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Il Cosenza che era (e quello che resta). Ma c’è un vincitore: il solito

Dalla forza collettiva costruita da Buscè a un futuro tutto da decifrare senza Kouan, Ricciardi e gli infortunati. Il patron Guarascio, però, ha un milione di buone ragioni per gioire

Pubblicato il: 03/02/2026 – 9:15
di Francesco Veltri
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Il Cosenza che era (e quello che resta). Ma c’è un vincitore: il solito

COSENZA C’è una regola non scritta del calcio che vale più di tante classifiche: la sorpresa non si programma, semmai si riconosce quando passa. Nell’estate del 2018 arrivò così, quasi senza bussare. Un Cosenza reduce da una stagione anonima di serie C si aggrappò ai playoff e scoprì, tutti insieme, Tutino, Okereke e Baclet. Fino a quel momento comparse, poi protagonisti. E la serie B diventò improvvisamente un posto possibile.
Che possa risuccedere anche quest’anno? E chi lo sa? Questo sport, dopotutto, vive anche di scorciatoie imprevedibili. Ma il profumo che si sente nell’aria è diverso. Più tenue. Meno sorprendente. Forse perché, paradossalmente, la sorpresa il Cosenza l’aveva già fatta.
Lo aveva fatto nei mesi iniziali di una stagione cominciata in condizioni prossime al disastro: una società fragile, duramente contestata, una rosa forte nell’undici titolare e cortissima appena si andava oltre, uno stadio deserto. Eppure quella squadra era riuscita a stare lassù, nelle zone nobili della classifica, grazie a qualcosa che non si compra al mercato estivo: un’alchimia tecnica e mentale.
Molti dei protagonisti erano gli stessi della retrocessione dell’anno precedente. Non un dettaglio. Da Mazzocchi a Florenzi, da Garritano a Kouan, da Cimino a D’Orazio, fino ad arrivare a Ricciardi: uomini che avevano scelto (o subìto) di restare e che, guidati da Antonio Buscè, avevano costruito una forza collettiva capace di andare oltre i limiti evidenti del contesto. Era un Cosenza che giocava anche per riempire i vuoti, quelli del San Vito-Marulla e quelli lasciati dalla società. Un calcio brillante, arioso, con una dignità riconoscibile.
A quella squadra probabilmente sarebbe bastato poco per sognare e fare sognare: continuità, fiducia, una prospettiva. Invece, come spesso accade, è arrivato gennaio. E con febbraio la fine di un calciomercato lungo, attendista, deciso negli ultimi giorni. Il risultato al 3 febbraio 2026 è un Cosenza che, per certi versi, è nuovo di zecca. O quasi.
Antonio Buscè oggi si ritrova senza alcuni dei perni su cui aveva costruito il suo progetto umano e tattico. Dalle Mura, Ricciardi, Kouan. Gli ultimi due appena rinnovati e poi ceduti, complessivamente, per una cifra che si avvicina al milione di euro. Venduti al miglior offerente, talvolta a potenziali concorrenti (Benevento) per il salto di categoria. Dettagli, anche questi, che raccontano molto.
Ricciardi e Kouan non erano solo titolari: erano trascinatori, uomini simbolo di quel mezzo miracolo del girone d’andata. A loro più o meno di recente si sono aggiunti gli infortuni di Cimino, Mazzocchi, Florenzi e Ferrara. Qualcuno dirà: gli infortuni capitano. Vero. Ma quando una rosa è corta, capita anche che i calciatori siano costretti ad andare oltre. A spingere più del dovuto. E il conto, prima o poi, arriva.
Oggi il Cosenza è un gruppo pieno di volti nuovi. Baez deve ancora ritrovare la condizione, Palmieri, Moretti e Perlingieri – quasi tutti in prestito – saranno giudicati strada facendo. Achour potrebbe diventare il nuovo Tutino, Beretta il nuovo Baclet, Ba o Cannavò il nuovo Okereke. Magari. Il calcio vive anche di queste suggestioni.
Forse Buscè smetterà di essere nervoso davanti ai microfoni, forse non lancerà più messaggi impliciti a una società che risponde solo col silenzio. Magari sì, magari no.
Una cosa, però, è già certa. Con quel milione in più sul conto, un vincitore ci sarà comunque. Il solito. A festeggiare, probabilmente, nel silenzio di uno stadio vuoto. (f.veltri@corrierecal.it)

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