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Trump, Maduro, “Coca Tauro”, la ‘ndrangheta, Gratteri e il Venezuela. Una ragionata mappa per capire

Dalla black list americana alla narrazione sul “narcostato”: dati storici, inchieste giudiziarie e intrecci reali per distinguere propaganda e realtà

Pubblicato il: 08/01/2026 – 10:45
di Paride Leporace
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Trump, Maduro, “Coca Tauro”, la ‘ndrangheta, Gratteri e il Venezuela. Una ragionata mappa per capire

Era il 30 maggio del 2008 quando il presidente americano Bush iscriveva la ’ndrangheta calabrese e il PKK curdo nel Kingpin Act, la black list delle associazioni cui gli Stati Uniti negano l’accesso al sistema finanziario americano perché considerate tossiche per la contaminazione di capitali. Non c’era bisogno del dato storico perché proliferassero in Rete, con meme e storie, le suggestioni legate al porto di “Coca Tauro”, per vite parallele con il Venezuela di Maduro, ipotizzando satiricamente che gli Stati Uniti potessero intervenire in Calabria per piegare una delle principali aree del narcotraffico mondiale.
Il rapimento del presidente venezuelano Maduro da parte degli Stati Uniti richiama le due guerre dell’oppio che tra il 1839 e il 1860 videro contrapposti l’Impero Britannico e la Cina, determinando una nuova stagione del colonialismo con il pretesto della droga, che i cinesi, paradossalmente, volevano proibire. In Venezuela la contesa riguarda le grandi riserve di petrolio più che il narcotraffico, come lo stesso Trump ha ammesso in conferenza stampa.
Che il Venezuela non sia il narcostato principale dell’impero del male è stato più volte testimoniato da Nicola Gratteri ben prima di queste convulse giornate e non certo per posizionamento ideologico o di convenienza. Tesi ribadita in queste ore in un’intervista alla giornalista Irene Famà de La Stampa in cui il procuratore di Napoli ha affermato che «Il Venezuela non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti». Non è un caso che Gratteri, con il suo collaboratore Antonio Nicaso, nella loro ultima fatica saggistica Cartelli di sangue. Le rotte del narcotraffico e le crisi che lo alimentano, non abbiano dedicato neanche un capitolo al Venezuela, Stato certo non esente da contatti e smistamenti legati alla coca prodotta nei Paesi confinanti, Colombia in testa.
I nuovi fenomeni venezuelani, in un Paese grande tre volte l’Italia, si segnalano nelle regioni più remote. Lungo il fiume Apure, affluente dell’Orinoco che nasce sulle Ande, nel maggio del 2022 ai narcos locali chiamati Tancol venne sequestrato un sommergibile artigianale per il trasporto di cocaina. Da evidenziare che l’operazione era stata condotta dai militari dell’esercito venezuelano coordinati con colleghi boliviani, dato che contrasta con l’atto d’accusa americano contro Maduro, secondo cui le autorità venezuelane sarebbero a capo del Cartel de los Soles. Una presunta organizzazione che l’esperto calabrese Pino Arlacchi, già direttore della lotta alla droga per l’Onu, ha giudicato «una finzione hollywoodiana frutto della delirante narrativa di Donald Trump».
Comunque in Venezuela, sulle stradine dei monti del Táchira e nelle valli paludose dello Stato di Zulia, sono state accertate piccole coltivazioni affidate a gruppi armati irregolari, destinate all’esportazione verso Brasile e Caraibi. Nulla di stratosferico che impensierisca l’Occidente. Il vero dato sensibile delle rotte sudamericane poggia sul fatto che il Venezuela condivide una lunga frontiera con la Colombia e dispone di ampie coste sull’oceano, configurandosi come territorio di transito dello stupefacente.
Durante il periodo di Chávez aerei con tonnellate di cocaina furono sequestrati dall’esercito e il generale Jesús González, capo del comando operativo delle forze armate venezuelane, dichiarava che nel 2008 erano state smantellate 230 piste clandestine utilizzate per voli diretti verso il Messico e successivo smistamento negli Stati Uniti. Ma è tornando alla ’ndrangheta, tra i principali esportatori di cocaina in Europa, che emergono dati utili per monitorare il Venezuela come Stato narcotrafficante. Da ordinanze e informative risulta che le ’ndrine della Jonica reggina avevano rappresentanti in Venezuela. Un rapporto dei carabinieri di Catanzaro segnala inoltre un grosso carico di cocaina dalla Colombia al Venezuela non andato a buon fine per un guasto al natante. I contatti con i venezuelani sarebbero stati curati dallo ’ndranghetista Alfonso Mannolo di Cutro.
Scartabellando verbali e vecchi giornali emerge che il clan Mazzaferro di Gioiosa Jonica negli anni Novanta era alleato della famiglia Cuntrera-Caruana, originaria di Siculiana, storicamente egemone nel traffico di droga in Venezuela. Il collaboratore di giustizia Oreste Pagano dichiarò che il 70 per cento della cocaina trafficata era dei Cuntrera-Caruana, mentre il restante 30 per cento era dei Mazzaferro, che avrebbero rappresentato anche Barbaro di Platì, Ierinò di Gioiosa, Morabito di Africo, Cataldo di Locri e Pesce di Rosarno. È l’inchiesta del procuratore di Torino Marcello Maddalena a ricostruire come i calabresi acquistassero cocaina in Venezuela per poi imbarcarla in Brasile, direzione Genova, con smistamento finale a Borgaro, alle porte di Torino, dove nel 1995 furono sequestrati 5.497 chili di cocaina, all’epoca il più grande sequestro mai registrato in Europa. Secondo gli inquirenti, negli anni precedenti su quella rotta erano transitati 11 quintali di bianca coca per un valore stimato in 280 miliardi di vecchie lire.
Vent’anni fa. Da allora il consumo di cocaina e di droga è enormemente aumentato, gli introiti della ’ndrangheta sono entrati nei circuiti finanziari, e il Venezuela resta una piccola pedina nel risiko globale del narcotraffico, in un mondo che continua ad alimentare un consumo vorace di stupefacenti. (redazione@corrierecal.it)

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