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l’affare dei pezzi rubati

“Car Cash” svela il business illecito di Arghillà

Secondo la Procura anche imprenditori del settore auto si sarebbero rivolti al circuito criminale, alimentando un mercato parallelo e illegale

Pubblicato il: 22/01/2026 – 9:56
di Paola Suraci
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“Car Cash” svela il business illecito di Arghillà

REGGIO CALABRIA Non una sommatoria di episodi criminali, ma lo spaccato di un sistema illecito strutturato, radicato e riconoscibile, che per anni avrebbe operato alla luce del sole grazie a un intreccio di ruoli interni, domanda esterna e silenzi diffusi. È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta “Car Cash”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, che ha acceso i riflettori su un gruppo attivo ad Arghillà Nord, periferia di Reggio Calabria, dedito a furti di autovetture, estorsioni, ricettazione, traffico di pezzi di ricambio e armi.
Al centro dell’attività investigativa, come evidenziato dagli atti della Polizia Giudiziaria, viene collocata la figura di Romano Amato, alias “Capoluogo”, nato a Melito di Porto Salvo il 14 dicembre 1970. Le carte parlano in modo esplicito: «Sicuramente centrale nella presente attività di indagine è la figura di AMATO Romano alias “CAPOLUOGO”». Secondo gli inquirenti, Amato avrebbe ricoperto una posizione criminale di rilievo all’interno della comunità rom di Arghillà Nord, disponendo di «un nutrito seguito» e fungendo da punto di riferimento per gli altri sodali.
Nel corso delle investigazioni, Amato sarebbe risultato «coinvolto nella maggior parte delle condotte delittuose rilevate», con una caratura criminale definita «certamente di livello superiore rispetto a quella dei sodali». Non solo ricettazione – tre gli episodi contestati – ma anche un ruolo diretto in entrambi gli episodi di estorsione aggravata ricostruiti nel procedimento. Attività che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero state affidate a lui «in ragione della sua caratura criminale», trattandosi di condotte considerate particolarmente delicate.
Un passaggio delle carte viene ritenuto emblematico dalla Procura: «Il ruolo di Amato Romano cessava in concomitanza con la sua detenzione per altri titoli». Un elemento che, per il pubblico ministero, dimostrerebbe come solo una misura cautelare custodiale sia in grado di arginare la pericolosità dell’indagato. Da qui la richiesta e l’applicazione della custodia cautelare in carcere, ritenendo «del tutto insufficiente» una misura più graduale come gli arresti domiciliari, incapace di «recidere i legami tra l’indagato e il contesto delinquenziale di riferimento».

Un’altra figura ritenuta di primo piano

Accanto ad Amato, l’inchiesta individua un’altra figura ritenuta di primo piano: Massimo Bevilacqua, alias “’U Riggitanu”, nato a Reggio Calabria il 25 dicembre 1979. Anche lui viene descritto come «soggetto di spicco nella comunità rom stanziata nella frazione di Arghillà Nord» e, secondo gli investigatori, non si esclude che «sia subentrato nel ruolo già ricoperto da Amato Romano a seguito del recente arresto di quest’ultimo». Nel dettaglio, Bevilacqua risulterebbe coinvolto in quattro episodi delittuosi: due estorsioni, un furto e una ricettazione. Il suo profilo giudiziario appare aggravato da numerose condanne pregresse e da procedimenti penali tuttora pendenti.
Ma l’inchiesta “Car Cash” va oltre l’individuazione dei singoli responsabili e restituisce un quadro sistemico, che chiama in causa anche il contesto sociale ed economico. Nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’operazione, la sostituta procuratrice Chiara Greco ha parlato di un fenomeno «noto in città e spesso alimentato dagli stessi cittadini». Un passaggio che fotografa un clima di diffusa tolleranza, riassunto nell’espressione: «tutti sanno, ma si fa finta di nulla».
Secondo la Procura, una parte della cittadinanza, pur denunciando pubblicamente il degrado di Arghillà, non avrebbe esitato a rivolgersi agli stessi ambienti criminali per risolvere problemi legati a furti o per ottenere beni e servizi a condizioni vantaggiose. Un comportamento che, consapevolmente o meno, avrebbe finito per legittimare e rafforzare il sistema criminale, garantendone continuità operativa.
Il mercato illecito, del resto, vive di domanda. Un concetto ribadito con forza dagli inquirenti: «Se quei pezzi rubati non trovassero acquirenti, se il cittadino medio smettesse di fare l’affare, Arghillà perderebbe ossigeno». Ancora più preoccupante, secondo Greco, è quando a rivolgersi al circuito illecito sarebbero gli stessi imprenditori del settore automobilistico, consapevoli che per ottenere pezzi di ricambio a prezzi inferiori è possibile rivolgersi alla comunità di Arghillà. Le indagini, supportate da sistemi di videosorveglianza, avrebbero documentato l’accesso di operatori economici al circuito della ricettazione, una pratica che «va a falsare il gioco della concorrenza» e penalizza chi opera nel rispetto della legalità. (redazione@corrierecal.it)

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