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Il coraggio di denunciare di Antonio Vavalà, confermate in appello le condanne per usura ed estorsione a Scalea

Confermata la sentenza di primo grado emessa nei confronti di 5 imputati. «L’associazione Antiracket Lucio Ferrami al fianco dell’imprenditore»

Pubblicato il: 20/01/2026 – 14:19
di Fabio Benincasa
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Il coraggio di denunciare di Antonio Vavalà, confermate in appello le condanne per usura ed estorsione a Scalea

CATANZARO Lo scorso 15 gennaio, la Corte d’appello di Catanzaro (presidente Alessandro Bravin) ha confermato la sentenza emessa nel processo di primo grado nei confronti di Tammaro Della Gatta, Vito Della Gatta, Salvatore Posco, Raffaele Iannuzzi e Vincenzo Perugino. Gli imputati erano stati coinvolti in una inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che aveva portato alla luce episodi di usura e intimidazioni nei confronti di un imprenditore di Scalea, Antonio Vavalà. La vittima, dopo aver subito richieste estorsive – supportato dallo sportello di aiuto dell’associazione “Lucio Ferrami” – ha deciso di denunciare tutto alle forze dell’ordine.

La storia

Antonio Vavalà era finito nel vortice dell’usura e delle estorsioni. I debiti si accumulano, i tassi imposti crescono, la vita va a rotoli. Un giorno l’imprenditore di Scalea decide di porre fine all’incubo e denuncia i suoi aguzzini. Stretto tra la paura di perdere tutto e di non poter rivedere più i figli e la moglie e la volontà di chiudere l’azienda, Vavalà trova la forza di reagire. Insieme ai suoi cari esce dal vortice di terrore e si affida alle associazioni Anti-racket che lo hanno seguito durante tutto l’iter giudiziario, dalla denuncia alle testimonianze. Oggi Antonio Vavalà si sente finalmente libero.

La nota dell’Associazione Antiracket Lucio Ferrami

L’Associazione Antiracket Ferrami di Cosenza – da sempre accanto all’imprenditore – ha commentato l’esito del processo d’appello. «La pronuncia rappresenta un passaggio fondamentale in una complessa storia di riscatto civile, originata da una denuncia che ha consentito di far emergere gravi condotte di usura ed estorsione, caratterizzate da pressioni e intimidazioni finalizzate anche alla cessione di parte dell’attività economica della persona offesa. L’Associazione Antiracket di Cosenza ha affiancato la vittima sin dalla fase immediatamente successiva alla decisione di denunciare, attivando tutte le misure previste dallo Sportello Antiracket: supporto psicologico, assistenza legale e consulenza commerciale, assicurando una presa in carico completa e continuativa in un percorso particolarmente delicato. La scelta di rompere il silenzio non è stata immediata né semplice».
«Attraverso un lavoro costante di accompagnamento umano e civile – si legge ancora – è stato possibile superare la fase iniziale di esitazione e avviare un percorso che ha condotto all’indagine, al processo di primo grado e alla conferma della responsabilità penale in sede di appello. L’impianto accusatorio si è fondato in maniera determinante sulla denuncia e sulla testimonianza rese, ritenute pienamente attendibili dal Tribunale di Paola e confermate dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Un sentito ringraziamento va ai Carabinieri della Compagnia di Scalea, il cui lavoro investigativo si è rivelato fondamentale. Professionalità, attenzione e vicinanza hanno consentito di trasformare una denuncia difficile in un concreto percorso di giustizia. Questa vicenda dimostra che denunciare è possibile e che le vittime di usura ed estorsione non sono sole. Il lavoro di rete tra associazioni antiracket, Forze dell’Ordine e Magistratura rappresenta lo strumento più efficace per contrastare il racket e restituire fiducia e dignità a chi subisce pressioni, minacce e condizionamenti economici. L’Associazione Antiracket Ferrami continuerà a essere al fianco di chi sceglie la libertà». (f.b.)

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