Il nuovo corso della mala cosentina, la centrale operativa e il ruolo dei «cinque colonnelli»
I gruppi sono «fluidi e mutevoli» ma sempre fedeli al “Sistema”. L’obiettivo è garantire un costante e tentacolare controllo del territorio

COSENZA «Questa porcheria deve finire, non voglio un figlio tossico, già sopporto che ho un figlio spacciatore». Lo sfogo, intercettato, è della madre di un pusher cosentino evidentemente preoccupata per le sorti del figlio. La dichiarazione è forte, il tono utilizzato è perentorio, sintomatico del disagio provocato dall’assunzione e spaccio di sostanze stupefacenti. La droga distrugge le famiglie, sgretola vite e rapporti. Il narcotraffico è al centro dell’inchiesta “Recovery“: nei giorni scorsi il pm Corrado Cubellotti ha chiuso la requisitoria nel procedimento celebrato con rito abbreviato, mentre quello ordinario è in corso in Corte d’Assise a Cosenza.
I «cinque colonnelli»
C’è un asse parallelo che attraversa il territorio di Cosenza e il suo hinterland caratterizzato dall’esistenza di una vasta associazione a delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio diffuso di sostanze stupefacenti. La Confederazione di ‘ndrangheta – come emerso nel corso delle più recenti operazioni della Dda di Catanzaro – governa il territorio e coordina l’azione quotidiano di chi esercita l’attività di spaccio anche per quanto attiene il pagamento della quota parte dei proventi destinati alla bacinella comune. Nonostante l’esistenza di un “Sistema“, più volte richiamato dai magistrati della Distrettuale antimafia, i gruppi sono caratterizzati da dinamiche «fluide e mutevoli» ma sempre riferite e riferibili alla gerarchia di un determinato gruppo. Nel caso degli “Italiani“, il pm Corrado Cubellotti – nel corso del processo abbreviato scaturito dall’inchiesta “Recovery” – individua la presenza di cinque «colonnelli» di Francesco Patitucci – ritenuto al vertice della Confederazione – ed assegna ad ognuno «ampia discrezionalità». Michele Di Puppo, Salvatore Ariello, Roberto Porcaro, Mario Piromallo e Antonio Illuminato, tuttavia, avrebbero gestito il business degli stupefacenti in maniera diversa pur garantendo il rispetto delle regole imposte dal “Sistema” e dunque la scelta dei fornitori selezionati al vertice. Nello specifico, secondo la ricostruzione dell’accusa, sono i cinque ad «assumere tutte le decisioni di maggior rilievo che attengono alla struttura associativa ed all’organizzazione generale dell’attività criminale», dettando «le direttive» ed impartendo «ordini ai singoli spacciatori sulle modalità dello spaccio al dettaglio», decidendo «la distribuzione della droga destinata alla vendita ai vari sodali» oltre al prezzo da praticare agli acquirenti.
L’ascesa di Sganga e Illuminato
L’attività investigativa della Dda parte da un dato incontrovertibile – all’indomani dell’operazione nome in codice “Reset” – il quadro della mala cosentina è completamente mutato. Gli arresti hanno decapitato alcuni dei sodalizi gravitanti nell’orbita della criminalità cosentina, aprendo alla possibilità di occupare lo spazio rimasto libero e scalare velocemente le gerarchie. Il pm Cubellotti si sofferma sulle figure di Gianfranco Scanga, «pronto a porsi come referente criminale, sfruttando il vuoto di potere determinatosi a seguito dell’operazione “Reset”», e Antonio Illuminato. Una figura, quest’ultima, che si caratterizza per la «spregiudicatezza, il dinamismo e l’intraprendenza», che «gli consentiranno di guadagnarsi la stima del boss che si tradurrà, dal punto di vista criminale, in una vera e propria investitura dall’alto di tale impatto da accelerarne l’ascesa». Un altro fattore determinante nella ricostruzione del ruolo assunto da Illuminato è il rapporto «privilegiato» con Silvia Guido «che gli consente un accesso più semplice al denaro della bacinella dalla stessa custodia». A cambiare non sono solo i volti dei presunti protagonisti di questa “nuova era” della mala bruzia, ma è anche e soprattutto il carattere dell’organizzazione che favorisce una «osmosi tra gruppi autonomi, che definisce il rapporto tra autonomia del singolo sodalizio e unitarietà dell’associazione dedita al narcotraffico».
L’associazione come una centrale operativa
L’esistenza dell’associazione mafiosa, per chi indaga, va ben oltre «il destino dei singoli sodali», dipende «dalla sua attitudine a garantire un costante e tentacolare controllo del territorio: condizionamento dell’economia locale, controllo della vita politica, assoggettamento omertoso». Il pm considera l’associazione “centrale operativa” capace di recuperare «compattezza strategica, unità di intenti, periodi alterni di alleanze e contrasti tra gruppi». (f.benincasa@corrierecal.it)
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