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Il declino dell’informazione, la Calabria tra stereotipi mediatici e realtà negate

«Non esistono fatti ma interpretazioni», diceva Vattimo. L’informazione rinuncia alla profondità, oscurando i nodi strutturali del presente

Pubblicato il: 23/01/2026 – 16:34
di Emiliano Morrone
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Il declino dell’informazione, la Calabria tra stereotipi mediatici e realtà negate

COSENZA Non esistono fatti; ci sono soltanto interpretazioni. Era un monito del compianto filosofo Gianni Vattimo, che già negli anni ’80 aveva capito le trasformazioni culturali e sociali indotte dai media e, prima ancora, i limiti della metafisica e l’inattuabilità delle promesse rivoluzionarie dei due decenni precedenti. Tornasse a parlare, il filosofo torinese di origini calabre aggiungerebbe che il capitalismo non dà spazio né tregua e che, nella civiltà dell’immagine e dei consumi, conta soprattutto spingere ad acquisti compulsivi, uniformare pensieri, desideri, gusti e visioni affinché l’individuo spenda sempre (e male).
È l’indirizzo di molti organi di informazione, che con i loro congegni pubblicitari puntano spesso alla quantità dell’utenza e non alla qualità dei contenuti, al sensazionalismo e non all’approfondimento, alla superficie e non all’analisi dei fenomeni, sul presupposto che banalità, semplificazione e – avrebbe detto l’acutissimo Manlio Sgalambro – «shock emozionali» portino visualizzazioni, like e quindi soldi, al contrario dello scandaglio di accadimenti e problemi. Perciò gli aspetti strutturali e le notizie vere passano in secondo piano o finiscono nell’ombra; vedi il sistema dell’emissione della moneta a debito che rimane nascosto, la vicenda del Mercosur, tutta la questione del riarmo europeo incluso il peso specifico sui bilanci nazionali, il recente disegno di legge delega di riforma dell’assistenza ospedaliera e territoriale oppure la separazione delle carriere dei magistrati. Allora non di rado emerge, specie dalla lettura dei giornali on line, un mondo parallelo, distraente, di piccole storie inutili oppure ignobili; per esempio, l’eroica impresa di qualche esaltato che sfida il mare in tempesta o un meccanismo tragicomico di truffe assicurative nell’interno della regione. Se non bastasse, con la messa in onda di servizi preconcetti della tv generalista, tornano alla ribalta stereotipi che la postmodernità sembrava aver esorcizzato o sconfitto; per esempio, l’immobilismo pubblico e l’arretratezza della Calabria, che peraltro è tra le patrie dell’Intelligenza artificiale e di settori specifici dell’informatica, se rammentiamo l’impatto del rettore dell’Unical, Gianluigi Greco, e la fama dello stesso ateneo anche nel campo dell’Infinity Computing, grazie ai lavori del matematico Yaroslav Sergeyev.
Bisogna allora insistere sulla necessità di una precisa direzione etica disgiunta dal profitto in sé, nel distinguere, classificare, disporre e fornire le notizie. Occorre investire sulla formazione del giudizio critico a mezzo stampa e sulle testate giornalistiche come strumento privilegiato di dibattito, di crescita culturale e autonomia valutativa. Ma ciò richiede il contributo di soggetti – aziende, abbonati, finanziatori vari – disposti a sostenere i riassunti obiettivi, oltre che un cambio radicale di mentalità e l’affermazione del principio secondo cui il giornalismo è attività intellettuale, del resto già espresso nella legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, del 1963, sicché come tale va riconosciuta sul piano assiologico, sociale ed economico. Contemporaneamente – per un auspicabile riscatto della Calabria, anche inteso come affrancamento innanzi alle pericolose narrazioni esterne basate su vecchi cliché – da operatori e fruitori dell’informazione dovremmo avere un altro sguardo sulla realtà regionale, caratterizzato – pure verso noi stessi – da una severità pronunciata rispetto ai comportamenti pubblici e a episodi di mancanza di senso di responsabilità e comunità, come dalla battiatiana visione indulgente «per non offendere inutilmente», insieme a una irremovibile intransigenza di fronte a prassi inaccettabili, tipo il laboratorio di analisi che non rispetta l’orario di apertura in prossimità del Natale o il funzionario che rinvia la signora a casa per sopraggiunta chiusura dello sportello, incurante che quella donna è ultraottantenne, ha percorso molti chilometri e atteso quattro ore in piedi per la timbratura di un’impegnativa.
In altri termini, in Calabria l’informazione dovrebbe avere e dare profondità e senso, alimentare lo spirito critico e di servizio, stimolare la partecipazione alla tutela dei diritti, alla vita democratica e al compimento dei doveri civici e civili. Così concepita, l’informazione dovrebbe anche favorire coscienza e salvaguardia del patrimonio e del bene collettivo, conservare un elevato livello di vigilanza rispetto al racconto dell’esercizio del potere pubblico e intervenire davanti a eventuali torsioni e generalizzazioni dei media nazionali, che in molti casi vendono un’immagine, un’idea della Calabria come luogo in cui succedono cose mai viste. In parallelo, l’informazione dovrebbe indagare sulle diseguaglianze remote e perpetue che dividono il Nord e il Sud: inquadrarle, esaminarle, contestarle e proporre strade e mezzi di superamento. Molte volte, poi, la causa dei disservizi e delle storture nell’ambito pubblico calabrese è da rintracciare anche in un costume amministrativo, che in genere la politica non contribuisce ad archiviare e che, anzitutto noi stessi, lasciamo intatto con un silenzio di comodo o un’indifferenza da pigrizia, superficialità, svogliatezza. È vero che negli uffici è diffusa la sostituzione del diritto con il favore. Ed è innegabile che al riguardo si agisca culturalmente poco; a partire dal nostro ambito dell’informazione, che potrebbe avere una forza rigenerativa ma si mantiene su un piano moralistico e di frequente con atteggiamenti pubblicoministeriali o toni da mercato del pesce che infine sono riconducibili a un codice, a una tecnica d’impronta commerciale, finalizzati a generare condivisioni e perciò facile ritorno economico.

La matassa

L’altro nodo della matassa riguarda la dominante “neutralità” della stampa e dell’informazione nel suo complesso, a più riprese ricordata dal politologo Isaia Sales: rispetto alle contrapposizioni di natura politica, è sempre più raro il nostro ruolo di mediazione con i lettori e con l’utenza, ossia il chiarimento autorevole su presupposti, circostanze e sviluppi di vicende oggetto di dialettica tra le parti politiche. Altre volte si assiste, per esempio su scala nazionale, a una ricorrente prossimità tra informazione e maggioranze od opposizioni, come – logicamente – al suo contrario. Ciò dipende dalla metamorfosi dell’ecosistema dell’informazione, che oggi richiede troppo spesso velocità e sostanziale innocuità, che non premia il coraggio editoriale, la completezza dei servizi e la loro dirittura interrogativa. Di fronte allo scadimento quotidiano dell’informazione a ogni latitudine, c’è bisogno di responsabilità e di una reazione. È a mio avviso importante stringere un patto tra operatori e fruitori per elevare la qualità dei contenuti e rivolgersi alle scuole e alle università calabresi per strutturare insieme a loro attività di ricerca e laboratorio finalizzate a ricostruire un altro quadro della Calabria, dei problemi, delle necessità e delle risorse, tante volte inutilizzate e sciupate perché ignote. A cominciare dall’ambiente, dalla cultura e dal pensiero. (redazione@corrierecal.it)

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