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Svizzera, il volto nascosto del Paese che piace alla ‘ndrangheta

Indagini e perquisizioni recenti rivelano reti criminali collegate all’Italia. Tra droga, riciclaggio e affari immobiliari: le cosche calabresi operano da anni sul territorio

Pubblicato il: 29/01/2026 – 19:03
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Svizzera, il volto nascosto del Paese che piace alla ‘ndrangheta

La Svizzera, dopo la drammatica vicenda di Crans Montana, è tornata a interessare la cronaca italiana: questa volta come luogo scelto per la latitanza di Bruno Vitale, uno dei “Gallace boys”, catturato dopo quasi un anno di fuga in seguito all’operazione “Ostro”. La notizia, data in anteprima dal Corriere della Calabria – ha evidenziato come esponenti delle cosche di ‘ndrangheta calabresi continuino a considerare il territorio elvetico un rifugio strategico.
È significativo osservare come la Svizzera, pur non essendo coinvolta direttamente nei traffici attribuiti a Vitale, appaia sempre più frequentemente come luogo di operatività o appoggio della ’ndrangheta: un filo che lega passato e presente, dagli arresti in Canton Argovia e Zurigo fino alle operazioni “Cavalli di Razza” in Lombardia con ramificazioni elvetiche.

Nuovo dossier federale: un punto di contatto della ’ndrangheta in Svizzera

Nelle scorse settimane un nuovo dossier della Procura federale ha riportato la Svizzera al centro della lotta alla criminalità organizzata. È infatti diventato pubblico – grazie a una sentenza della Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale di Bellinzona – un caso che gli inquirenti seguivano già da mesi: quello di un pregiudicato residente nella Svizzera interna, arrestato lo scorso 14 maggio 2025, sospettato di essere un punto di contatto della ’ndrangheta sul territorio elvetico.
Secondo la Procura federale, l’uomo avrebbe svolto un ruolo di cerniera tra le attività criminali del clan all’estero (soprattutto nel narcotraffico) e il riciclaggio dei proventi in Svizzera. Le perquisizioni condotte in primavera nei cantoni di Zurigo e San Gallo avevano svelato un mix di armi e stupefacenti: contanti, cocaina, chetamina, ecstasy e quattro pistole complete di munizioni. Ma le scoperte più agghiaccianti provenivano dai cellulari sequestrati: immagini di presunti riti di affiliazione e foto di un uomo decapitato e smembrato, probabilmente proveniente dall’America Latina.
Per gli inquirenti, si tratterebbe solo della punta dell’iceberg. L’indagato sarebbe stato coinvolto nella progettazione di un’importazione di 200 chili di cocaina dal Sud America. A ciò si aggiungono un presunto giro di monete false e una controversa operazione immobiliare in Ticino, descritta nella sentenza come gestita “con metodo mafioso”. L’uomo, dal canto suo, si è sempre dipinto come un semplice mediatore.

Il caso Argovia: un altro tassello della presenza calabrese

Già nell’aprile 2025, un’altra inchiesta federale aveva fatto emergere un quadro analogo. Un 58enne italiano residente nel Canton Argovia era stato accusato dal Ministero pubblico della Confederazione di aver agito per quasi vent’anni – dal 2001 al 2020 – come referente della cosca Anello-Fruci in Svizzera. L’uomo avrebbe curato rapporti diretti con i vertici del clan, garantendo appoggi logistici, forza lavoro e trasferimenti di denaro contante dalla Confederazione verso l’Italia, dopo operazioni di cambio effettuate in territorio elvetico. Secondo il comunicato del Consiglio federale, le indagini di fedpol avevano permesso di documentare con chiarezza la presenza organizzata della ’ndrangheta in Svizzera e il ruolo di supporto svolto dall’imputato.
Vale la pena ricordare come già negli anni precedenti la Svizzera fosse stata al centro di altre inchieste, tra cui il filone “Cavalli di Razza” in Lombardia, con ramificazioni a Zurigo e San Gallo, e l’operazione Maiolo, con traffici di stupefacenti in Abruzzo, Piemonte e Svizzera. Questi episodi confermano una costante: la Svizzera è un territorio inserito nelle strategie mafiose transnazionali.

