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‘Ndrangheta e le accuse (cadute) contro il poliziotto. Verdelli «non ha favorito gli Anello-Fruci»

Per i giudici non c’è alcuna prova concreta del «contributo funzionale alla cosca» e i fatti «non possono essere posti a fondamento di una sentenza di condanna»

Pubblicato il: 23/12/2024 – 18:13
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta e le accuse (cadute) contro il poliziotto. Verdelli «non ha favorito gli Anello-Fruci»

VIBO VALENTIA Violando i doveri inerenti alle sue funzioni e abusando della sua qualità di Pubblico Ufficiale (Assistente Capo della Polizia di Stato) avrebbe acquisito «notizie d’ufficio che dovevano rimanere segrete, rivelandone e agevolandone la conoscenza di Nicola Antonio Monteleone» e, inoltre, avrebbe contribuito «al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi del clan di ‘ndrangheta Anello-Fruci». Queste le accuse della Distrettuale antimafia di Catanzaro rivolte a Pietro Verdelli – difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzoimputato nel processo “Imponimento” al termine del quale è stato assolto «perché il fatto non sussiste».

Le accuse

All’assistente Capo della Polizia di Stato, infatti, l’accusa aveva contestato reati quali rivelazione di segreto d’ufficio e di concorso esterno nell’associazione mafiosa. A parere del Collegio, però, «gli elementi non consentono di ritenere provato, oltre ogni ragionevole dubbio, il reato di rivelazione di segreto d’ufficio». Secondo i giudici «non vi è dubbio che la persona chiamata “Pietro il poliziotto” di cui parlava Monteleone fosse l’imputato mentre l’impostazione accusatoria «si fonda sul presupposto che oggetto della rivelazione fosse l’esistenza di relazioni di servizio nelle quali si dava atto dei rapporti di frequentazione di Monteleone e Rocco Anello Rocco (cl. ’61)» e che l’autore della rivelazione fosse proprio Verdelli. Secondo i giudici, però, le conversazioni «non confermano tale assunto», scrivono le motivazioni.


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I presunti rapporti con Monteleone e Rocco Anello

L’assistente capo della Polizia di Stato era stato tirato in ballo nell’inchiesta “Imponimento” perché, secondo l’accusa, «Monteleone avrebbe chiesto il suo aiuto per avere informazioni su una relazione scritta dai carabinieri in cui risultava essere in presenza di Rocco Anello». Tramite un virus sui cellulari, i finanzieri avevano captano una conversazione tra Antonio Monteleone, Rocco Anello e Nazzareno Bellissimo. È in questa circostanza che Monteleone ai due riferisce che “Pietro il poliziotto” «gli avrebbe accennato che la relazione riguardava il fatto che i carabinieri l’avevano visto davanti ad un bar, probabilmente si trattava della stessa attività di bar sita a Filadelfia – è scritto nell’ordinanza – unitamente a Nazzareno Bellissimo e Rocco Anello. Dal contenuto di questa conversazione intercettata, a parere dei giudici «non può desumersi che Monteleone abbia appreso tale notizia da Verdelli» ma solo che, venuto a conoscenza della questione, «avrebbe chiesto all’amico “Pietro il poliziotto” di interessarsi della vicenda al fine di carpire più informazioni possibili». E in più, stando al materiale probatorio acquisito nel corso del dibattimento, secondo i giudici «non è possibile sapere se l’imputato abbia effettivamente dato seguito a quanto richiestogli». Il collegio giudicante, inoltre, sottolinea come in merito all’effettiva esistenza di tali relazioni di servizio non è stato compiuto alcun accertamento e, anzi, «i testi della difesa, Carabinieri che prestavano servizio all’epoca dei fatti presso la stazione di Polia, hanno espressamente dichiarato di non aver mai redatto tali relazioni e di non aver indagato su Monteleone». Per queste ragioni, dunque, i giudici hanno deciso di assolvere Verdelli.

«Nessun concorso esterno»

Stessa conclusione anche per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa contestata al poliziotto. Secondo la ricostruzione accusatoria, infatti, Verdelli avrebbe contribuito al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell’associazione, pur senza fame parte, fornendo, in qualità di Pubblico Ufficiale, «la notizia coperta da segreto di cui al capo che precede e garantendo l’impegno a risolvere i più svariati problemi degli appartenenti al sodalizio». E il riferimento è, in particolare alla vicenda legata all’incidente stradale occorso a Francescantonio Anello, rispetto al quale Verdelli «sarebbe intervenuto ricostruendo la dinamica dei fatti in senso favorevole ad Anello», annotano i giudici, «attribuendo agli automobilisti un concorso di colpa», nonché alla vicenda relativa alla multa ricevuta dal padre di Monteleone, il cui importo, a detta di quest’ultimo, sarebbe stato notevolmente ridotto grazie al poliziotto. Secondo i giudici, però, si tratta di fatti che «non possono essere posti a fondamento di una sentenza di condanna».

Le multe

Secondo il collegio giudicante, infatti, in merito alla vicenda legata alla guida di un veicolo sfornito di targa da parte del padre di Monteleone, l’affermazione di quest’ultimo secondo cui “alla fine ho pagato 220 euro di verbale, me ne hanno fatti 7 ma tutti ridotti” «nella sua genericità ed equivocità, non consente di ricostruire il contributo concreto, specifico e consapevole di Verdelli». Già perché sempre secondo i giudici non è possibile comprendere dalla conversazione richiamata, e in mancanza, tra l’altro, della materiale acquisizione di tali verbali, «come Verdelli, non presente al momento dell’applicazione della sanzione, avrebbe potuto garantirne la “riduzione”». E, tuttavia, secondo i giudici, anche a voler ritenere che l’imputato abbia effettivamente consentito al padre di Monteleone di ottenere una riduzione della sanzione pecuniaria, «tale condotta certamente non sarebbe idonea ad integrare un contributo significativo e funzionale alla vita dell’associazione o al suo rafforzamento».

L’incidente

Stesa conclusione per la vicenda legata all’incidente stradale del 2 agosto 2013. Secondo l’assunto della Pubblica Accusa, infatti, il contributo di Verdelli, nel caso specifico sarebbe consistito nel consentire ad Francescantonio Anello di ottenere il riconoscimento del concorso di colpa a fronte di una sua totale responsabile per il sinistro. Come riportano i giudici nelle motivazioni, però, dalle dichiarazioni dei testi della difesa è emerso che la ricostruzione della dinamica dei fatti effettuata da Verdelli «fosse condivisa con l’altro agente di pattuglia presente al momento dei fatti, il quale è pervenuto alle medesime conclusioni dell’imputato, nonché dai superiori gerarchici dello stesso Verdelli». Inoltre, il maresciallo della Stazione di Polia ha affermato di non aver mai ricevuto sollecitazioni di tal genere da Verdelli e anzi, seppur aveva stretto un rapporto di amicizia con quest’ultimo, «di non aver mai parlato con lui di questioni di lavoro». (g.curcio@corrierecal.it)

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