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Morte di Serafino Congi, dall’Asp nessuna chiarezza e sull’inchiesta interna cala il silenzio

Dopo un anno ancora nessuna novità dall’Azienda che respinge l’accesso agli atti. Un caso che diventa, oltre che giuridico, anche etico e politico

Pubblicato il: 02/01/2026 – 16:13
di Emiliano Morrone
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Morte di Serafino Congi, dall’Asp nessuna chiarezza e sull’inchiesta interna cala il silenzio

SAN GIOVANNI IN FIORE Il 7 gennaio 2025, il direttore generale dell’Asp di Cosenza, Antonio Graziano, annuncia a mezzo stampa l’avvio di un’inchiesta interna sulla morte di Serafino Congi, 48 anni, deceduto il 4 gennaio dello stesso anno a San Giovanni in Fiore, dopo una sequenza di eventi sanitari che solleva interrogativi alquanto pesanti su tempi e modalità dei soccorsi. È un atto pubblico, politico-amministrativo, che attribuisce all’Azienda sanitaria il compito di accertare fatti e responsabilità organizzative. Da quel momento, l’inchiesta non è più un affare interno, ma diventa materia di interesse pubblico primario. Tuttavia, a distanza di mesi, dell’esito di quell’inchiesta non vi è traccia pubblica. Pertanto, quale giornalista presento istanza di accesso civico generalizzato (Foia) alla relazione conclusiva dell’inchiesta interna, ai sensi dell’art. 5, comma 2, del d.lgs. 33/2013. Nella domanda, chiedo espressamente, ove necessario, il rilascio in forma parzialmente oscurata. È la prima richiesta, cui segue un sollecito. Ne scaturisce una sequenza di atti amministrativi che, letti nell’insieme, configurano un caso di scuola di elusione del Foia.

La risposta dell’Asp

L’8 agosto 2025 l’Asp di Cosenza emette il diniego, prot. gen. n. 115569. Il provvedimento richiama in modo cumulativo e astratto tre eccezioni: tutela delle indagini penali, regolare svolgimento delle attività ispettive, protezione dei dati personali. Non una parola, però, sul pregiudizio concreto e attuale che l’ostensione della relazione produrrebbe. Non una parola sulle parti specifiche eventualmente sensibili. Né una riga sulla possibilità – obbligatoria per legge – di accesso parziale. È una motivazione meramente riproduttiva della norma, in violazione diretta dell’art. 5-bis del d.lgs. 33/2013 e delle Linee guida Anac. Tecnicamente, trattasi di motivazione apparente.

L’ultimo diniego

Se non bastasse, il 30 dicembre 2025 l’Asp di Cosenza emette un secondo atto, prot. gen. n. 185862, firmato direttamente dal direttore generale Graziano. Qui il quadro si aggrava. Il provvedimento conferma il diniego in modo definitivo e per relationem, rinviando integralmente alla nota dell’8 agosto scorso, senza alcuna nuova istruttoria. Soprattutto, contiene due affermazioni oggettivamente false o comunque smentite dagli atti. Primo: il provvedimento richiama una presunta «nota PEC della S.V. prot. n. 168380 dell’08/08/2025», come se io avessi presentato in quella data una nuova istanza identica alla precedente. L’8 agosto 2025, però, non è la data di una mia istanza, bensì la data del diniego dell’Asp (prot. 115569). Siamo di fronte a un travisamento dei presupposti di fatto: l’amministrazione fonda la propria decisione su una ricostruzione documentale che non coincide con la realtà degli atti. Secondo: nello stesso provvedimento si afferma che la mia ripresentazione «non aggiunge nulla di nuovo». Anche questa affermazione è smentita documentalmente. La mia istanza motivata contesta punto per punto la carenza di motivazione, richiama l’obbligo di indicare il pregiudizio concreto, chiede l’accesso parziale, domanda se vi sia stato un formale coinvolgimento della Procura. Dire che non vi è «nulla di nuovo» significa non aver letto, oppure aver scelto di non valutare le mie deduzioni. Tecnicamente, vi è un difetto assoluto di istruttoria e un’illogicità manifesta.

