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30 anni fa l’omicidio di mafia

«Non perdono né Brusca né mio padre»: lo sfogo di Nicola Di Matteo

L’amarezza del fratello del piccolo Giuseppe

Pubblicato il: 07/01/2026 – 13:04
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«Non perdono né Brusca né mio padre»: lo sfogo di Nicola Di Matteo

PALERMO «Il suo omicidio lo ordinò Giovanni Brusca, che per un periodo aveva vissuto con noi, a casa nostra. Brusca oggi è libero. Lui e gli altri assassini non li perdonerò mai. E nemmeno mio padre, purtroppo. Da lui mi divide un solco profondo, incolmabile: non abbiamo più rapporti. Nemmeno mia madre ne ha più, da tempo. Non possiamo perdonarlo». Nicola Di Matteo, 44 anni, impiegato della Regione, al Giornale di Sicilia parla con voce pacata, ma si avverte chiaramente che trent’anni dopo l’orribile omicidio del fratellino Giuseppe, la ferita è ancora aperta, «perché il dolore non passerà mai e nessuno potrà capirlo davvero fino in fondo». Il pentimento del padre Santino ha scatenato la furia cieca e disumana della Mafia che si abbattè sul ragazzino. «Il giorno prima – racconta – avevamo festeggiato il mio compleanno: quanti anni facevo? Undici… no, dodici. Ero piccolo, capirà, i miei ricordi non sono nitidi e poi questi ricordi sono così, per me, sempre stati così. Dodici anni, compivo: era il 22 novembre 1993. C’era stata una festicciola, chiamiamola così: una torta, le candeline, c’era mamma, c’era mio nonno. E c’era Giuseppe, mio fratello, con me. Il giorno dopo, lui, come faceva spesso, anche se non aveva ancora 14 anni, ha preso il motorino, è sceso per andare al maneggio, tra i cavalli, che erano la sua vita, la sua passione. E da allora non l’ho visto più». Giuseppe – che i 14 anni li compì a gennaio 1994, durante la prigionia – venne prelevato il pomeriggio del 23 novembre 1993 da un gruppo di mafiosi capeggiati da Giuseppe Graviano, camuffati con false pettorine della Dia e con falsi lampeggianti blu delle auto civetta. Dissero al bambino che lo avrebbero portato dal padre, Mario Santo Di Matteo, detto Santino Mezzanasca, originario di Altofonte: era uno degli esecutori materiali della strage di Capaci e si era pentito, iniziando a rivelare le responsabilità dei killer del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta. La notizia era stata tenuta segreta ma Cosa nostra l’aveva appresa: il figlio fu convinto facilmente a salire in auto, adorava il genitore, voleva rivederlo dopo quasi sei mesi dal suo arresto, seguì docilmente i suoi carnefici dicendo “sangu miu, sangu miu, me patri, me patri”. Invece non erano uomini della Dia. «No, non lo erano. Lo tennero prigioniero 779 giorni: 779. Lo uccisero l’11 gennaio 1996, nel bunker di contrada Giambascio, a San Giuseppe Jato, sciogliendo poi il suo cadavere nell’acido. E questo dopo avergli fatto di tutto, sottoponendolo a sofferenze assurde, inumane, incomprensibili, trattando un bambino di 13 anni come un prigioniero di guerra». «Voglio essere chiaro. Non ho nulla contro i collaboratori di giustizia e non ce l’ho con mio padre per questa ragione. Dico però che se noi fossimo nati in una famiglia semplice, normale, se papa’ non fosse stato mafioso e non avesse ucciso altre persone, tutto questo non sarebbe successo», dice ancora Nicola Di Matteo. Il padre, il pentito Mario Santo Di Matteo non aveva voluto ritrattare le proprie accuse sulla strage di Capaci. Nicola Di Matteo, che il giorno del rapimento aveva appena compiuto 12 anni, successivamente ha interrotto i rapporti col padre e ne spiega le ragioni: «Ci vuole fortuna anche nel nascere e io e mio fratello non l’abbiamo avuta. Io, che gli sono sopravvissuto, non l’ho accettato. Noi comunque eravamo bambini: che colpa aveva Giuseppe? Mio padre ha deciso di collaborare, per salvarsi. Va bene: ma prima metti in sicurezza la tua famiglia, i tuoi figli. Non sapeva che saremmo stati sottoposti a ritorsioni?». «Il giorno in cui rapirono Giuseppe – prosegue – sentii che chiamavano tutti gli ospedali, per sapere se avesse avuto un incidente. Ma a me dissero che era andato da uno zio a Roma, per non allarmarmi. Nel frattempo il nonno era andato a cercarlo, ebbe più contatti con i rapitori, che gli dicevano di tappare la bocca a suo figlio, cioè a mio padre. Lui non ci riuscì ma si offrì come ostaggio al posto del nipotino: non lo presero in considerazione. E nel frattempo io capii».

«Brusca giocava con noi»


Di Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato (Palermo), che ordinò il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, «mi fa rabbia – oltre a tutto il resto – che proprio lui giocava con me e Giuseppe, al Nintendo, con la console di quei primi videogiochi di un tempo. Viveva con noi, lo abbiamo ospitato per sei-otto mesi, mentre era latitante». «Veniva di giorno – continua – aveva una stanza tutta per sé, la sera se ne andava. Era il periodo delle stragi del 1992, ero piccolo ma queste cose me le ricordo. E poi ha fatto sequestrare e passare da una prigione all’altra un bambino con cui aveva giocato, con cui aveva mangiato, che aveva visto crescere. L’ha fatto strangolare e sciogliere nell’acido». Alla domanda se accetterebbe di incontrare mai Brusca, la risposta è secca: «Nemmeno per sogno, nemmeno se si mettesse in ginocchio. Ma non ci si mette. E’ uno che aveva studiato tutto, anche la collaborazione, inizialmente finta, dopo l’arresto. A me mio fratello ricorda i bambini vittime di Auschwitz. Ho letto tutti i verbali, fu portato da un casolare all’altro, freddo, umido, afa, caldo, chissà quante volte ha pianto, quante altre lo hanno lasciato solo, affamato, denutrito. Che colpa aveva, lui? Di essere figlio di nostro padre?».

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