Il mio giubileo
Non il giubileo di tutti, quello delle folle oceaniche ma quello di ciascuno

Me lo ricordo quel 24 dicembre 1974: eravamo tutti riuniti a casa di zia Nicla per il cenone di Natale, c’era aria di festa e noi cugini facevamo un gran baccano giocando a nascondino nella grande ed accogliente casa di zio Lucio.
Nel soggiorno, in poltrona, c’era la nonna Emilia, in conversazione con zia Elvezia davanti alla televisione; zia Flora era “addetta” all’ordine: con fare severo e col dito dritto sulle labbra, intimava a noi piccoli -mentre per timore ci nascondevamo dietro le tende- di non fiatare.
Zia Nicla e “zia pappina” (cosi era soprannominata mia mamma, Maria), erano intente ai fornelli.
Ho vivo il ricordo di quel Natale, come di tutti quelli di quell’epoca felice: una grande famiglia riunita intorno a nonna Emilia, un monumento assoluto all’equilibrio, all’eleganza, alla gentilezza, alla bontà, alla fermezza, insomma, a doti quasi introvabili al giorno d’oggi, racchiusi in una sola persona.
Era il modello di donna che ci veniva presentato in casa dalle nostre mamme, portata come bandiera anche dai nostri papà, la nonna Emilia s’imponeva da sé, senza bisogno di rivendicazioni.
Ed è rimasto quel modello in tutti noi, e’ rimasto nell’approccio con ogni diversa persona, senza che, per la donna, si dovesse invocare una parità di genere già ampiamente garantita dalla oggettiva superiorità di lei.
Le donne nella nostra famiglia sono state questo: “navi con trecento ‘ntinni”- come scriveva il grande Vincenzo Padula – emule, più o meno riuscite, di quel modello.
Ma torniamo a quella santa notte che qui voglio ricordare per un fatto particolare:
mentre fra grida di bambini e odori intensi del cenone che s’andava preparando con più di venti portate (quanta cura nel rispettare la tradizione),nell’attesa della messa del Papa, zio Mario richiamò tutti noi piccoli dalle varie stanze e ci condusse dinanzi al televisore del soggiorno: “guardate bambini -disse- il Papa apre la porta santa!”
Nelle immagini in bianco e nero ricordo benissimo Paolo VI (oggi ammesso alla comunione dei Santi in Paradiso),con incedere instabile si avvicinò alla Porta, con un piccolo martello dorato bussò’ tre volte, quindi la porta lentamente si aprì (mi pare che cadde pure qualche calcinaccio sulla mitria del pontefice) trascinata da funi.
Come dimenticare le parole di zio Mario!
Con gli occhi lucidi ci guardò ad uno ad uno e ci disse: “Gesù ha aperto il suo cuore per tutti noi”.
Fu questo il mio primo giubileo,quello della Riconciliazione.
Da allora questo evento per me non è stato mai più un evento qualsiasi.
Quando nel 1983 Giovanni Paolo II (oggi Santo) indisse l’Anno Santo Straordinario della Redenzione avevo poco più di vent’anni.
Mi recai all’apertura della Porta santa trovandomi a Roma per i miei studi: era il mese di marzo,mese freddo a Roma in una congerie storica a dir poco drammatica.
Fu quello un Anno per me stupendo, sotto la guida spirituale di Padre Massimiliano Curti Vaj, un Servo di Maria d’una fede ricolma di umanità, mai disgiunta dal realismo e dalla fragilità della persona di fronte al Mistero di Dio.
Anche in questo giubileo cercai di ritrovare i miei occhi di bambino, lo stupore dello sguardo rivolto ad un Dio che apre la porta per farci entrare in Lui, rinunziando alla Sua divinità per accompagnarci nel difficile cammino della vita.
Nella notte di Natale del 2000 mi trovavo in piazza San Pietro;ricordo di un freddo terribile: con mia moglie ed i miei figli c’eravamo recati pellegrini a Roma insieme a mia sorella,insieme alla sua famiglia.
Il Papa “santo subito” era avvolto in un piviale multicolore ed appena riuscì, perché già gravemente ammalato, a poggiare le mani sulla porta santa cercando, con tutte le forze che gli restavano, di spingerla in avanti.