Il ponte con l’Italia: i tre svizzeri nell’inchiesta di Catanzaro (giugno 2024)

Un anno prima, nel giugno 2024, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva chiesto assistenza giudiziaria alla Svizzera per tre persone residenti nel Paese, coinvolte nell’indagine che portò all’arresto di 14 individui in Calabria. L’inchiesta riguardava una ’ndrina legata alla cosiddetta “strage dell’Ariola”, con ramificazioni in Abruzzo, Piemonte e appunto Svizzera. I tre soggetti identificati in territorio elvetico svolgevano ruoli differenti ma complementari: un ristoratore del Canton Berna considerato un punto di riferimento commerciale per il clan; un imprenditore del Canton Zurigo con un’azienda interinale ritenuta funzionale all’ottenimento di permessi B per alcuni affiliati; il nipote di un boss coinvolto anche nella strage di Duisburg, anch’egli residente nel Canton Zurigo.
Su mandato della Procura federale, il 21 giugno 2024 erano state effettuate sei perquisizioni tra Zurigo, Turgovia e Berna. Curiosamente, un procedimento svizzero aperto nel 2019 contro gli stessi soggetti era stato chiuso nel gennaio 2024 per insufficienza di indizi, a dimostrazione di quanto sia complesso in Svizzera incardinare accuse che configurino un’associazione mafiosa.

Una presenza che affonda negli anni ’70

Ma se i casi recenti riaccendono i riflettori, la presenza della ’ndrangheta in Svizzera non è affatto nuova. Le autorità federali avevano già segnalato – nel rapporto di fedpol del 2021 – l’esistenza di circa venti gruppi criminali riconducibili alla ‘ndrangheta calabrese, per un totale stimato di 400 affiliati attivi in tutti i cantoni.
La cronaca giudiziaria conferma un radicamento antico: dagli anni ’70 le ’ndrine utilizzavano la Svizzera per depositare capitali illeciti; una sentenza della Corte d’assise di Catanzaro del 2004 parlava dei Ferrazzo di Mesoraca attivi in ambito di riciclaggio; i Mazzaferro e i Di Giovine risultavano coinvolti in traffici d’armi tra Italia e Svizzera; operazioni come Crimine 2 (2011), Helvetia (2014) e Capodue avevano certificato l’esistenza di locali strutturati a Zurigo e, soprattutto, a Frauenfeld, da quarant’anni legato al locale di Fabrizia.
Dal 2015 al 2021, arresti, estradizioni e confische – dal caso Signorello alla condanna del biennese Cosimo Leotta, fino al sequestro dei beni di Pino Pensabene – avevano ulteriormente delineato questo radicamento.

Le parole di Nicola Gratteri: «In Svizzera da decenni, e ben mimetizzati»

Le analisi dell’ex procuratore antimafia Nicola Gratteri hanno offerto un quadro interpretativo che lega passato e presente. Già anni fa il magistrato ricordava che tracce della ’ndrangheta in Svizzera risalgono almeno alla fine degli anni ’80, quando, in seguito a una faida a Motticella, una famiglia affiliata si trasferì nella zona di Neuchâtel. Proprio in quegli anni, racconta, vennero effettuate rogatorie che portarono alla cattura di due latitanti: un evento che sorprese le stesse autorità elvetiche.
Gratteri ha più volte sottolineato come le cosche, una volta all’estero, adottino una strategia di mimetizzazione: niente incendi, niente sparatorie. L’obiettivo è gestire i traffici di cocaina, riciclare capitali e rifugiarsi in territori dove la cultura del controllo del territorio è debole e la normativa meno incisiva. Da qui nasce la sua valutazione: per le mafie è “conveniente” operare in Svizzera e nel Nord Europa. E il futuro – aveva ammonito Gratteri – potrebbe essere segnato dalla criminalità albanese, già potentissima in Albania, molto attiva nei Paesi Bassi e nel mercato internazionale della cocaina, spesso in sinergia con la ’ndrangheta.

«Comprendere senza allarmismi»

Di recente, la sociologa svizzera e ricercatrice dell’Università di Cambridge, Zora Hauser, ha sottolineato come la ’ndrangheta gestisca il territorio calabrese offrendo lavoro e rapporti con la politica, replicando però all’estero un modello più flessibile. In Svizzera e in Germania, le cosche operano in settori legali e illegali, come edilizia, gastronomia e investimenti, integrandosi nella società senza necessariamente imporre un controllo diretto del territorio. Secondo la ricercatrice, la chiave per la lotta alla mafia nei Paesi esteri consiste nell’analizzare attentamente i segnali storici e attuali, senza creare allarmismo eccessivo, ma monitorando in modo strutturato le attività sospette per prevenire infiltrazioni profonde. Dunque, nel loro insieme, le inchieste e i procedimenti giudiziari degli ultimi anni delineano un quadro coerente: la Svizzera non è un semplice spazio di passaggio, ma un contesto nel quale la ’ndrangheta ha saputo inserirsi in modo stabile e funzionale. Non attraverso forme evidenti di controllo del territorio, bensì mediante reti relazionali, attività economiche ibride e una capacità di adattamento alle normative locali. È in questa zona grigia, più che negli episodi isolati, che si misura oggi la reale dimensione del fenomeno e la difficoltà di contrastarlo in modo strutturale. (fra.vel.)

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