La maestra e l’ospite maligna
di Romano Pitaro

“E’ venuto dal mare un drago nero, dieci corna e sette teste. Ha rubato lo scrigno dei ricordi e mi ha lasciata sola con il mio segreto, in un deserto di persone…”.
La maestra Maria va incontro al crepuscolo e ad ogni risveglio con la stessa, lenta, melodia. All’alba si passa le mani, a movimenti cauti, davanti agli occhi. Intorpidite le dita: “se li muovo, si muovono”. Così si riconosce: “eccomi qua, sono sempre io”.
E’ un mercoledì freddo di gennaio che ha sbarrato le porte al sole. Ieri notte la neve si sentiva cadere in un silenzio malinconico. Rugose le mani che gli occhi cerulei osservano con curiosità, quasi di vecchia contadina, ma la terra lei non l’ha mai scavata. Con le mani, al più, ha stretto nervosamente una bacchetta di legno giallognola, in un’aula spoglia di scuola elementare. Ha insegnato per trent’anni nei paesi della Sila: Sersale, Mesoraca, Petronà, Cerva, Cropani.
Mucchi di case addormentate nella neve, al suo arrivo le mattine alle prime luci, con il pullman delle Calabro-Lucane; e poi i rientri nei pomeriggi bui. Frangenti in cui, dopo anni di su e giu, la maestra s’interrogava sul senso del suo lavoro, sul destino dei suoi alunni e sulla vita consumata tra curve strette, emicranie e i caffè di bidelli premurosi.
Questa mattina Maria sente un formicolio sulla punta delle dita. Lo sguardo identico a quello dei trapezisti prima di tuffarsi nel vuoto. C’è quiete nella casa dai soffitti alti; da sotto la finestra penetrano il freddo e il chiacchiericcio della gente che scende alla marina.
Maria si siede, allunga le gambe magre. Ferma lo sguardo su ogni vena in rilievo delle dita e ricorda che al marito le sue mani piacevano. E per quelle sue unghie diafane e il movimento armonioso del dorso era stato assieme a lei per tanto tempo.
Fin quando le mani hanno iniziato a rinsecchirsi e lui è scappato. Stanco di una vita monotona? Nessuno ne ha saputo più nulla. Ad un suo rientro dalla scuola Maria ha bussato alla porta e non ha aperto nessuno. Ma non se l’era presa più di tanto. C’era stata un’indagine del maresciallo dei carabinieri: “sa se c’era un’altra donna? Scusi, ma ho il dovere di chiederglielo”. Restava la curiosità della gente, però una lettera da Sidney di una sua cugina riferiva di averlo visto da quelle parti. “Traditore” sibila Maria, ogniqualvolta le torna in mente.
L’ha sentito ieri sera alla televisione che oggi è un’altra giornata da seppellirsi in casa. Non ha voglia di cucinare, forse del riso in bianco e un filo d’olio. Lei volentieri digiunerebbe: “ma quella? Chi ha il coraggio di dirle che non si pranza a quella disgraziata?”
Maria, da alcuni mesi, ha un “ospite sgradevole” in casa. Non soddisfatta di punirla con “un marito vigliacco” e “una figlia irriconoscente”, la sorte le ha affibbiato “un’intrusa malvagia”. In verità, a volte è gentile, ma di colpo diventa scontrosa: “e spesso, anche se piove o nevica, se ne sta sul balcone, in silenzio, a spiarmi”.
No, lei il coraggio di dirle che il pranzo è da saltare non ce l’ha, magari sua figlia. Ma la professoressa di scienze biologiche prende sempre la parti dell’intrusa. Anzi, è contenta che lei abbia un’amica: “e le amiche, mà!, vanno coccolate, se vuoi che ritornino”. “Ma si vede che mia figlia non sa distinguere le amiche buone da quelle maligne”. E poi oggi sua figlia non verrà.
