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Narcotraffico globale

‘Ndrine, latitanti e narcos: altro che Venezuela, la Colombia è il cuore degli affari delle cosche

Nel 2025 arresti, sequestri e indagini mostrano come il paese sudamericano sia il cuore del business della cocaina per la ‘ndrangheta

Pubblicato il: 05/01/2026 – 15:11
di Giorgio Curcio
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‘Ndrine, latitanti e narcos: altro che Venezuela, la Colombia è il cuore degli affari delle cosche

LAMEZIA TERME Una presenza ultradecennale, ormai diventata una vera e propria «emergenza nazionale». Altro che Venezuela: il vero baricentro del narcotraffico internazionale legato alle cosche calabresi della ’ndrangheta è la Colombia. Non servono – o non soltanto – le analisi dell’ex procuratore capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri: bastano i numeri dell’ultimo anno. È in Colombia, infatti, che si sono concentrati alcuni dei colpi più significativi inferti ai narcos legati alla ’ndrangheta, con arresti eccellenti e catture di latitanti di primo piano. La Colombia peraltro è proprio il Paese il cui presidente è Gustavo Preto è stato recentemente definito «narcotrafficante» dall’omologo statunitense Donald Trump, e lo aveva avvertito di “guardarsi le spalle” dopo l’operazione militare a Caracas con la quale è stato catturato Nicolás Maduro. Accusa, ovviamente, smentita proprio questa mattina. «La sua punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina», ha scritto il presidente progressista su X.



La cattura di “Dollarino” e “Rony”

Strategie politiche e scenari più o meno di guerra, poi ci sono i fatti e le operazioni recenti a dare contributi robusti e statistiche incontrovertibili. Risale a marzo 2025, ad esempio, la cattura del latitante Emanuele Gregorini “Dollarino”, ritenuto dalla Procura di Milano un esponente «di spicco» e referente della camorra all’interno della cosiddetta super-mafia o mafia a tre teste emersa dall’inchiesta “Hydra”. Secondo gli inquirenti, l’obiettivo principale di “Dollarino” in Colombia era quello di ridurre i costi logistici del narcotraffico, «eliminando gli intermediari e negoziando direttamente con i produttori della droga». Un piano finalizzato a «massimizzare i profitti della rete mafiosa», che avrebbe riunito Camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta. Qualche settimana dopo, la polizia colombiana ha arrestato Ronald Fernando Acosta Cuesta, detto “Rony”, considerato membro della “Junta del Narcotráfico”, una struttura criminale internazionale con ramificazioni in più continenti. Secondo le autorità, “Rony” era al servizio della ’ndrangheta e si occupava di «trasportare cocaina tra la Calabria e Milano». A scandire ulteriormente i legami tra narcos colombiani e cosche calabresi è arrivata l’operazione “Twistlock” della Dda di Brescia, culminata nell’esecuzione di 45 misure cautelari. Gli inquirenti hanno ricostruito una trattativa per l’acquisto di un carico da 35 chilogrammi di cocaina, grazie alla decriptazione di chat sulla piattaforma SkyEcc. Dai messaggi è emerso il coinvolgimento del temuto Clan del Golfo, una delle organizzazioni criminali più potenti della Colombia, attiva sulla costa caraibica e con caratteristiche paramilitari.

La cattura dei latitanti Starnone e Palermo

L’estate segna il momento più caldo sull’asse Italia–Colombia. Prima il blitz “Pratì”, con 21 arresti, poi la cattura in Colombia di Peppe Palermo, indicato come il «coordinatore strategico della ’ndrangheta in America Latina». Un ruolo centrale: dalle trattative con i narcos colombiani all’acquisto della cocaina, dal prezzo alle modalità di pagamento, dalla verifica della qualità fino all’occultamento e alla spedizione in Europa. Un arresto definito «eccellente» dalle autorità colombiane, perché ritenuto di «alto valore». A distanza di un mese arriva un altro colpo: l’arresto del locrese Federico Starnone, detto “Fedi”, da parte della Policía Nacional de Colombia. Per le autorità sudamericane era noto come imprenditore della ristorazione, capace di reinvestire i proventi criminali nell’economia legale, mantenendo uno stile di vita discreto e lontano dai riflettori. Per la Dda di Reggio Calabria, invece, Starnone era un «intermediario con i narcos colombiani ed ecuadoriani» e un «emissario del gruppo criminale di appartenenza».

Starnone pedinamento in Colombia

«Dire al fornitore colombiano: questi sono soldi di San Luca – intesa come ’ndrangheta – è un metodo che fa presa», spiegava il pm Diego Capece Minutolo durante la requisitoria del processo “Eureka”, richiamando le dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Pasquino. Un marchio di potenza che facilita accordi e cooperazioni criminali su scala globale. Una ’ndrangheta che, come sottolineato in aula, sta cambiando volto, concentrando sempre più i propri interessi sul narcotraffico: un business che «rende proventi spropositati rispetto al pizzo tradizionale». Una rete di relazioni e fiducia in cui la ’ndrangheta aspromontana sembra non avere rivali. E in Colombia, quel nome, fa ancora paura. (g.curcio@corrierecal.it)

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