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Due donne leader in campo eppure l’astensionismo è rosa

Deluse dalla politica e assenti alle urne: per 6 su 10 non c’è domani

Pubblicato il: 16/06/2024 – 12:31
Due donne leader in campo eppure l’astensionismo è rosa

ROMA «La coda per la strada. L’emozione incontenibile. Il sogno realizzato di salire la scala, entrare nel seggio, pulire la bocca dal rossetto e assicurarsi che, sì, c’eravamo. Abbiamo votato anche noi per il domani dell’Italia. Le immagini finali del film di Paola Cortellesi C’è ancora domani, che hanno commosso le sale dei cinema quest’anno e innescato il dibattito ancora inesaurito sull’importanza del voto delle donne e sul loro ruolo irrinunciabile nella costruzione della Repubblica, sembrano sbiadire davanti agli esiti impietosi dell’ultima tornata elettorale. E va bene, ripetono gli analisti, al non voto femminile eravamo già abituati da anni, la tendenza è assodata a tutte le età e lungo tutta la cosiddetta piramide sociale – che nel nostro Paese aderisce impietosamente alla cartina geografica dello Stivale –, ma il dato messo nero su bianco dai conteggi definitivi dei sondaggi circa quanto accaduto il weekend scorso è di quelli da dimenticare. O meglio, da attraversare e metabolizzare, per capire dove si è sbagliato e come cambiar rotta»: inizia così l’articolo con cui Viviana Daloiso commenta i dati elaborati da Swg per “Avvenire”. Cifre inoppugnabili e ostinate che indicano come l’astensionismo abbia riguardato molto di più l’elettorato femminile, nonostante la presenza di due donne leader. Cosa sta succedendo?

Scomparse

Il quotidiano della Cei nota che «tra chi non è andato a votare, e cioè oltre la metà degli italiani di cui tanto si è parlato negli ultimi giorni, la maggior parte sono state proprio donne. Del tutto disinteressate alla campagna elettorale, tiepide nei confronti delle istituzioni europee e persino in quelli delle due leader donne (la premier Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia ed Elly Schlein per il Partito Democratico) che per la prima volta si scontravano nell’agone della politica nazionale. Le cifre sono impietose, per Avvenire le ha elaborate in esclusiva Swg: se fra gli uomini la barra dell’astensionismo si è spinta fino a un già drammatico 46%, per le donne è salita oltre il 59%. Un secco 13% di differenza, oltre che un aumento dell’11% rispetto al numero di elettrici che avevano già scelto di non recarsi alle urne nella tornata del 2019 (all’epoca s’erano attestata al 48%). Come dire: la situazione è in peggioramento, senza che le conquiste in termini di rappresentanza a livello politico abbiano sortito effetti concreti, né le forme organizzate di protesta contro discriminazioni di genere e diseguaglianze».
«Le risposte affondano nelle specificità territoriali e culturali, ovviamente, ma hanno alcune matrici comuni – spiega Cristina Pasqualini, sociologa dell’Università Cattolica che collabora con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo , prima fra tutte l’evidente incapacità da parte della politica di rappresentarle, le donne».  

Le priorità

Scrive ancora Daloiso: «Vengono in mente le manifestazioni di donne che hanno infiammato il Paese in autunno, subito dopo il terribile femminicidio di Giulia Cecchettin, la richiesta agitata con rabbia nelle piazze (assieme alle chiavi) di uno sguardo sul dramma delle violenze e dei femminicidi: “Proteste che non sono state incanalate in un percorso realmente costruttivo di cambiamento – rileva la prorettrice dell’Università Bocconi Paola Profeta –, come se l’azione politica non riuscisse a superare la contingenza dei singoli problemi, di volta in volta ridotti a discorso ideologico, in una dinamica di polarizzazione delle posizioni che non arriva mai a incidere davvero nella quotidianità delle donne: così oggi ci troviamo con un Family Act di fatto fermo, con la cancellazione quasi totale di percorsi di empowerment e occupazione femminile, con un dibattito da parte del governo sbilanciato sui figli piuttosto che sul lavoro e da parte delle opposizioni quasi completamente incentrato sui diritti, penso in questo caso a quelli Lgbt o di adozione da parte delle coppie gay, che riguardano una minoranza della popolazione: la maggioranza delle donne non vi si riconoscono”, ergo la stessa maggioranza non si riconosce in nessuno».
«Le donne che hanno seguito la campagna elettorale d’altronde sono state anche meno di quelle che hanno votato, e quelle che hanno votato lo hanno fatto seguendo l’andamento nazionale con pochi discostamenti – spiega Rado Fonda, responsabile ricerche di Swg –: nel 28% dei casi, cioè, hanno premiato Fdi, nel 9% Forza Italia e nel 10%, qui un punto percentuale in più rispetto agli uomini, la Lega». Vale a dire che nel 47% dei casi hanno confermato la linea della maggioranza di governo, non importa la posizione così tanto contestata sull’aborto. «Nel 25% dei casi, invece hanno votato Pd e nell’11% Movimento 5 Stelle, con un picco al Sud relativamente al partito di Conte del 16,4% contro il 13% degli uomini. Segno che il fattore economico, e la variabile reddito di cittadinanza, in questa parte del Paese ha evidentemente non solo più peso, ma più peso per il genere femminile, evidentemente lontano dal mondo del lavoro».

Il lavoro e il cambiamento

Che proprio l’occupazione, per altro, sia la variabile davvero incisiva sul desiderio di partecipazione alla vita democratica del Paese lo dimostrano i dati che guardano oltre a quelli di genere: l’astensione s’è fermata a poco più del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici autonomi, tanto per fare un esempio, e ha toccato quasi il 60% nel caso dei ceti bassi.
Le cose cambieranno? Forse. «Ora occorre prendere atto di una doppia sconfitta – continua Profeta –: una di noi donne, che non abbiamo saputo onorare la battaglia fatta sul voto da chi ci ha preceduto; una della politica, per averci anestetizzato». Ma è proprio la politica ora che dovrebbe cogliere l’opportunità di recuperare una fetta di elettorato decisiva muovendo le leve giuste per risvegliarne passione e fiducia. «Deluse non significa perse. Le donne, come i giovani, stanno solo aspettando che cambi l’aria – conclude Pasqualini –, per rimettersi in moto e diventare protagoniste di un percorso di partecipazione senza cui nessuna democrazia può sopravvivere a lungo». Nemmeno la nostra. Questa la chiusa agrodolce dell’articolo dell’Avvenire.

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