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Quanto costa curarsi: per 4 milioni di famiglie bilancio a rischio

Spesa sanitaria privata in crescita del 10% per quelle meno abbienti. Pesano odontoiatria e cronicità

Pubblicato il: 22/01/2026 – 9:46
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Quanto costa curarsi: per 4 milioni di famiglie bilancio a rischio

L’equità che dovrebbe essere garantita dal Sistema sanitario nazionale (Ssn) ‘traballa’ e resta sempre più spesso sulla carta: fra le famiglie meno abbienti la percentuale di spesa privata per la sanità è infatti aumentata tre volte più che fra quelle con più possibilità economiche. L’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci delle famiglie si è infatti più che raddoppiata, dalla nascita del Ssn ad oggi, raggiungendo in media il 4,3%, e toccando il 6,8% per quelle meno istruite: per 4 milioni di famiglie il bilancio è a rischio proprio per i costi delle cure.
Sono alcuni dei dati che emergono dal 21esimo Rapporto Sanità del Crea, il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità, presentato al Cnel.
Il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie più povere è cresciuta dal 27,6% al 37,6%. In totale la spesa privata è pari a 43,3 miliardi di euro, quasi un quarto del totale. Un quadro che spiega perchè, sottolinea il Crea, 2,3 milioni di residenti registrano un disagio economico (o un impoverimento o una rinuncia per ragioni economiche alle prestazioni), un dato “in lenta ma costante crescita”, come anche perché oltre 4 milioni di famiglie sono soggette a spese sanitarie che incidono in modo rilevante sui bilanci familiari dovute specialmente all’odontoiatria e alla assistenza di lunga durata a pazienti non autosufficienti, due settori in cui la tutela appare largamente non sufficiente. Le analisi elaborate evidenziano che i risultati del Ssn in termini di perseguimento dell’equità e dell’efficienza, sottolinea il Crea, “sono lontani da quanto atteso”. Di fatto, è la lettura del Crea, “la sostenibilità del sistema è stata resa possibile da uno strisciante razionamento implicito delle tutele, che ha ulteriormente sfavorito la popolazione meno abbiente e meno istruita”. Dunque, è il messaggio lanciato dal Rapporto, “l’attuale assetto del Ssn, senza un cambio di paradigma, non sarà in grado a rispondere ai bisogni in evoluzione della popolazione, guidata dalla demografia, ma anche dalle modifiche nelle strutture sociali”.
Le differenze sono anche geografiche: mentre in origine la quota di famiglie spendenti per le cure era maggiore nel Nord-Est, risultato coerente con un reddito maggiore delle media nazionale, ora è maggiore nel Centro e nel Mezzogiorno. Il dato del sud in particolare, secondo il Rapporto, suggerisce come la spesa privata non sia correlata solo a maggiori disponibilità economiche, quanto a carenze del Servizio Pubblico. Mentre la spesa privata nel Nord è dunque cresciuta parimenti al reddito disponibile, nel Centro e nel Mezzogiorno si è incrementata molto di più, drenando risorse prima destinabili ad altri obiettivi: un comportamento di spesa delle famiglie che fa capire come queste ritengano i consumi sanitari ‘extra Ssn’ qualcosa di necessario e non posticipabile.
L’analisi evidenzia inoltre come dopo il 2000 la spesa pubblica e quella privata siano però cresciute allo stesso ritmo (+2,7% medio annuo, pari al +0,7%, in termini reali): “Si smentisce quindi – si legge – che con il Federalismo si sia generata una ‘privatizzazione’ strisciante della tutela sanitaria che, semmai si è realizzata negli anni precedenti”. Nei confronti internazionali, poi, la spesa italiana risulta inferiore di circa il 10%: “Si tratta di un incremento difficile da ottenere, perché sono molti i settori in competizione per l’allocazione delle risorse pubbliche. In ogni caso – afferma il Crea – la spesa italiana, anche se aumentasse di quanto indicato, rimarrebbe inferiore a quella dei principali Paesi europei”.
Cambiano anche le aspettative: “Il Ssn è nato per rispondere in primis ai bisogni clinici legati alle acuzie; da un ventennio circa sta cercando di adeguarsi alla necessità di potenziare la presa in carico della cronicità”. Il Crea ritiene dunque che alcune revisioni siano improcrastinabili. “Certamente universalismo, globalità, equità, umanizzazione, appropriatezza ed efficienza rimangono principi validi da salvaguardare. Ma non di meno – conclude l’organizzazione – la globalità delle risposte va estesa: dal percorso strettamente clinico (dalla prevenzione al fine vita) a quello ‘ibrido’, che ricomprende più in generale i bisogni sociali”.

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