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Anno nuovo, vuoto antico

Il Cosenza calcio allo specchio: rughe, silenzi e cartoni di troppo

Il 2026 dei Lupi si è aperto con una sconfitta inattesa e imbarazzi organizzativi. Ma il dato più grave resta uno stadio che continua a restare deserto, per scelta

Pubblicato il: 08/01/2026 – 9:25
di Francesco Veltri
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Il Cosenza calcio allo specchio: rughe, silenzi e cartoni di troppo

COSENZA Anno nuovo, vita vecchia. E il Cosenza, nel suo 2026 appena scartato come un regalo che già si sa non sorprenderà, si ritrova puntualmente allo specchio. Non uno specchio benevolo: uno di quelli che restituiscono l’immagine senza filtri, con tutte le rughe organizzative, le stonature gestionali e una solitudine che ormai non fa più rumore.
L’anno si è aperto male, inutile girarci attorno. Una sconfitta interna inattesa, di quelle che fanno più male per il quando che per il come, ha probabilmente archiviato in via definitiva il capitolo promozione diretta in serie B. Come se non bastasse, è arrivata anche una multa da 1.200 euro per il ritardo dell’inizio della gara contro il Monopoli: alcuni tesserati rossoblù si sono presentati all’ingresso in campo senza il corretto equipaggiamento. Dettagli? No, segnali. Piccoli, fastidiosi, rivelatori.
E poi c’è stato il surreale epilogo della sera: il deferimento di un dirigente del Cosenza per una “condotta irriguardosa” nei confronti della quaterna arbitrale. La colpa, certificata dal giudice sportivo, è di quelle che faticano a stare dentro i confini del calcio professionistico: cartoni contenenti residui di cibo portati negli spogliatoi degli arbitri, senza che nessuno li avesse chiesti. Su questo episodio si è già detto e scritto abbastanza. Aggiungere altro sarebbe accanimento terapeutico. Resta però l’imbarazzo, che neanche una nota ufficiale ha provato a cancellare. Perché questi episodi, messi insieme, non sono soltanto scivoloni. Sono graffi all’immagine di un club che da tempo fatica a mostrarsi credibile agli occhi della propria tifoseria.

Non sono dettagli: i segnali di un momento complesso

Ed è qui che il discorso si fa più serio, perché a pagare il prezzo più alto è anche chi, come il direttore generale Salvatore Gualtieri, da mesi prova a rimettere in piedi dignità strutturale e reputazione di una società che ne ha disperato bisogno. Da quando è arrivato in riva al Crati, Gualtieri ha tentato di ricucire uno strappo profondo: quello tra il club e la piazza, con una tifoseria e un’amministrazione comunale che hanno scelto di voltare le spalle alla proprietà guidata da Eugenio Guarascio. Incontri, confronti, aperture istituzionali: nulla ha prodotto risultati concreti. Alla fine, persino il direttore generale ha dovuto prendere atto della sconfitta. Le curve nuovamente chiuse e l’aumento del costo dei biglietti in Tribuna A (da 10 a 16 euro) sono lì a testimoniarlo. Segnali di un problema molto più profondo di quanto si potesse immaginare all’inizio. Forse è lo stesso errore di valutazione commesso la scorsa estate da Fabio Lupo e Antonio Buscè, rispettivamente direttore sportivo (andato via dopo appena due mesi) e allenatore. Probabilmente pensavano che la frattura tra società e piazza fosse figlia esclusiva, come accaduto in altre piazze, della retrocessione e che i risultati avrebbero rimesso tutto a posto. Una convinzione comprensibile, ma rivelatasi illusoria. Perché i risultati, paradossalmente, sono arrivati. E anche sorprendenti, se si considera un organico incompleto e un mercato estivo poco più che simbolico. Eppure il pubblico – tutto il pubblico: tifo organizzato, tifosi occasionali, provincia e istituzioni – ha mantenuto la linea. Nessun ritorno allo stadio, nemmeno davanti a una squadra stabilmente in zona vertice. Una scelta dolorosa, ma coerente.

Il silenzio della città: quando l’assenza diventa una scelta

Ed è forse questo, più degli equipaggiamenti sbagliati e dei cartoni di pizza fuori posto, il dato che resterà nella storia recente del Cosenza calcio: l’assenza consapevole della sua gente. Un silenzio che non cerca più clamore, ma che proprio per questo pesa di più.
Contro il Monopoli, alla prima gara del 2026, il “San Vito-Marulla” era deserto o quasi per la decima volta su dieci in campionato.
La cosa che dovrebbe far riflettere – Gualtieri per primo, ma soprattutto chi gli ha affidato questo compito – è l’abitudine all’indifferenza. In città la passione per i risultati e per il mercato continua a esistere, ma è una passione astratta, distante, che non si traduce in presenza. La disaffezione verso il club resiste e finisce inevitabilmente per penalizzare il lavoro di Buscè e dei suoi ragazzi, lasciati a giocare in un vuoto che non è solo sugli spalti.
E mentre la serie C cresce, Cosenza resta ferma. Proprio ieri la Lega Pro ha comunicato che nel girone d’andata della serie C, si sono registrati 120 mila spettatori in più rispetto alla scorsa stagione: +8,6%, con 1 milione e 575mila presenze tra paganti e abbonati contro il milione e 451mila dell’anno precedente. Numeri rilevanti. Fa effetto, però, constatare che a questa crescita non abbia contribuito una piazza storicamente calda come quella cosentina. Il rumore, a volte, non è nei fischi o nelle proteste. È nell’assenza. E oggi, a Cosenza, quell’assenza è diventata la notizia più assordante di tutte. (f.veltri@corrierecal.it)

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