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Sanità: la Calabria cambia le regole su autorizzazioni, accreditamenti e controlli

Una riforma organica ridisegna competenze e procedure nel sistema sanitario regionale, con un forte accentramento delle funzioni tecniche

Pubblicato il: 02/01/2026 – 14:30
di Emiliano Morrone
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Sanità: la Calabria cambia le regole su autorizzazioni, accreditamenti e controlli

Due testi normativi sono destinati a modificare in profondità la disciplina della Regione Calabria su autorizzazione, accreditamento e controlli delle strutture sanitarie e sociosanitarie, ambito che negli anni ha registrato confusione amministrativa, incertezze applicative e squilibri evidenti tra offerta pubblica e privata. Il primo è il disegno di legge regionale recante «Norme in materia di autorizzazione, accreditamento, accordi contrattuali e controlli delle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private», trasmesso al Consiglio regionale con il decreto del Commissario ad acta n. 386 del 19 dicembre 2025. Il secondo è il testo di riorganizzazione e consolidamento delle funzioni di Azienda Zero, che assegna all’ente un ruolo di governo tecnico dell’intero sistema sanitario regionale, avvicinando la Calabria al modello veneto, ma senza le garanzie consolidate di equilibrio tra centro e territorio presenti in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana.

I due provvedimenti vanno letti insieme

Il primo riscrive l’intero ciclo che va dall’autorizzazione all’esercizio ai controlli e passa per l’accreditamento istituzionale e la contrattualizzazione. Il secondo ridefinisce Azienda Zero come struttura tecnica di sistema. Entrambi sono stati resi pubblici a fine dicembre 2025, attraverso il Bollettino ufficiale della Regione Calabria. L’impianto normativo è destinato a produrre effetti nei primi giorni del 2026. Per comprendere la portata della riforma occorre partire da come il sistema ha funzionato finora. Negli ultimi anni, in Calabria le competenze sono rimaste regionali sul piano formale ma frammentate su quello operativo. L’autorizzazione all’esercizio delle strutture sanitarie e sociosanitarie era attribuita al Dipartimento regionale di competenza e spesso le istruttorie si appoggiavano alle Aziende sanitarie provinciali. L’accreditamento istituzionale era anch’esso regionale, ma fondato su verifiche tecniche non sempre tempestive, affidate a organismi e commissioni che nel tempo hanno cambiato configurazione. I controlli risultavano distribuiti tra Regione, Asp e strutture commissariali, con una conseguente confusione di competenze.

Questo assetto ha prodotto almeno tre effetti concreti

Il primo è stato l’allungamento dei procedimenti, con strutture rimaste per anni in una condizione di attesa formale. Il secondo è stato il ricorso a norme transitorie, che hanno consentito la prosecuzione dell’attività e il mantenimento dell’accreditamento sulla base di dichiarazioni sostitutive – ai sensi del Dpr n. 445/2000 – del possesso dei requisiti, in attesa delle verifiche: una prassi potenzialmente pericolosa e di dubbia attendibilità. Il terzo è stato l’indebolimento dei controlli successivi, poiché la frammentazione delle competenze ha complicato i procedimenti e ne ha allungato i tempi. È in tale contesto che si sono accumulati contenziosi, conflitti istituzionali e polemiche sul rapporto tra sanità pubblica e privata.
La riforma nasce come risposta a questa situazione. L’obiettivo dichiarato è superare la frammentazione e rendere uniforme il sistema. Il punto centrale è lo spostamento delle competenze. L’autorizzazione all’esercizio delle strutture sanitarie e sociosanitarie viene attribuita ad Azienda Zero, sottraendola alle Aziende sanitarie provinciali e al precedente assetto regionale diffuso. Azienda Zero diventa il soggetto competente per il rilascio dell’autorizzazione, per le volture, per le sospensioni e per le decadenze, oltre che per l’applicazione delle sanzioni amministrative. Alla stessa struttura viene riconosciuto un ruolo diretto nei controlli e nelle ispezioni, con la possibilità di disporre la sospensione immediata dell’attività in presenza di gravi carenze dei requisiti. L’accreditamento istituzionale resta formalmente in capo alla Regione, tramite il Dipartimento di competenza. Il procedimento viene descritto come articolato, con una fase amministrativa regionale e una fase tecnica affidata all’Organismo tecnicamente accreditante, che opera nell’orbita di Azienda Zero. Tuttavia, la legge introduce un collegamento rigido tra autorizzazione e accreditamento: la sospensione o la decadenza dell’autorizzazione comportano automaticamente la sospensione o la decadenza dell’accreditamento. Questo meccanismo attribuisce all’atto autorizzativo un peso determinante anche sul piano economico, perché l’accreditamento rappresenta la porta di accesso alle prestazioni erogate per conto del Servizio sanitario regionale.
Alle Aziende sanitarie provinciali resta invece la funzione della contrattualizzazione: pubblicazione degli avvisi, stipula degli accordi con i soggetti accreditati, gestione dei rapporti economici. Si tratta di una competenza rilevante, fondata però su presupposti decisi in altra sede. Questo è uno dei punti più delicati della riforma: la riduzione del ruolo del livello territoriale nella fase in cui si valutano i requisiti, si autorizza l’offerta e si esercita il controllo, a fronte di una responsabilità che resta in capo alle Asp sul versante della spesa e dell’erogazione dei servizi.
Il confronto con altre regioni aiuta a inquadrare la portata della scelta della Regione Calabria, tuttora commissariata dal governo per il rientro dai disavanzi sanitari. In Lombardia l’autorizzazione all’esercizio e gran parte dell’istruttoria restano in capo alle Agenzie di tutela della salute; in Toscana l’autorizzazione spetta ai Comuni; in Emilia-Romagna viene rilasciata dal sindaco dopo istruttoria dell’Azienda Usl. In tutti questi modelli il territorio mantiene un ruolo attivo e definito.

Il Veneto rappresenta il termine di paragone più vicino al nuovo modello calabrese

Lì Azienda Zero svolge da anni funzioni centrali, anche come organismo tecnico per l’accreditamento, e assicura l’omogeneità delle valutazioni. La differenza è significativa, perché il modello veneto si è consolidato nel tempo, con strutture tecniche dedicate e procedure codificate. In Calabria l’accentramento arriva dopo una lunga fase segnata da autocertificazioni, controlli discontinui e ritardi amministrativi. Senza un potenziamento effettivo della macchina dei controlli, resta elevato il rischio che il sistema non risponda in modo adeguato. Le criticità potenziali sono concrete. La prima riguarda la concentrazione dei poteri in capo ad Azienda Zero, il cui vertice viene nominato dalla Regione. La seconda investe il rapporto tra pubblico e privato, in un sistema che ha già conosciuto proroghe e regimi eccezionali. La terza riguarda la programmazione, perché se le Asp perdono centralità nella fase autorizzativa e ispettiva, la lettura dei fabbisogni territoriali rischia di restare priva di effetti concreti. La riforma punta a rimettere ordine in un sistema che ha mostrato falle e contraddizioni anche gravi. È un obiettivo legittimo. La questione di fondo riguarda però il percorso. In Calabria il disordine si è prodotto all’interno di un quadro normativo già esistente, reso inefficace da applicazioni spesso claudicanti e difformi. Se questo aspetto non verrà affrontato a fondo, si rischia uno spostamento del problema, dal caos diffuso a una centralizzazione che potrebbe incidere sugli equilibri tra pubblico e privato più sulla base degli assetti di potere che dei reali bisogni di salute. (redazione@corrierecal.it)

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