A Catanzaro serve “una prospettiva chiara e ben condita”
La città è accasciata in un sonno che non promette niente di buono e da cui si può riemergere soltanto accollandoci ognuno la propria parte di colpa

CATANZARO Ci sono più modi per spiegare “il declino sul piano qualitativo della classe politica del capoluogo”, come scrive Antonio Cantisani dopo l’ennesima baruffa in Consiglio comunale per via di risorse destinate ai servizi sociali e, paradossalmente, restituite alla Regione. Ma se si vuole essere proficui nella discussione, occorre dare priorità alle cause della crisi della politica locale e della città. Prendendo le mosse da un’evidenza empirica e da un interrogativo.
La prima: l’Amministrazione comunale somiglia (fin dall’insediamento) a quel prode cavaliere del poema cavalleresco che “andava combattendo ed era morto”; e non disponendo di idee forti e di solide analisi di scenario, con cui far spiccare il volo all’ “anatra zoppa”, s’è lasciata plasmare dal caso.
L’invisibilità del Capoluogo
L’interrogativo: come mai, nonostante l’acqua scarseggi (e non solo nei rubinetti delle case!) la papera ( contrariamente al detto napoletano) galleggia? Certo, la tengono a galla (per legittima difesa) i consiglieri che nel 2022 le elezioni le hanno perse, ma dinanzi ad un’Amministrazione dai meccanismi grippati, che non riesce a decidersi neppure sull’ubicazione del nuovo ospedale, perché tarda a riscontrarsi una reazione vibrata dei partiti degli schieramenti principali, per andare oltre la fitta foresta dell’Assemblea comunale e ridare linearità all’impegno politico e istituzionale? Oggi Catanzaro non è autosufficiente per progettare il suo futuro. E’ il capoluogo più invisibile d’Italia, al punto che se non fosse per il calcio al “Ceravolo” potrebbe farsi il segno della croce. Non mancano interessanti iniziative culturali. Ma è come se alla città sfuggisse il “quid” che dà senso all’insieme. Quell’idea originale di comunità senza cui non si rinforza la coesione sociale; e senza la quale non si scaldano i cuori, non si fa crescita sociale e non si fronteggia la complessità del turbinoso presente.
Le cause profonde
Tuttavia, la città non si rialzerà scaricando le responsabilità sul sindaco o sulla “scarsa qualità” dei suoi esponenti politici, perché non origina con il prof. Nicola Fiorita il suo disorientamento esistenziale. Né la causa è rinvenibile in un complotto: la cospirazione, ordita da lobby potenti che dall’emarginazione di Catanzaro meditano di trarre vantaggi, è una sciocchezza. Né aiuterà navigare a ritroso, mettendo alla gogna il presente e rivalutando la politica del passato. Le cause profonde, al contrario, sono rintracciabili nel suo perimetro geografico. Remote: come l’ostracismo affibbiato al mare dalle classi dirigenti, tutt’altro che illuminate, della prima e seconda Repubblica. Una città che ha il mare e si è ostina a ignorarlo, non dotandosi di un porto che attende il cantiere da mezzo secolo, è come se avesse deliberatamente scelto il suicidio. E poi cause contemporanee, come l’assenza di una strategia dello sviluppo e di proposte praticabili, per la crescita dell’economia e il superamento della frammentazione urbanistica che preclude la messa a sistema dei quartieri. Senz’altro i patimenti della città, isolata nello scacchiere regionale e nazionale, risultano più allarmanti, perché le altre città calabresi, incluse quelle più di frequente in coda alle statistiche sui diritti di cittadinanza, da qualche anno sono proattive e in movimento, mentre Catanzaro è ferma. Acefala e incline a un’introspezione che cova rabbia e risentimento. Né ci sono, o se ci sono prediligono il profilo basso, istanze economiche che, premendo per entrare nel grande gioco di un mondo interconnesso e permeato da accelerate trasformazioni informatiche e biotecnologiche, dovrebbero spronare i decisori pubblici a uscire dalle gabbie di un politichese sciatto che li deprime e deprime il contesto. Liberissimi di lagnarsi per una città che dà le spalle al futuro, chiamando scippi i successi messi a segno altrove. Ma così si smarrisce il senso di una cittadinanza che, per dirsi attiva, ha il dovere dell’autocritica e dell’analisi scrupolosa sul perché e percome si è giunti a questo intoppo. E liberissimi di accusare le Giunte-Fiorita di aver apparecchiato un mediocre bricolage gestionale teso alla mera sopravvivenza. In realtà, non ci si aspettava da chi governa il Comune che in pochi anni garantisse una dignitosa erogazione dei servizi e naturalmente neppure che si finisse in una gestione della cosa pubblica dimessa e negligente oltre ogni fosca previsione. Semmai, da chi ha vinto le elezioni all’insegna del cambiamento radicale, si attendevano esaltanti prove di volo. Uno slancio generoso di metafisica dei costumi politici che, superando gli schemi delle appartenenze e mettendo all’opera le intelligenze estranee ai circuiti dei poteri tradizionali e quelle sparpagliate in Italia e oltre, potesse contribuire alla rigenerazione del capoluogo. Invece tutto ciò è mancato. Non si è saputo far nascere e radicare il nuovo, mentre il vecchio a cui ci si è contrapposti, anziché cedere il passo, ha contagiato la gracile “primavera catanzarese”, senza neppure trasferirle l’abilità di gestire il potere in maniera ordinaria. Così, mentre le altre città calabresi sono in fermento per cogliere ogni opportunità, Catanzaro è precipitata in una fase di leadership politica incagliatasi in un cruciverba complicato, che non sa o non può risolvere, e in cui niente è come appare. E ciò che appare è avvertito dalla società civile come l’ennesima fregatura.
Una chiamata alla responsabilità collettiva
Stretta nella tenaglia del nuovo finito a tarallucci e vino e della recriminazione aggrappata al campanile, la città è accasciata in un sonno che non promette niente di buono e da cui si può riemergere soltanto accollandoci ognuno la propria parte di colpa. Non capri espiatori, ma una confessione pubblica di responsabilità per essere stati cittadini “non innocui ma inutili, per avere trascurato – parafrasando Pericle – i pubblici affari attendendo alle nostre faccende private”. Pertanto, la domanda adesso è: fino a quando si andrà avanti lamentandosi del sindaco imbelle, della Regione matrigna e del Governo ladro, piuttosto che, smettendo di farci travolgere dalle negatività, iniziare dal basso, come suggeriva Italo Calvino, “a cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”? E’ un quesito dettato non da intenti polemici, ma dalla speranza che si giunga finalmente ad assicurare alla città “una prospettiva, fresca, chiara e ben condita”, come chiedeva Anton Ego, il crudele critico gastronomico di “Ratatouille”.
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