L’intervento del direttore dell’Asp

Qui emerge una questione ulteriore, assai rilevante. Sul piano procedurale, nei procedimenti Foia, il riesame spetta al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (Rpct). Il direttore generale può intervenire come vertice amministrativo, ma quando lo fa per un diniego definitivo, privo di istruttoria autonoma e fondato su un rinvio meccanico, si assume personalmente la responsabilità amministrativa e istituzionale della scelta. Ora il problema non è più soltanto l’accesso agli atti, ma il loro il contenuto. Ed è a questo punto che il comportamento dell’Asp di Cosenza assume un rilievo ancora più grave, perché non consente di rispondere a domande tecniche precise, sulle quali l’inchiesta interna annunciata il 7 gennaio 2025 avrebbe dovuto garantire chiarezza. Che cosa ha effettivamente appurato l’inchiesta interna dell’Asp sui tempi del soccorso e sulle decisioni operative assunte il 4 gennaio 2025 nel caso di Serafino Congi? Quanti medici erano in servizio, quel giorno, nella Sala operativa di Cosenza deputata alla gestione dei soccorsi e dei trasferimenti interospedalieri, e con quali turnazioni e carichi di lavoro? Per quale motivo, a fronte di un quadro clinico ritenuto grave, non è stato disposto l’invio di un elicottero? L’elisoccorso era disponibile? È stato richiesto e negato, oppure non è stato neppure attivato? Da chi è stata assunta questa decisione e su quali presupposti clinici e logistici?

Non sterili polemiche, ma domande di interesse pubblico

Risulta che, nello stesso giorno 4 gennaio 2025, un’ambulanza con medico a bordo fosse stata inviata da San Giovanni in Fiore a Crotone per un altro intervento. Quell’ambulanza era stata effettivamente allertata? All’équipe era stato chiesto di rientrare per le condizioni di Congi? In caso negativo, per quale ragione operativa o gerarchica non è stato disposto il rientro? Al momento del trasferimento di Serafino Congi, erano disponibili medici per accompagnarlo in ambulanza? Se non lo erano, perché? Si trattava di una carenza strutturale di personale, di una criticità contingente o di una scelta organizzativa? Perché non è stato attivato un rendez-vous, ossia l’incontro lungo il percorso tra un’ambulanza con paziente a bordo e un mezzo di soccorso medicalizzato o un’équipe avanzata, procedura ordinaria proprio per ridurre i tempi di intervento qualificato quando non è possibile garantire da subito un mezzo con medico? Quale mezzo di soccorso è stato infine inviato a prelevare Serafino Congi dall’ospedale di San Giovanni in Fiore? A che ora è partito? Da quale postazione? E con quale livello di assistenza sanitaria a bordo?
Sono domande di pubblico interesse, non sterili polemiche. È giornalismo. Ed è trasparenza. Proprio per rispondere a interrogativi come questi, legittimi e non prevenuti, un’Azienda sanitaria annuncia un’inchiesta interna.

Un problema etico, pubblico e politico

Se, a distanza di un anno, la relazione conclusiva resta sottratta persino al controllo civico, il problema non è più solamente giuridico, ma è etico, pubblico e anche politico. Su una morte avvenuta in un territorio già martoriato dalla desertificazione sanitaria, l’Asp di Cosenza aveva promesso chiarezza. A quella promessa ha fatto seguito un silenzio amministrativo blindato, difeso con dinieghi generici, rinvii per relationem, errori sui presupposti fattuali e negazione dell’evidenza documentale. Nello specifico, il Foia, che nasce per consentire il controllo civico e la trasparenza, viene trattato come una specie di fastidio da neutralizzare. A questo punto la questione non riguarda più soltanto l’Asp di Cosenza e tocca dunque la responsabilità politica del governo della sanità calabrese. Ed è inevitabile che la domanda venga posta al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che detiene l’indirizzo e il controllo dell’organizzazione sanitaria regionale: non è sufficiente quanto emerso in questa vicenda, per valutare la rimozione del direttore generale Antonio Graziano? È accettabile che, a fronte di una morte, di un’inchiesta interna annunciata pubblicamente e di un diniego reiterato all’accesso civico fondato su motivazioni apparenti e travisamenti documentali, non vi sia alcuna conseguenza sul piano della governance?

Mancanza di trasparenza

La domanda investe anche il Consiglio regionale della Calabria. Che cosa ne pensa l’opposizione di fronte a un caso in cui un’Azienda sanitaria nega persino una versione oscurata di una relazione interna su un decesso, sottraendola al controllo civico e alla discussione pubblica? Ritiene fisiologico questo modo di amministrare la trasparenza, o intende esercitare fino in fondo il proprio ruolo di vigilanza e indirizzo? Questi interrogativi non puntano a individuare un capro espiatorio, ma mirano a una assunzione di responsabilità davanti a criticità evidenti nella morte di Congi ma sconosciute dall’opinione pubblica. In questa vicenda, il silenzio dell’Asp di Cosenza non è neutro. È di contro un fatto politico e istituzionale. E come tale chiama in causa chi ha il dovere di governare, di controllare e, se necessario, di decidere. (redazione@corrierecal.it)

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