Cagliostro, la ’ndrangheta a Ivrea esisteva davvero: condanna confermata a Nino Mammoliti
La sentenza di secondo grado del processo di Torino ha riconosciuto la locale e il metodo intimidatorio delle cosche

La Corte d’Appello di Torino ha messo un nuovo, pesante sigillo giudiziario sulla presenza della ’ndrangheta nel Canavese, confermando l’impianto accusatorio del processo “Cagliostro” e smontando definitivamente ogni tentativo di minimizzazione. La sentenza di secondo grado, pronunciata nei giorni scorsi, certifica l’esistenza di una locale di ’ndrangheta operativa tra Ivrea, Chivasso e Bollengo, attiva almeno tra il 2016 e il 2018 e pienamente inserita nei modelli organizzativi delle cosche calabresi.
Al centro del procedimento c’è Antonino Mammoliti, noto anche come “Nino” o “il Nero”, figura ritenuta apicale del sodalizio. Per lui i giudici hanno confermato la condanna a otto anni di reclusione, già inflitta in primo grado con rito abbreviato. Mammoliti, originario dell’area reggina e da anni stabilmente insediato in Piemonte, è stato indicato come uno dei riferimenti della locale insieme a Domenico Alvaro, dalla cui famiglia sarebbe arrivata l’autorizzazione alla costituzione del gruppo criminale.
Un passaggio rilevante della sentenza riguarda Stefano Marino Ivrea: il reato è stato riqualificato da concorso esterno in partecipazione all’associazione mafiosa, con una condanna a 5 anni e 8 mesi. Ridimensionata, invece, la pena inflitta a Francesco Vavalà, coinvolto nei filoni legati alle truffe aggravate dal metodo mafioso: per lui la Corte ha stabilito una condanna a un anno e otto mesi. Restano definitive anche le posizioni di altri imputati che non hanno presentato appello: Flavio Carta, condannato a sei anni, e Aniello Maurizio Buondonno, che sta scontando una pena di cinque anni e sei mesi.
Il sistema criminale
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino e condotta dai carabinieri, ha ricostruito un sistema criminale fondato principalmente su truffe di ingente valore, spesso realizzate attraverso il cosiddetto “trucco della valigia”. Alle vittime veniva prospettata la possibilità di acquistare denaro di provenienza illecita a prezzi vantaggiosi: dopo aver mostrato mazzette di banconote vere, i truffatori sostituivano il contenuto con carta, pacchi di caffè o giornali, appropriandosi di oro, orologi e preziosi per centinaia di migliaia di euro. Secondo le sentenze, però, non si trattava di semplici raggiri: le truffe erano rafforzate dal richiamo esplicito all’appartenenza mafiosa, elemento che generava soggezione e timore nelle vittime. Le indagini hanno inoltre fatto emergere la disponibilità di armi, episodi di usura e contrasti con altri gruppi criminali, a dimostrazione di un controllo del territorio tutt’altro che occasionale. Alcuni incontri tra esponenti del sodalizio sarebbero avvenuti anche in luoghi simbolo del Canavese, come l’area del lago di Bollengo, da cui la denominazione della locale. Un contesto che, negli anni, ha visto intrecciarsi affari illeciti, rapporti con ambienti calabresi e dinamiche tipiche della ’ndrangheta tradizionale. Le difese hanno annunciato ricorso in Cassazione. (f.v.)
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