Il narcotraffico a Cosenza, «droga sul mercato senza soluzione di continuità»
Nelle motivazioni del processo “Reset” si fa riferimento alla presenza di una «stabile» consorteria dedita al traffico e allo spaccio

COSENZA Un robusto capitolo, nelle pagine delle motivazioni che accompagnano la sentenza del processo di primo grado scaturito dall’inchiesta denominata “Reset“, è dedicato al narcotraffico. Da sempre vero core business delle organizzazioni criminali, la vendita della polvere bianca è oggetto delle attenzioni anche della procura di Cosenza, guidata da Vincenzo Capomolla. Sul punto, l’ex procuratore facente funzione della Dda, ha avuto modo di sottolineare come occorra «mettere in campo ogni sforzo sul piano della repressione del mercato della sostanza stupefacente, dei canali di rifornimento e dello spaccio e insieme a questo ovviamente creare quella rete di protezione soprattutto dei soggetti più esposti: i giovani, prima di tutto».
La consorteria
Tornando alle quasi 5.000 pagine di motivazioni offerte dal collegio giudicante del processo “Reset“, l’analisi apre ad uno spaccato – quello del territorio cosentino – segnato dalla presenza di una «stabile» consorteria criminale dedita al traffico e allo spaccio «prevalentemente di eroina» – in una condizione di semi monopolio – ma anche di cocaina, hashish e marijuana. La consorteria è quella che fa capo alla famiglia Abbruzzese, meglio conosciuta come “Banana“. Quella descritta nella sentenza è «una struttura verticistica, capace di immettere droga sul mercato senza soluzione di continuità». Il gruppo si fonda su una cassa comune (la bacinella) in cui confluiscono i proventi dello spaccio e si avvale di una fitta rete di pusher dislocati in varie zone della città (da Cosenza vecchia a via Popilia) e nei comuni limitrofi. Tutti rispondono al “Sistema Cosenza” (ne abbiamo parlato qui) e chi trasgredisce le regole – ricorrendo al sottobanco – viene punito (ne abbiamo parlato qui).
La struttura
Quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale ha convinto il collegio dei presupposti legati all’esistenza di una struttura permanente con al vertice i due fratelli Abbruzzese, Luigi e Marco e dal cognato Antonio Abruzzese. Luigi Abbruzzese è considerato «motore organizzativo dell’associazione» e un «punto di riferimento per tutti i componenti dell’organizzazione» ai quali «impartiva direttive e indicazioni». Antonio Abruzzese insieme alla moglie sarebbero «contabili» del gruppo. Il primo teneva una sorta di «libro mastro», in cui venivano annotate tutte le movimentazioni di denaro e di droga.
Ad un livello intermedio trovano posto «gli associati non di etnia rom» ma comunque con un ruolo di «rilievo» all’interno dell’organizzazione. Tutti soggetti in grado di accedere ai luoghi dove i “Banana” occultavano lo stupefacente.
Sullo stesso piano, la piramide ospita anche soggetti di etnia rom che «partecipavano più attivamente alle attività di approvvigionamento, traffico e spaccio di droga».
L’ultimo gradino è occupato dai pusher. Nelle motivazioni, tuttavia, il collegio sottolinea come alcuni imputati non fossero pienamente al corrente delle dinamiche mafiose sottese alle operazioni di narcotraffico e neanche della presenza del sodalizio nella Confederazione di ‘ndrangheta. Motivo che ha spinto i giudici ad escludere, in sede di giudizio, l’aggravante. (f.benincasa@corrierecal.it)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato