo arresto, tali elementi non raggiungono il livello di prova, né quello indiziario, necessari ai fini del riconoscimento dell’aggravante in questione».
E’ questo il sintetico ma cruciale passaggio contenuto nelle motivazioni con le quali il Collegio giudicante del Tribunale di Cosenza ha emesso, lo scorso 20 dicembre, la sentenza di condanna nei confronti degli imputati ritenuti parte del “gruppo Presta”, un’associazione “semplice” e non di ‘ndrangheta. E’ questo l’elemento più rilevante, vero ago della bilancia tra le richieste e la ricostruzione dell’accusa, la Dda di Catanzaro rappresentata in aula dal pm Alessandro Riello e dal giudizio emesso dal Tribunale (presidente Carmen Ciarcia). In buona sostanza, nella Valle dell’Esaro insiste un’organizzazione dedita soprattutto allo spaccio di droga ed attiva a Tarsia, AltomonteSpezzano Albanese, San Lorenzo del Vallo e Roggiano Gravina, ma priva di requisiti mafiosi.

La struttura dell’organizzazione

Da quanto si legge nelle 468 pagine di motivazioni e riprendendo le dichiarazioni rese dal pentito Roberto Presta, emerge una organizzazione di tipo verticistico, con a capo, nel periodo di riferimento, Antonio Presta, fratello del collaboratore di giustizia, operativa anche nell’ambito del traffico di sostanze stupefacenti. In base alle confessioni rese in aula e nei verbali riempiti nel corso degli interrogatori seguiti alla decisione di collaborare con la giustizia, Roberto Presta delinea le caratteristiche dell’associazione, costituita dagli elementi tipici: capi, organizzatori e gregari, zone di riferimento «con sinallagma economico a caratterizzazione criminale di accumulazione di capitale». Il core business del gruppo è senza dubbio lo spaccio di stupefacenti, iniziato da Antonio Presta nel 2006 nel territorio di Reggiano Gravina,« con l’ausilio di Roberto Presta e di Mauro Marsico (che si occupava del rifornimento della sostanza attraverso suoi canali)». L’attività poi si era ingrandita, con l’inserimento stabile di altri soggetti. A tal proposito, l’impianto verticistico non si reggeva solo sulla figura di Antonio Presta ma anche su altri soggetti, come Francesco Ciliberti, genero di Franco Presta e Giuseppe Presta, che intervenivano «nelle decisioni circa l’acquisto della sostanza stupefacente e la destinazione dei proventi».

L’assenza di elementi «incontrovertibili»

Nonostante la presenza di alcune caratteristiche riferite e riferibili ad una potenziale associazione mafiosa, secondo i giudici deve riconoscersi la mancanza di alcuni elementi incontrovertibili per supportare tale tesi. «I singoli aderenti alla cosca di ‘ndrangheta e la coincidenza o meno con gli appartenenti all’associazione, i ruoli di ciascuno e i mezzi impiegati per il compimento delie attività criminali della cosca, la stessa individuazione di tali attività illecite, diverse da quelle concernenti la violazione della normativa in materia di sostanze stupefacenti; le concrete, eventuali, modalità di agevolazione, attraverso queste, della distinta cosca di ‘ndrangheta e la consapevolezza, in capo agli imputati, di tale indirizzo finalistico». Per il Collegio giudicante, «sulla base del complessivo compendio probatorio può affermarsi la ricorrenza di tutti gli elementi che, consentono di affermazione l’esistenza di un sodalizio criminoso dedito al traffico degli stupefacenti». Ma nulla di più.

I possibili riflessi su “Reset”

Quanto messo nero su bianco dai giudici nella motivazione della sentenza del processo “Valle dell’Esaro” avrà conseguenze sugli altri procedimenti in corso contro la ‘ndrangheta cosentina. E’ chiaro il riferimento a “Reset” ed alla Confederazione di più clan. Qual è, se c’è, il ruolo del “Gruppo Presta” nella syndacation della mala bruzia? Quest’ultima è stata “riconosciuta” dal Collegio giudicante del tribunale di Cosenza, in occasione della sentenza emessa al termine del processo di primo grado scaturito dall’inchiesta “Testa del Serpente” (una costola di “Reset”). Nelle motivazioni della sentenza di condanna si fa riferimento alla “Confederazione quando mette nero su bianco: «Il portato istruttorio evidenzia l’esistenza della Confederazione che agiva per il tramite di Porcaro Roberto, figura di spicco della cosca Lanzino-Ruà-Patitucci nel periodo di riferimento e trait d’union delle due consorterie degli “Italiani” e degli “Zingari”». Non l’unico riconoscimento dell’esistenza della consociazione criminale. «Abbiamo le prime tracce della nascita della Confederazione, della bacinella comune e della legittimazione degli Zingari all’epoca guidati da Franco Bevilacqua, detto “Franchino i Mafalda”», ha avuto modo di asserire – in qualità di testimone – il dirigente della Polizia di Stato Fabio Catalano. Chiamato a riferire, in aula bunker a Lamezia Terme, i dettagli del lavoro svolto nell’ambito dell’inchiesta “Reset”.
(f.benincasa@corrierecal.it)

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