“Reset”, il peso del gruppo della Valle dell’Esaro «legato al capo storico Franco Presta»
Accertata l’esistenza di un sodalizio operante «in continuità» con il passato. Dopo l’arresto del boss, a prendere le redini sarebbe stato Tonino Presta

COSENZA I pm che hanno rappresentato l’accusa nel corso del procedimento “Reset“, Corrado Cubellotti e Vito Valerio, hanno cristallizzato nel corso del dibattimento il ruolo assunto dal presunto gruppo Presta egemone nella Valle dell’Esaro, e legato – questa la circostanza evidenziata dall’accusa – al sindacato federativo «come parte storica integrante del gruppo degli Italiani».
Alcuni pentiti hanno trattato il modus operandi del presunto clan, che giova ricordarlo dal punto di vista giudiziario, al termine del processo ordinario scaturito dall’inchiesta “Valle dell’Esaro“, viene inquadrato dai giudici come gruppo di narcotrafficanti slegato dagli ambienti della ‘ndrangheta. I collaboratori di giustizia, sentiti in aula nel corso del procedimento ordinario “Reset”, hanno sollecitato la memoria ricordando episodi che mostrerebbero la partecipazione dei Presta «nella costituzione dell’accordo con il gruppo degli Zingari per la gestione di questa cassa comune, che costituisce il vero momento unificatore della Confederazione». Il richiamo all’unità suggerito dal pm della Dda di Catanzaro Corrado Cubellotti si riferisce «al momento dinamico attuativo del programma criminale dell’associazione; perché nella bacinella confluivano i proventi dell’attività illecita, proventi che venivano reimpiegati e per il pagamento degli stipendi agli associati e per il mantenimento dei detenuti e per le altre spese che riguardavano la gestione comunque della cosca».
Le difese hanno sempre opposto alla supposizione dell’esistenza di una “Confederazione”, la natura non esaustiva delle dichiarazioni rese dai vari collaboratori di giustizia che sarebbero circoscritte e riferite ad un periodo temporale risalente nel tempo. L’accusa sostiene di avere informazioni – fornite anche dall’unico pentito della famiglia Presta, Roberto, – utili a cristallizzare un periodo più recente rispetto a quanto asserito dai pentiti cosentini.
Come sostiene, durante la requisitoria, il pm Cubellotti: «Roberto Presta fornisce un’indicazione puntuale dei soggetti tenutari della bacinella, cioè di coloro che nel corso del tempo si sono succeduti anche a causa delle vicende giudiziarie che riguardavano altri esponenti che avevano ricevuto in precedenza lo stesso incarico». Sarà lo stesso pentito a riferire di aver personalmente accompagnato il fratello Tonino Presta ad alcune riunioni con «altri gruppi della fazione italiana, facenti parte della Confederazione». A supporto della tesi dell’accusa arrivano in soccorso altre dichiarazioni fornite da Roberto Presta. «Dice che oltre a conoscere Patitucci, Di Puppo e Roberto Porcaro, per il tramite del racconto che gli faceva il fratello, aveva avuto una conoscenza diretta degli stessi perché li aveva incontrati una prima volta nel 2009; in un’altra occasione del 2013, durante il periodo di sua detenzione li aveva incontrati in carcere; dopodiché aveva avuto modo di rincontrarli e di parlarci direttamente e di averci rapporti nel 2016/2017». Il dato che restituisce Presta «è fondamentale dal punto di vista della costruzione cronologica dei fatti, perché ci sposta all’attualità della contestazione l’esistenza di questa Confederazione che rinveniva il suo momento di unitarietà nella gestione della bacinella comune», sostiene il pubblico ministero.
In buona sostanza, l’accusa ritiene di avere elementi validi a supporto della propria tesi segnalando «un momento di unitarietà dinamico operativo, che è la bacinella e un momento di unitarietà statico organizzativo nella figura di Patitucci».
Le motivazioni della sentenza “Reset”
Lo scorso 17 luglio il processo celebrato con rito ordinario si è concluso con la sentenza pronunciata dal collegio giudicante (qui le decisioni). Il gruppo criminale, come emerso, si identifica «ancora oggi nel capo storico di Franco Presta (…) nonostante lo stato detentivo a vita», continua a rappresentare il capo della ‘ndrina percependo il mantenimento in carcere. I numerosi elementi di prova acquisiti hanno consentito «di ritenere accertata l’esistenza di un sodalizio operante nella Valle dell’Esaro «in continuità» con il gruppo facente capo a Franco Presta. Dopo la carcerazione del boss, nell’aprile del 2012, la direzione del sodalizio sarebbe passata in capo a Tonino Presta. Nero su bianco, nelle motivazioni, vengono annotate alcune dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia sentiti anche nel corso del procedimento. E’ Francesco Galdi a dare conto della «esistenza di una ‘ndrina di Tarsia» capace di «gestire in autonomia estorsioni di modico importo, mentre concorreva nella gestione con i cosentini delle estorsioni più importanti». Sul carisma di Tonino Presta ha riferito invece il collaborato Franco Bruzzese. «I rapporti con gli Italiani erano buoni, alla fine, quella che valeva era la parola di Antonio Presta». Ed ancora «tutti avevano timore di Antonio Presta». (f.benincasa@corrierecal.it)
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