Almeno ci fosse la dottoressa Arceri. A Maria piace tanto. Capisce le sue inquietudini, persino i suoi scatti di rabbia. E quand’è presa dallo sconforto sa parlarle, sfiorandole il braccio con la mano: “come tra sorelle”. Ma la neurologa verrà soltanto nel tardo pomeriggio. Forse stamattina anche lei è alle prese con il suo fastidioso intruso: una talpa ostinata, che le sforacchia il giardino e resiste a ogni rimedio. “Ognuno ha l’ospite sgradito più vicino al proprio vissuto. Voi – le ha confidato una volta la dottoressa – una signora indisponente in casa e io una talpa che costruisce labirinti oscuri, quasi a rammentarci che nessuno è al sicuro”. “Follie di una neurologa – pensa Maria – sopraffatta dalle angosce degli anziani che ha in cura”.
Ma a troncare ogni divagazione ci pensa “l’ospite linguacciuta”, che sbotta: “se stai pensando di non cucinare, cacciatelo dalla testa”. Non l’ha sentita entrare in casa. Ha un vestito simile al suo oggi “la signora”. Nero, con un risvolto fiorato al collo e a mezze maniche: “Io l’ho comprato alla marina, quando ancora le giornate erano tiepide, anche voi?” Per tutta risposta, “l’ospite molesta” corruga le sopracciglia. E Maria: “signora mia, io voglio essere gentile, accetto che stiate in casa mia, perché io ho cuore, ma almeno sappiate comportarvi”.
La signora però non demorde. S’alza di scatto, afferra un coltello e solleva il braccio: “hai cucinato o vuoi solo blaterare? Bada che non intendo subire offese da una come te! Tu sai che tuo marito ti detestava anche perché non cucinavi mai. Te ne stavi sempre a correggere i compiti dei tuoi alunni, ignoranti come capre. E quella te l’ha fregato, stupida vecchiaccia!” Maria respira profondamente: “un’altra donna? Ma tutto è finito molti inverni fa”.
Dopo il battibecco l’ospite è andata nel salotto a riposarsi, ma Maria s’è stufata. Non tollera più “di essere ripresa da una sconosciuta. In fondo, ho fatto solo una domanda su un vestito. Dire quelle cose su mio marito non è bello. Se non accetta di stare con due piedi in una scarpa, è meglio che la signora torni sul balcone, col sole e con la pioggia, che m’importa!”
All’imbrunire Maria accoglie la dottoressa Arceri. Ha un viso sciupato: “poverina! Saranno le chiacchiere degli anziani a cui fa visita che l’impensieriscono. Tanti anni di studio, per poi ritrovarsi con tanti vecchi che sragionano: “sì Maria, la talpa continua a crivellare il mio giardino e a innervosirci tutti. Per scacciarla i repellenti naturali non bastano, forse ci vorrebbe un rapace!”. Maria ascolta e annuisce, ma è distratta dalla sua ospite, che dallo specchio le fa cenno di no con l’indice della mano e le sussurra: “non dire nulla del tuo segreto, sventurata!”
La dottoressa s’è seduta, confessa di avere voglia d’accendersi una sigaretta: “e la sua ospite come sta?” Maria a voce bassa: “la situazione si complica. Ieri, ho steso una nuova tovaglia di lino ed ho apparecchiato per me e per mio marito, anche se lui non c’è più. Volevo vedere che effetto fa una tavola apparecchiata su una bella tovaglia. L’ho comprata al mercato del martedì; e sa cosa ha fatto quella vipera? Anche lei stende una tovaglia di lino uguale alla mia e con cattiveria mi dice: fai sempre le cose che faccio io. Non hai carattere, per questo tuo marito ti ha piantata. Come si può sopportare una donna così noiosa tutto il giorno?”
La dottoressa rilassa le guance e chiede a Maria dove sia la sua ospite: “in cucina. C’è andata appena ha sentito suonare il campanello. L’altro giorno l’ho vista sul balcone e la finestra era chiusa. Ho guardato dai vetri e lei, appoggiata con la schiena alla ringhiera, mi guardava. Aspettava che le dessi retta per schernirmi, ma io per poco non l’ho buttata giù, e un giorno chissà…”
La dottoressa Arceri aggrotta la fronte. Sente intenso il desiderio di fumare. Cerca il tono giusto per parlare con Maria che le pare più irrequieta del solito. E’ andata oltre la semplice visione dell’ospite in casa. Ora hanno dialoghi aspri. È preoccupata: “ma l’avete mai toccata questa vostra ospite e quali segreti dovrebbe svelare?”
