“Reset” a Cosenza, confermata l’esistenza della Confederazione di ‘ndrangheta
«Articolata in diversi gruppi autonomi ma confederati e tutti riconducibili al vertice rappresentato da Francesco Patitucci»

COSENZA Il 17 luglio 2025 si è chiuso, in primo grado, il processo celebrato con rito ordinario scaturito dall’inchiesta denominata “Reset”, coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la ‘ndrangheta cosentina. La presidente del Collegio giudicante Carmen Ciarcia (a latere giudici Urania Granata e Iole Vigna) ha emesso la sentenza nei confronti di 121 imputati. Oggi, sono state rese note le motivazioni che hanno accompagnato la decisione.
Le motivazioni
Quasi 5.000 pagine per raccogliere tutti gli elementi che i giudici hanno ritenuti utili a comporre il dispositivo finale, la sentenza di condanna e le assoluzioni nei confronti di oltre 100 persone chiamate a difendersi, al termine di un iter processuale lungo e tortuoso. Estorsione, usura, armi, esercizio abusivo del credito e tutta una serie di reati contro la persona sono al centro della sentenza che restituisce un quadro assai complesso delle dinamiche criminali in terra cosentina. Il collegio giudicante ha seguito la «progressione delle vicende oggetto di sentenze passate in giudicato, attraverso le quali è stato ricostruito l’assetto criminale sul territorio di Cosenza a partire dal 1970». La motivazione tiene conto della proposta accusatoria legata all’esistenza della Confederazione di ‘ndrangheta, una sorta di sindacato criminale che mette insieme i diversi gruppi gravitanti nella galassia bruzia: tutti coerenti nel versare parte dei proventi frutto di attività illecite nella bacinella comune, mantenendo comunque una certa indipendenza.
Il ruolo di Francesco Patitucci
Nel lungo documento messo nero su bianco dal collegio giudicante, viene più volte richiamata la figura di Francesco Patitucci. Il boss ristretto al 41 bis è considerato dalla Dda di Catanzaro uomo al vertice della struttura confederale cosentina. Il suo spessore criminale si ricava anche dalla capacità di intervenire in caso di fibrillazioni tra i componenti della mala. Il caso citato nelle motivazioni riguarda il dissidio tra Mario “Renato” Piromallo e Roberto Porcaro, quest’ultimo prima delfino dello stesso Patitucci e poi dopo l’arresto del boss diventato reggente degli “Italiani”. Le frizioni interne sono legate ad un atto intimidatorio perpetrato ai danni di un ristoratore ed evidentemente non concordato. Patitucci – scrivono i giudici – «cerca di coinvolgere tutti gli associati a seguire strategie unitarie». Sul presunto vertice del sindacato criminale bruzio, emergono alcune circostanze che farebbero ipotizzare ad un ruolo di primo piano. Il riferimento è al momento successivo alla scarcerazione di Patitucci, quando elementi di spicco del clan degli “Italiani” (Michele Di Puppo, Sergio Raimondo, Mario Piromallo e Salvatore Ariello) si recano a trovarlo per fare il punto sulle strategie criminali. Nel corso delle riunioni, si darà atto della presenza di contrasti interni consolidatisi nel tempo, ma «non viene messa in discussione l’unità del gruppo».
I contrasti e le fazioni
Mantenere l’equilibrio criminale è difficile quando a muovere gli interessi sono soldi e potere. La volontà di mostrare i muscoli, il desiderio di concretizzare business illeciti particolarmente remunerativi spingono alcuni membri della Confederazione a stringere alleanze e creare distanza rispetto alle posizioni di altri presunti elementi di spicco. Questa situazione avvicina, ad esempio, Ariello a Piromallo e Porcaro a Di Puppo.
C’è una conversazione, richiamata nelle motivazioni, ritenuta importante nella ricostruzione degli equilibri interni al clan. E’ l’estate del 2019, quando Adolfo D’Ambrosio – ritenuto tra i riferimenti principali dell’omonimo gruppo – racconta pregresse esperienze carcerarie, ricordando momenti vissuti nel carcere di Sassari e incontri con altri esponenti di consorterie non calabresi, come quella dei Nuvoletta di Napoli. Nell’intercettazione vengono annotate le doglianze di Piromallo in merito ad alcune dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia che lo vorrebbero al vertice del clan Lanzino. Nella medesima captazione, viene affrontato anche il tema degli stipendi ai familiari dei detenuti e delle spese legali.
Le conclusioni
Al netto di una rappresentazione chiara del panorama criminale bruzio, delle evoluzioni e degli equilibri – spesso instabili – che agitano i sodalizi, le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia chiamati a raccontare e ricordare quanto da loro vissuto nella precedente vita criminale diventano solide base per confermare le tesi accusatorie. Vengono ritenuti canali «privilegiati», per avere costantemente il quadro aggiornato sui traffici illeciti, le dinamiche criminali, gli assetti associativi e i delitti commessi. Sulla base degli elementi raccolti nella fase di indagine e acclarati nel corso dell’istruttoria dibattimentale, per il collegio giudicante sussistono «le prove necessarie a sostenere l’ipotesi associativa di un gruppo ‘ndranghetistico articolato in diversi gruppi autonomi ma confederati e tutti riconducibili al vertice rappresentato da Francesco Patitucci». (f.benincasa@corrierecal.it)
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