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la riflessione

Cosenza calcio, dall’alto si vede meglio il vuoto

Il “San Vito-Marulla” deserto, le parole della società e una distanza che non è più solo sportiva, ma culturale e sociale

Pubblicato il: 20/01/2026 – 10:30
di Francesco Veltri
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Cosenza calcio, dall’alto si vede meglio il vuoto

COSENZA Ci sarebbe poco da commentare, verrebbe da dire. E invece no. Perché l’immagine dello stadio San Vito-Marulla deserto, ripresa più volte dall’alto dalle telecamere Rai e di SkySport durante il derby Cosenza-Crotone di lunedì sera, non è una semplice fotografia sportiva: è un documento storico. Probabilmente una di quelle immagini destinate a restare a lungo nella memoria collettiva del popolo cosentino. Un fermo-immagine che vale più di mille comunicati, più di mille dichiarazioni, più di mille giustificazioni. E che, allo stesso tempo, fornisce uno spot devastante dell’immagine della città e del club rossoblù.
Uno stadio vuoto si era già visto per gran parte della stagione. Ma forse mai come lunedì sera l’impatto di quel monumento spogliato e depredato della sua passione è stato così sconvolgente. Mai come in quell’occasione l’inquadratura cruda, reale, impietosa ha messo a nudo ciò che sta attraversando il calcio cittadino. Un fenomeno che a Cosenza non resta mai confinato al campo, perché il calcio (qui più che altrove) è sempre stato fatto sociale prima ancora che sportivo. È stato collante, aggressione positiva alla rassegnazione, scuola di vita. Ha cresciuto generazioni, ha acceso o risvegliato passioni sopite, ha sospeso per novanta minuti i dolori quotidiani di una terra che storicamente ha offerto poco ai propri giovani.
Oggi, però, la città di Cosenza è tutta lì, racchiusa in quell’immagine sbiadita, malinconica, arrabbiata: un impianto vetusto e vuoto che, in una serata di metà gennaio, si accende solo per illuminare la desolazione. Una luce fredda, che non scalda più nessuno.
E allora non appare affatto inopportuno tornare sulle parole del Cosenza calcio di domenica sera, pronunciate – o meglio, scritte – proprio alla vigilia del derby. Parole arrivate in risposta alle polemiche seguite all’addio, dopo appena tre mesi (roba da riderci su, se non facesse piangere), per «scadenza naturale del contratto» dell’esperto e prestigioso direttore generale Salvatore Gualtieri e per «raggiunti limiti di età» dello storico magazziniere Umberto Vommaro. Quest’ultimo, come ha lasciato intendere in un post su Facebook, si è dimesso con dolore, portandosi dietro il peso di ciò che il Cosenza era e che oggi, semplicemente, non è più.
Il club ha risposto alle accuse del Centro Coordinamento Club, che chiedeva l’intervento del sindaco e annunciava una manifestazione con la richiesta di «liberare il Cosenza calcio». In quel comunicato, la società ha ribadito concetti che sembrano andare poco d’accordo con la realtà. Anzi, la ignorano del tutto. È come se, di fronte a un interlocutore che pone domande precise, si rispondesse in un’altra lingua, parlando d’altro, raccontando un mondo parallelo.

stadio marulla vuoto
Il San Vito-Marulla ripreso dall’alto dalle telecamere Rai durante Cosenza-Crotone


Ma a fare più effetto – forse quanto l’immagine del San Vito-Marulla vuoto in diretta Rai e Sky – è stata una frase in particolare: «Il Cosenza Calcio respinge ogni rappresentazione che descriva la società come distante dalla città e dall’intera provincia o disinteressata al proprio ruolo sociale. Al contrario, la volontà resta quella di mantenere vivo il dialogo, pur nel rispetto dei ruoli, delle responsabilità e dell’autonomia gestionale e nell’interesse supremo dei tifosi, del territorio e del mondo sportivo, che non è mai secondario».
Parole che certificano una perdita totale di contatto con la realtà. Con una piazza che, piaccia o no – e a prescindere dal giudizio morale o sportivo che se ne voglia dare – non vuole più avere nulla a che fare con questa gestione. Il Cosenza, attraverso il silenzio o attraverso parole che spesso suonano come una sfida all’intelligenza, insiste nel raccontare una quotidianità che non esiste. Un racconto inefficace, sterile, autoreferenziale.
E quello stadio deserto, in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa, di rivalità, di passione, dovrebbe spingere a riflessioni ben più profonde di quelle prodotte finora. Perché il vuoto sugli spalti non è casuale, non è atmosferico, non è frutto di un capriccio. È una conseguenza. Se questo club, come sostiene, tiene davvero ai colori rossoblù, allora dovrebbe trovare il coraggio – una volta per tutte – di guardare ciò che ha creato, o meglio ciò che ha seminato, e che oggi lo circonda. E da lì trarre le uniche conclusioni possibili. Non per orgoglio, non per rivalsa, ma per rispetto. Di una città, di una storia, e di uno stadio che non merita di essere ricordato solo dall’alto, come un grande vuoto illuminato. (f.veltri@corrierecal.it)

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