Maria sobbalza dalla sedia. Gliel’avesse rivolta sua figlia quella domanda, ma la dottoressa Arceri! Col suo viso stremato, la sua esistenza assediata dalla nevrosi di decine di pazienti. “No! Quella domanda non è farina del suo sacco”. Il dubbio che l’ospite sia un’invenzione la ferisce: “è evidente che mia figlia ha parlato con lei. Quella cagna vorrebbe far credere a tutti che sua madre è pazza”.
Attimi d’imbarazzo tra le due donne. La dottoressa ascolta senza interrompere: “certo che la vedo; e quando l’ho vista ieri sul balcone, l’ho presa per il braccio e le ho detto: se proprio devi stare in casa mia, almeno vieni dentro, così nessuno ti vede, ma se non ti comporti bene, sta attenta! Al momento ha capito che non scherzavo, però è una vera dispettosa. Stamattina mi sono messa questo vestitino nero e lei ne ha indossato uno identico. Ma ora mi sta seccando, specie quando insinua schifezze sulla vita privata della maestra elementare più amata dalle famiglie di questa collina. Cosa penserebbero i genitori dei miei alunni, se sapessero di mio marito, quel traditore! Mio marito era un porco. Troppo facile fare i propri comodi lasciando il prossimo nei guai. Responsabilità, ecco la parola giusta. Io l’ho sempre detto ai miei alunni. Non si può tradire un impegno e pensare di farla franca”.
La dottoressa Arceri annuisce. La bocca della signora Maria s’è fatta sottile come il bordo di una moneta, le labbra senza un filo di trucco si muovono veloci. “Un tempo – pensa – la maestra è stata una donna piacevole: un bel seno tondo, il naso leggermente sproporzionato nell’ovale del volto minuto. Eccola lì, sorridente accanto al marito con lo sguardo ombroso, nell’immagine incastrata in un portafotografie d’argento”.
Involontariamente, la neurologa ha messo a fuoco il sospetto che nutre da tempo: “Cos’è successo in quella casa? Perché l’ospite minaccia di spiattellare un segreto?”
A visita conclusa, la neurologa nelle scale s’accende l’agognata sigaretta, mentre Maria torna in soggiorno. Nel televisore spento scorge l’ombra della sua ospite, ma la ignora: “è stata scostante oggi. E poi chissà se è vero che la dottoressa Arceri non l’ha mai incontrata”.
Un sospetto la spaventa, forse le due si sono conosciute a sua insaputa. Qualcuno sta tentando di confonderla. Non gradisce le insinuazioni della dottoressa sul suo segreto: “un mio segreto? Non è stata colpa mia. Se mi avesse dato retta, mio marito non sarebbe caduto dalle scale fracassandosi la testa, e io non avrei dovuto seppellirlo di notte, in fretta e furia, nel giardino. Chiamare gente? Ma chi mi avrebbe creduto? Chi sapeva dei suoi tradimenti mi avrebbe accusata. E addio alla mia reputazione. Ma quella strega che ho in casa deve finirla”.
Maria è tornata a sedersi e si accarezza i capelli. La sua ospite, anche lei è seduta. Eccola lì, “la strega”. Ora, “per farmi dispetto”, ha spalancato la finestra ed è andata sul balcone: “si prenderà una polmonite. Peggio per lei”. Ma Maria ha deciso: “non può continuare”. È già alle sue spalle e scopre nelle braccia una forza sovrumana.
Tutta l’impazienza accumulata esplode in un istante. S’aggruma in una spinta secca, risoluta. Le due mani si poggiano con i palmi sulle spalle dell’ospite colta di sorpresa. Precipita, incredula, l’ospite mai invitata. Il movimento, nel vuoto, è disordinato, buffo, drammatico. Si ode un tonfo di pacco pesante chiuso in fretta che, al suolo, si sgonfia e riversa ogni cosa sul selciato. Il garzone della macelleria sulla strada è il primo ad accorrere. Urla: “la maestra è caduta”.
Ma prima di spirare, Maria si ripete quella lenta melodia: “E’ venuto dal mare un drago nero, dieci corna e sette teste, ha rubato lo scrigno dei ricordi e mi ha lasciato sola, in un deserto di persone…”
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