Fu un’emozione grande: cominciava l’anno del Mistero dell’Incarnazione.
Cercai di riflettere su quello storico evento e ne trassi una meditazione semplice che non ho mai più riveduto ed anzi, negli anni, ho confermato.
Con l’Incarnazione Dio sì è rivelato col volto di Cristo, uomo in cammino con l’umanità nella storia.
Nel 1998,strappata alla vita da un male incurabile, era mancata mamma mia, felice memoria ed undici mesi prima era venuto al mondo, con l’aiuto della Madonna, il nostro primogenito.
Al principio del nuovo secolo mi sentivo quindi accompagnato da mia madre, che mi guidava dal cielo ed immensamente felice per l’Amore grande che inondava la nostra nascente famiglia.
Quando, alcuni anni dopo, entrambi i Papi dei miei giubilei vennero elevati agli onori degli altari, mi resi conto dell’enorme dono d’una vita che mi aveva concesso di vedere ben due santi pontefici a guidare la mia fanciullezza e poi la mia giovinezza fino alla creazione della mia famiglia felice.
Un privilegio raro.
Con il 2001 e la nascita della nostra secondogenita, la famiglia si completò e quel Natale del 2000 continuò a spandere il profumo della grazia.
Fino al 2015 quando arrivò l’Anno Santo della Misericordia, indetto da Papa Francesco.
Pur non avendo una grande simpatia per questo pontefice (soprattutto nell’inevitabile paragone con Papa Benedetto XVI che seguito a ritenere il più grande Papa del nostro tempo),avevo in animo di meditare su questo grande dono della Misericordia di Dio.
Ancora una volta il Signore tuttavia mi sorprese!
Mentre mi ritenevo un Cristiano così tanto amato da Dio da essere perlopiù preservato dal peccato mortale e così (quasi) sempre in uno stato di grazia,ecco che le prime gravi prove della vita mi hanno piegato.
E Dio sa quanto ho avuto bisogno di Misericordia ed ancora oggi la invoco per essermi ritrovato nudo di fronte ad una realtà per me prima inconcepibile.
Per questo l’Anno santo della Misericordia è stato per davvero un lavacro nel riconoscimento della mia fragilità.
E’ come se Papa Francesco, il Vicario di Cristo, mi avesse suggerito all’orecchio: basta con la perfezione e le apparenze; mostrati a tutti qual sei, un verme di terra (l’espressione è di Natuzza Evolo) ed invoca il perdono e basta, come quel pubblicano a testa bassa, accanto al fariseo, il giusto ed il pio, dritto in piedi davanti a tutti.
Nella notte di Natale del 2024 Papa Francesco arrivò dinanzi alla Porta Santa in carrozzella. Anche lui provato da una salute malferma spinse la porta cercando di sollevarsi dalla poltrona e, subito, la Speranza si spalancò dinanzi al mondo intero.
In questo anno giubilare, per me forse l’ultimo (se non ve ne saranno di straordinari il prossimo sarà nel 2050 quando spero di viverlo nella vita eterna!),proprio mentre “si affievoliva la Speranza” (l’espressione è di Benedetto XVI, il Papa che merita più di ogni altro il titolo di Dottore della Chiesa), ho fatto ricorso alle mie ultime energie per andare ad attraversare la Porta Santa in San Pietro.
Racconto, in forma sintetica, un simpatico episodio.
Mentre mi trovavo in fila per fare accesso in Basilica, un villano mi ha preso a male parole (occupavo, a suo dire, il transito) e, subito, un giovane volontario si è avvicinato per redarguirlo: ”come ti permetti -gli ha detto- non vedi che si tratta di un anziano?” Poi mi ha accarezzato la testa e mi ha detto: ”tu sia benedetto, vai in pace”.
Sarà certamente una coincidenza ma, in quel momento, ho avuto netta l’impressione che Gesù mi stesse aspettando alla sua porta.
Nella Speranza c’è sempre un moto di ottimismo che, per noi Cristiani, consiste, nonostante le avversità, nella certezza della presenza della mano di Dio.
Il mio giubileo?
Penso che esista solo questo: non il giubileo di tutti, quello delle folle oceaniche ma quello di ciascuno, della vita vissuta di ogni Creatura al cospetto del Creatore.
E Cristo, che resta l’unico Stupor Mundi!