Salvini non sarà mai il “nuovo Mancini”
L’azzardato paragone che la parlamentare leghista Simona Loizzo ha coniato per compiacere il suo leader e le sue presunte capacità realizzative

COSENZA Non è la prima volta che la parlamentare della Lega Simona Loizzo utilizza incautamente i simboli della Calabria. Nel giugno del 2024, sbandierò in aula a favore di telecamere, senza essere stata autorizzata come prevedono i regolamenti, il vessillo ufficiale della Regione Calabria per esprimere il suo giubilo per l’approvazione dell’autonomia differenziata, la cosiddetta “spaccaitalia”. Un fatto di una gravità inaudita. A nessuno sfuggì la circostanza che i leghisti veneti e lombardi, in quell’occasione, si guardarono bene dall’esporre la bandiera ufficiale delle loro Regioni e sventolarono furbescamente solo quelle della Serenissima e della Padania.
A distanza di un anno e mezzo, Loizzo utilizza disinvoltamente un altro “simbolo”, Giacomo Mancini, vale a dire il più grande e influente politico mai espresso dalla nostra terra. «Salvini è il nuovo Mancini per la Calabria», è l’azzardato paragone che la parlamentare leghista ha coniato per compiacere il suo leader e le sue presunte capacità realizzative.
Se Loizzo avesse studiato appena un po’ la vicenda politica di Mancini (e i buoni libri non mancano sulla materia), avrebbe evitato un accostamento che fa letteralmente rabbrividire tutti i calabresi e credo moltissimi italiani.
Non potrebbero essere più distanti Salvini e Mancini, su tutti i fronti. Quello ideologico, tanto per cominciare. Il leader leghista è un sovranista, ha posizioni molto rigide in materia di libertà individuali e immigrazione, vanta inquietanti relazioni internazionali con regimi antidemocratici.
Mancini è stato un libertario, un antifascista, un difensore dei diritti civili, un dialogante con i sud del mondo, sempre dalla parte degli oppositori dei regimi totalitari, un sostenitore degli esuli greci perseguitati dai colonnelli.
Nel suo ardore salviniano, l’onorevole Loizzo ha definito il leader padano “un meridionalista”. E’ la prima volta nella storia italiana che un “meridionalista” predica un’Italia a due velocità e ipotizza un nord sempre più ricco e sempre più autonomo, con una sanità e una scuola di serie A. Punti di vista. Mancini è stato un vero e autentico meridionalista, che è stato capace di contestare sia dalla “stanza dei bottoni” sia dall’opposizione le politiche discriminanti e discriminatorie dei governi nei confronti del sud e della Calabria. Ogni sua azione era rivolta a ristabilire un equilibrio sociale ed economico tra le varie aree del Paese.
E anche da ministro dei lavori pubblici il paragone è improponibile. L’azione di Mancini è stata dirompente per rompere l’isolamento della Calabria ed era inserita in una visione di modernizzazione della regione più trascurata e dimenticata d’Italia. Una visione che comprendeva, oltre alla realizzazione dell’autostrada con pedaggio gratuito, anche due elementi di rottura nella società conservatrice calabrese: il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro con il suo porto e la conseguente nascita di una “classe operaia”; l’università della Calabria modellata sull’esempio dei campus americani.
Stento, onestamente, ad intravedere nell’azione del ministro Salvini una visione. Semmai vedo un incaponimento per la realizzazione di un’opera divisiva, dalla dubbia utilità e divoratrice di risorse come il Ponte sullo Stretto che anche il centrodestra siciliano comincia a guardare con sospetto.
L’onorevole Loizzo farebbe bene a riflettere sull’uso dei simboli che, in quanto tali, non possono appartenere ad una fazione o ad un partito. Del suo temerario intervento salvo solo un aspetto: la sua ammirazione per Giacomo Mancini che travalica, evidentemente, le ideologie. La rassicuro, comunque: Salvini non sarà e non potrà mai essere il “nuovo Mancini”. (redazione@corrierecal.it)
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