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Iannacone: «La Calabria una terra che consente di vedere cose che si proiettano nel futuro»

Il giornalista torna su Rai 3 con “Che ci faccio qui”, un viaggio nel profondo Sud del Paese

Pubblicato il: 30/05/2024 – 7:19
Iannacone: «La Calabria una terra che consente di vedere cose che si proiettano nel futuro»

ROMA “Dopo due anni e mezzo riallaccio la trama del mio racconto, per capire dove è andato il paese in questo tempo”. Domenico Iannacone torna il 30 maggio su Rai 3 in prima serata con “Che ci faccio qui”. Una nuova serie in tre puntate, prodotte da Ruvido Produzioni, in cui l’autore ripercorre, a distanza di diversi anni, un viaggio nel profondo Sud del Paese. “L’idea era di tornare a distanza di tempo nei luoghi che avevo già attraversato – spiega all’ANSA -. Questo mi ha consentito di scattare foto dello stato dell’arte, verificare cosa è accaduto, capire se le storie sono andate avanti o sono rimaste irrisolte. Per me un lavoro sociologico, un reportage che ha che fare con le dinamiche del paese e ne esce una fotografia impietosa e straniante”. Nella prima puntata Iannacone torna in Calabria, terra dai forti contrasti, per ritessere le fila dell’esistenza di chi si batte per la dignità umana. Bartolo Mercuri, piccolo commerciante di mobili della Piana di Gioia Tauro, che con la sua associazione “Il Cenacolo” non ha mai smesso di aiutare i migranti, porterà lo spettatore nella tendopoli di Rosarno. “È una terra martoriata dal problema dell’immigrazione ancora irrisolto – sottolinea il conduttore -, perché le tendopoli sono diventate baraccopoli, il bracciantato è rimasto quello, la speculazione, la sofferenza è rimasta lì senza che nessuno faccia nulla. Restano solo le dinamiche manipolate dalle tv, quando si fa talk show senza parlare di soluzioni al problema”. Protagonista della prima puntata anche Antonino De Masi, che continua a combattere la sua battaglia contro le cosche, protetto dall’esercito che piantona giorno e notte la sua azienda nel porto di Gioia Tauro. Scortato da anni, insieme alla famiglia costretta a vivere al Nord in un luogo protetto, l’imprenditore calabrese sta pagando a caro prezzo la scelta di denunciare la ‘ndrangheta. Il viaggio prosegue a Mammola, ai piedi dell’Aspromonte, dove Nik Spatari, artista visionario, sordo, amico di Picasso e Le Corbusier, alla fine degli anni ’60 fondò, dai ruderi di un vecchio monastero, il Musaba: un museo laboratorio d’arte contemporanea al cui interno è custodito “Il sogno di Giacobbe”, da molti definito la Cappella Sistina della Calabria. “La Calabria è una terra che consente di vedere anche cose che si proiettano nel futuro – racconta Iannacone -. È la schizofrenia del nostro paese, che a volte ci amareggia e a volte ci stupisce. Ciò che sembra ancorato al passato improvvisamente si libera e ci proietta verso il futuro”. È il caso di Gianluigi Greco, un professore universitario che insegna informatica all’Unical di Cosenza ed è uno dei massimi esperti internazionali di intelligenza artificiale. Oggi quasi tutti i suoi allievi trovano lavoro presso una multinazionale giapponese che ha trasferito proprio in Calabria uno dei tre poli mondiali dell’IA. Tappa anche a Oppido Mamertina, tristemente nota per fatti di ‘ndrangheta. “Qui un prete ha deciso accogliere i malati di Aids che nessuno voleva – fa sapere il giornalista -. Sono ospitate ancora 18 persone affette da Aids, mentre altre sono state sepolte lì perché ripudiate dalle famiglie”. Infine nella terza puntata – anticipa Iannacone – “torno a Caivano, dove oggi ci sono grandi parate. Io invece vado nella stessa scuola che ho raccontato anni prima e con la preside ci spostiamo a Modena dopo i ragazzi di quell’istituto hanno trovato lavoro. Un modo per dimostrare che la scuola permette di salvarsi, al di là delle parate e degli eserciti”. “In questi due anni di assenza ho cercato di mantenere in vita il mio modello di racconto a teatro – ricorda il conduttore -. Ho pensato che il palco potesse darmi maggiore libertà di movimento. Poi ho avuto offerte per andare in altre tv, ma la mia casa è il servizio pubblico. Ho aspettato che mi richiamasse, perché penso di aver raccontato storie con quell’onestà che solo il servizio pubblico può garantire. Ho 62 anni, 20 anni passati a Rai3, e vorrei chiudere la mia carriera qui e non altrove”. (ANSA).

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