Gratteri: «Ci metto la faccia. Il silenzio è complicità» – VIDEO
Il procuratore: «Voteranno per il “sì”, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente»

«Penso che, in genere, a qualsiasi tipo di voto i cittadini abbiano l’obbligo di partecipare. Altrimenti, non ci si può lamentare che non cambi nulla o che tutto venga demandato agli altri. Dobbiamo sempre partecipare. Questo referendum è un po’ particolare, nel senso che sotto un “sì” o un “no” ci sono due temi fondamentali: uno è togliere il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione – che è la cosa più grave – e l’altro è la riforma del Csm». Una presa di posizione netta, in una intervista esclusiva, rilasciata al Corriere della Calabria, il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, rispondendo alle domande di Lucia Serino, affronta senza filtri i temi caldi del dibattito referendario sulla giustizia. Dalla separazione delle carriere al rischio di un’involuzione democratica, Gratteri spiega perché la riforma, a suo avviso, minacci le garanzie dei cittadini meno abbienti e la stessa autonomia della magistratura.
Netta anche la volontà di togliersi di dosso qualsiasi etichetta: «Io – spiega con fermezza – non sono classificabile come “destra” o “sinistra”. Ragiono sui problemi. Per me queste etichette sono superate da anni. Il potere cerca di indottrinare la gente per blocchi, ma poi chi sta sopra le nostre teste si mette d’accordo e decide il nostro destino».
Il legame tra pubblico ministero e giudice
Parlando di Riforma della Giustizia, il primo tema, secondo il procuratore è senz’altro la separazione delle carriere. «Chi sostiene il “sì” – spiega il magistrato – afferma che il pm sia troppo vicino al giudice: che si diano del “tu”, che viaggino nella stessa macchina, che siano amici e che quindi il giudice dia sempre ragione al pm. Queste affermazioni sono smentite dalla storia e dai fatti. Intanto, il 50% delle richieste dei pm viene rigettato; il 50% delle richieste di condanna finisce in assoluzioni. Quindi, dove sarebbe questo appiattimento?». «Ricordo – aggiunge Gratteri – lo scorso anno, nella stessa giornata: a Palermo il pm chiede la condanna per il ministro Salvini e lui viene assolto; a Roma il pm chiede l’assoluzione per il sottosegretario Delmastro e il giudice invece lo condanna. Io questo appiattimento non lo vedo. Penso invece che il pm debba restare sotto la cultura della giurisdizione, perché nella sua testa deve essere anche giudice. Il pm ha l’obbligo di trovare anche le prove a favore dell’indagato”. “Ricordo che a Milano, in appello per il processo Enimont, l’accusa fu criticata perché avrebbe nascosto prove a favore degli imputati».
«Una riforma per ricchi e potenti»
Nell’analisi di Gratteri c’è poi un passaggio che riguarda il ruolo del pubblico ministero e di quello che potrebbe diventare, a svantaggio delle fasce più deboli: «Quando dicono che con la separazione avremo un pm “più forte”, un “super poliziotto”, io vedo due grossi problemi. Primo: io non voglio un pm più forte, voglio un pm sereno, che non abbia pressioni e che cerchi prove che reggano in giudizio. Secondo: questa è una riforma per i potenti e per i ricchi. Se creiamo un pm “super poliziotto” che cerca prove ad ogni costo, non cercherà più quelle a favore dell’indagato né valuterà ciò che l’avvocato gli sottopone. A quel punto, chi potrà fare le indagini difensive? Solo i ricchi. Chi può andare da un avvocato potente che chiede 50mila euro solo per parlare, e che poi si rivolge a costosi studi di investigazione privata. Una causa finirebbe per costare 200 o 300 mila euro. Se incappa in un’indagine un operaio, un impiegato o un uomo qualunque, chi gli dà i soldi per un’agenzia investigativa? Questa è una chiave che la gente deve capire: gli ultimi e i deboli non avranno in tribunale le stesse garanzie dei potenti».
Sulle Camere Penali che starebbero facendo campagna elettorale per il “sì”, Gratteri ha invece affermato: «Mi risulta che rappresentanti siano stati nelle scuole a Catanzaro, e mi pare anche a Reggio Calabria, per parlare di referendum e contro i magistrati. Non mi pare corretto, né etico, approfittare di giovani in fase di formazione per andare a indottrinarli. Vorrei sapere dove fossero i dirigenti scolastici o il Ministro, che tanto dice di stare attento alla formazione dei ragazzi».
