Tradizione e sperimentazione nella Calabria apocalittica di D’Agostino
Un manoscritto immaginario diventa il luogo di una potente allegoria sulla fine del mondo e sulla fragilità dell’uomo

Con Quattro apocalissi, edito da Qued, Domenico Benedetto D’Agostino firma un’opera di rara originalità nel panorama contemporaneo calabrese e nazionale. La trama si articola su un percorso narrativo assolutamente originale: una notte, svegliatosi all’improvviso, il protagonista scopre che tutti i suoi animali sono spariti dal casolare. Seguendo le tracce nel fango, li trova radunati ai margini di una foresta in un incontro segreto. È qui che accade l’impossibile: iniziano a parlare in perfetta lingua umana. Gli animali rivelano che, secondo le loro antichissime tradizioni, possono usare la voce degli uomini solo in due momenti della storia: la notte del battesimo di Cristo e la fine dei tempi. Poiché la prima è passata da circa due mesi, resta una sola possibilità: l’apocalisse potrebbe essere imminente.
Il testo si presenta come un manoscritto ritrovato, attribuito a un anonimo testimone del catastrofico terremoto del 1638 e restituito in una lingua volutamente arcaica, ricercata, cesellata. È proprio la scelta linguistica, insieme alla costruzione narrativa, a rappresentare uno degli elementi più rilevanti dell’opera: D’Agostino non si limita a evocare un’epoca, ma la ricrea, la fa risuonare, la ricostruisce attraverso la materia viva della parola. L’autore gioca con la tradizione del bestiario medievale, con le Scritture, con la memoria apocrifa e con la metafisica del racconto orale. Le quattro “apocalissi”, pronunciate dagli animali, non sono soltanto visioni escatologiche, ma veri e propri dispositivi morali e filosofici: ciascuna creatura offre un’interpretazione del rapporto tra l’uomo, il divino e la fine del mondo, rivelando le fragilità, le resistenze e i fallimenti dell’umanità stessa. La straordinaria invenzione narrativa dell’assemblea delle bestie, che per una sola notte riacquistano la lingua degli uomini, consente a D’Agostino di mettere in scena un teatro di voci in cui si riflettono le più antiche paure collettive: la rovina, il castigo, l’incomunicabilità. Il risultato è un’opera che fonde allegoria, mito biblico e memoria storica, rivelando una sorprendente maturità stilistica e una consapevolezza profonda del valore del racconto come forma di interrogazione sul senso del tempo. Ampia parte del fascino del testo risiede nella sua duplice natura: Quattro apocalissi è insieme cronaca della fine e nascita di una nuova parola, documento immaginario e specchio delle angosce universali, ma anche pagina di alta letteratura che restituisce ai lettori la sensazione di un mondo arcaico e potente, sospeso tra fede, superstizione e cosmologia popolare. In questo quadro, l’opera di D’Agostino si afferma come un contributo importante alla narrativa sperimentale contemporanea per l’audacia della lingua, per la qualità della visione, per la capacità di far convivere tradizione e invenzione con assoluta naturalezza. Un libro che sa dialogare con la grande letteratura religiosa e simbolica senza mai perdere una sua precisa identità autoriale.
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato