Quando un supermercato chiude, un paese arretra
In un comune montano che perde abitanti e servizi, la perdita di lavoro accelera il declino. Ora la partita è tutta nelle decisioni politiche

A San Giovanni in Fiore perdere un posto di lavoro è un fatto molto grave. Nello scorso ottobre hanno chiuso i supermercati locali Rosso Tono, quello di via Bovio e l’altro nel quartiere Olivaro. Di recente, i 14 dipendenti delle due attività sono entrati in cassa integrazione, in un contesto già problematico, privo di mercati alternativi in grado di assorbire nuova forza lavoro. La chiusura ha colpito in larga parte occupati tra i 54 e i 62 anni, una fascia di età che in Calabria risulta, secondo l’Istat, tra le più esposte al rischio di esclusione occupazionale definitiva.
I numeri mostrano la portata del problema. La Calabria continua a collocarsi all’ultimo posto in Italia per tasso di occupazione. I dati Istat più recenti indicano una quota di occupati inferiore al 40 per cento della popolazione in età lavorativa, a fronte di una media nazionale che supera il 60 per cento. Il tasso di inattività resta elevato e riguarda soprattutto le fasce di età mature.
Nelle aree interne questi indicatori peggiorano ulteriormente. Ciò avviene perché il lavoro privato è scarso e concentrato in pochi comparti, tra cui il commercio, che svolge una funzione economica e sociale primaria. San Giovanni in Fiore rientra pienamente in questo quadro. Negli ultimi vent’anni il centro silano ha perso una parte significativa della popolazione residente, secondo una tendenza di spopolamento costante. La diminuzione degli abitanti comporta minori consumi, riduzione dei servizi, contrazione delle attività economiche. È un processo che si autoalimenta.
Nel Comune silano, la chiusura di due punti vendita della distribuzione moderna produce effetti rilevanti e incide sull’equilibrio complessivo della città, poiché riduce la capacità di generare reddito e indebolisce uno degli ultimi presìdi di occupazione privata. In un territorio come questo, la cassa integrazione non funziona come una fase di transizione ordinaria. I dati Istat mostrano che, dopo i 50 anni, le probabilità di rientro nel mercato del lavoro calabrese diminuiscono in modo drastico. Nelle aree interne la possibilità di una nuova collocazione si riduce ulteriormente, per l’assenza di imprese, di settori alternativi e di politiche attive efficaci. Il rischio concreto è la trasformazione di lavoratori esperti in inattivi permanenti, con ricadute sociali che si riflettono sulle famiglie e sui servizi pubblici.
Tuttavia, nelle ultime settimane si sono registrati alcuni sviluppi. L’amministrazione comunale ha incontrato un imprenditore catanzarese del settore agroalimentare, che ha manifestato interesse per la riapertura dei due supermercati. Parallelamente, il consigliere comunale Antonio Barile, esponente dell’opposizione e proprietario dei locali di via Bovio, ha avviato contatti con un imprenditore di Reggio Calabria interessato a rilevare entrambi i punti vendita. Due canali distinti, due possibilità che lasciano intravedere l’esistenza di margini di intervento economico in un’area spesso descritta come priva di attrattività ma che, assicura Francesco Bilello, imprenditore nel settore delle calzature, dispone di «un potenziale enorme». Questi segnali non risolvono la vertenza. Mostrano però che il territorio non è completamente escluso dalle dinamiche di investimento, a condizione che esista una spinta istituzionale capace di accompagnare i processi necessari, come accadde a Cotronei negli anni del boom economico, sotto la guida dell’allora sindaco Pietro Secreti.
In Calabria la spesa per le politiche attive del lavoro resta inferiore alla media nazionale e i risultati occupazionali continuano a essere modesti. Nelle aree interne, la frequente assenza di una regia pubblica rende più complessi i tentativi di reinvestimento e aumenta il rischio per chi intende avviare o riprendere un’attività. Il lavoro, in un comune montano, ha un valore che va oltre il reddito individuale. Ogni occupato contribuisce alla tenuta demografica, alla domanda locale e alla vita collettiva. L’uscita definitiva di una risorsa umana dal mercato del lavoro accelera la marginalizzazione del territorio. È un dato che emerge con chiarezza dalle statistiche su occupazione e spopolamento. San Giovanni in Fiore oggi conta poco più di 15mila abitanti: la perdita di lavoro non viene compensata da altri settori e produce effetti cumulativi difficili da invertire nel breve periodo.
La vicenda dei due supermercati Rosso Tono assume dunque un significato che va oltre la cronaca economica. Riguarda la capacità delle istituzioni di intervenire in una fase critica, di invertire la tendenza e, se necessario, anche di immaginare soluzioni diverse, percorsi sicuri e stabili per il reimpiego dei 14 dipendenti cassintegrati. La politica è chiamata ad attivarsi, e più del dovuto. In territori come San Giovanni in Fiore, il lavoro resta uno dei pochi strumenti in grado di contrastare lo spopolamento. La partita aperta su questi due punti vendita riguarda, per certi versi, l’intero assetto delle aree interne calabresi e il modo in cui la politica intende affrontarne il declino o provare a interromperlo.
Le decisioni contano più delle dichiarazioni. E i loro effetti si misureranno nel tempo: sulle persone, sulla città, sulla sua capacità di costruire fiducia, speranze, futuro. (redazione@corrierecal.it)
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