«Convinto che bisogna votare “no”»
Il magistrato ha parlato dell’importanza di esprimere la proprio con fermezza e senza vincoli: «Io ci metto la faccia. Quando la forbice dei sondaggi tra il “sì” e il “no” era al 25%, tre mesi fa, andavo nelle trasmissioni nazionali e mi guardavano ridacchiando, come a dire: “Ma dove andate?”. In quel periodo i partiti d’opposizione e i sindacati non avevano preso posizione. Io e pochi altri siamo andati in televisione a dire che non eravamo d’accordo. Mi sono costruito una vita per dire sempre quello che penso. Se stessi zitto avrei più consenso e più opportunità, ma per me il silenzio è complicità. Non voglio vivere girandomi dall’altra parte, quella è codardia. Voglio poter guardare tutti negli occhi. Non mi interessa essere simpatico o piacere: sono convinto che bisogna votare “no” e lo dirò fino all’ultimo dei miei giorni».
Sulla libertà di opinione e di espressione rivendicata, Gratteri ha aggiunto: «Ricordo che il primo giorno in cui andai alla sede dell’Anm a Roma, feci una premessa: “Sono qui perché convinto del no, ma sappiate che voi non avete mosso un dito per me”. Io in Calabria ho avuto contro la ‘ndrangheta, la massoneria deviata contro, centri di potere e interrogazioni parlamentari. Siamo usciti vivi da quella guerra a mani nude, con un gruppo di giovani magistrati. Non sono qui per l’Anm, dalla quale non ho avuto nulla né voglio nulla. Mi hanno chiesto di far parte del comitato per il “no”, ma ho rifiutato. Ricevo centinaia di mail per andare a parlare nei comitati, ma non ci vado. Voglio restare un battitore libero, non voglio far parte di alcuna associazione per poter dire ciò che penso senza essere condizionato da una squadra».
E ancora: «Riesco a capitalizzare il tempo e ad arrivare a più persone parlando in televisione e con i giornalisti». Sul rapporto con alcuni colleghi che lo hanno criticato e sui confronti pubblici, il magistrato ha spiegato: «Non voglio sindacare sul pensiero altrui. Evito i confronti dove ci si parla sopra e non si capisce nulla. Preferisco raccontare le cose con calma, rispondere alle domande e lasciare che la gente a casa si faccia la sua idea. Vedo molta gente sui social che “vuole il confronto con Gratteri”: spesso è gente che non ha nulla da perdere e cerca solo la rissa e la notorietà. Ognuno al suo posto».
«Il rischio di un’involuzione democratica»
Tornando sulla riforma della Giustizia, Gratteri ha poi aggiunto: «C’è uno snodo molto delicato. La settimana scorsa Tajani ha detto che dopo il referendum si sta pensando di far passare la Polizia Giudiziaria sotto il potere esecutivo, togliendola ai pubblici ministeri. Questa è una cosa di una gravità assoluta. Con la Polizia sotto il Ministero dell’Interno, i Carabinieri dalla Difesa e la Finanza dall’Economia, immaginate se la polizia giudiziaria potrebbe ancora fare indagini su corruzione o concussione quando l’indagato è un amministratore dello stesso partito del ministro e quel poliziotto deve fare avanzamento di carriera. Sarebbe un’involuzione democratica».
Non usa mezzi termini Nicola Gratteri, anche quando parla del riflesso della riforma sui territori di frontiera. Per il magistrato, il voto diventa una sorta di spartiacque etico tra diverse visioni della società e della legalità: «Nei miei anni a Catanzaro abbiamo dato tanta fiducia alla gente; molti hanno sperato che la Calabria può cambiare. Voteranno per il “no” le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il “sì”, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Lavoro a Napoli e cuore in Calabria
Parlando della sua vita oggi, il magistrato alla guida della procura più grande d’Europa ha spiegato: «Napoli è una città di grande storia e cultura, i napoletani sono innamorati della loro terra. È una città effervescente, piena di contraddizioni: si vendono più biglietti a teatro che a Roma e a Milano, ma si spara anche di giorno. Grazie a una grande rete di telecamere installata negli ultimi due anni, stiamo risolvendo moltissimi reati, anche omicidi feroci. Io però non vivo la città».
Ma il pensiero torna sempre alla Calabria: «Il posto più bello è quello dove sei nato. In Calabria cerco di tornarci almeno una volta al mese».
Ha frequentato il liceo Zaleuco a Locri, intitolato al primo legislatore della storia, ma la scelta di fare il magistrato è nata prima, racconta: «Ho scelto da che parte stare alle medie, quando ho visto come si comportavano i figli dei ‘ndranghetisti. Mi ha salvato la mia famiglia: l’onestà si pratica, non si predica. Mi ha salvato la coerenza dei miei genitori, che pur essendo quasi analfabeti avevano idee chiare su rispetto, trasparenza e generosità. Con queste regole semplici ho coltivato l’idea di rendere un territorio più libero». (redazione@corrierecal.it)
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