«Alarico non c’è più». Cosenza rivive l’incubo dell’alluvione del 1959 – FOTO E VIDEO
Le foto e i video di un inedito “turismo da esondazione” aggiornano la paura dei cosentini ma anche il loro amore per il centro storico flagellato 67 anni fa

COSENZA «Alarico un c’è cchiù!». Il mito del re dei Goti sepolto nella confluenza col suo tesoro riprende vita in questo piovoso venerdì tra il Pilerio e San Valentino. La leggenda però è diventata cronaca e ora che c’è un simbolo da ammirare, la paura è che quel monumento, che pure ha generato non poche polemiche, venga abbattuto dalla potenza dell’acqua: i cosentini misurano l’altezza delle onde sulle zampe del cavallo, la sella è ancora asciutta almeno per adesso, e sui social circola un meme animato con l’Intelligenza Artificiale in cui Alarico prende vita e si tuffa nei vortici ingrossati dalle piogge (a proposito: attenzione alle foto fake che iniziano a circolare…).



La confluenza accoglie da stamattina un lento e inedito “turismo da esondazione” e gruppetti di gente si assembrano sui ponti che scavalcano Crati e Busento, negli stessi minuti in cui il sindaco invita la cittadinanza a tenersi lontana dai punti critici. Ma oggi è un giorno storico da vivere sul campo, magari da raccontare ai nipoti, ed è un’esplosione di foto e video da fare girare nelle chat e condividere sui social.
È quasi un aggiornamento dell’alluvione che la sera del 24 novembre 1959 flagellò questi stessi quartieri, allorquando gli argini del fiume Crati cedettero e le acque inondarono la Massa, la “Castagna” e contrada Caricchio, lo Spirito Santo e piazza Valdesi, arrivando a danneggiare persino l’hotel Jolly che in queste ore osserva lo scorrere degli eventi con suo nuovo scheletro cubico: zone popolari ai piedi del centro storico dove si concentrava il commercio minuto, proprio nelle bancarelle ai bordi dei fiumi che nei decenni a seguire saranno gradualmente smantellate ridisegnando la passeggiata lungo gli argini.


Il mercato distrutto e gli sfollati
In quell’occasione un mese di precipitazioni continue (le cronache parlano di oltre 122 millimetri nelle 24 ore precedenti all’esondazione) gonfiò il Crati trasportando a valle tronchi, sedimenti e detriti: l’irreparabile accadde attorno alle 19 di quel 24 novembre 1959, quando il ponte della Massa (o San Lorenzo, oggi un altro punto di osservazione sul fiume che ha la “forza” nel nome) si ostruì per via delle strette campate – solo tre – e straripò: la conseguenza fu l’abbandono, oltre che delle bancarelle dove si vendevano tessuti, scarpe e utensili (in parte allocate poi sotto la sopraelevata) dei “vasci”, i bassi abitati da marginali e sottoproletariato urbano. Famiglie di sfollati che avevano perso tutto furono ospitate per mesi nei locali della caserma dei carabinieri di piazza dei Bruzi e dopo una lunga attesa si videro assegnati appartamenti popolari a San Vito e via Popilia.





Gli “angeli del fango” prima di Firenze ’66
«Il livello delle acque – riporta il sito Mistery Hunters a corredo delle bellissime foto di Alfredo Salzano – superò, in alcuni punti, di oltre due metri quello delle strade. La portata di piena del 1959 fu stimata dal Genio Civile in 450 metri cubi al secondo e quella del Busento in 525. Dai giornali dell’epoca si apprende che il fiume danneggiò 14 bancarelle, 5 officine, 3 calzolai, 6 giornalai, 4 sarti, 60 fruttivendoli, 7 falegnami, 9 barbieri, un arrotino, 2 maniscalchi: quasi l’intera economia dei vicoli che sfamava oltre 500 famiglie».





Le foto seppiate dell’epoca restituiscono l’operosità di una comunità a sostegno degli ultimi, microstorie che ebbero meno enfasi retorica di quella che sette anni dopo sarebbe stata tributata agli “angeli del fango” in azione a Firenze per l’alluvione del 4 novembre 1966: «La stampa riportò anche i ringraziamenti dei cosentini alla Madonna del Pilerio per l’assenza di vittime (i soccorsi ben organizzati e i controlli regolari effettuati per monitorare la variazione del livello del fiume si rivelarono altamente efficaci) e della gara di solidarietà nazionale che si attivò dopo questo tragico evento. Ma gli effetti più devastanti si manifestarono nelle settimane e nei mesi successivi, iniziò infatti il costante e inesorabile spopolamento di Cosenza vecchia».





Oggi quello stesso centro storico vive una difficile rinascita, certo è che in giorni come questi i cosentini dimostrano il proprio amore per la città vecchia misto alla paura che quelle acque ingrossate e rumorose trasmettono dando voce alla natura che sembra volersi riprendere i suoi spazi, oltre gli argini e le costrizioni dell’uomo moderno. Però sembra che stavolta, a differenza di quanto accadde 67 anni fa, Kràtos, la personificazione della potenza secondo i greci, sia stato sconfitto dal re guerriero rimasto in piedi sul suo cavallo di bronzo, mentre per una volta i cosentini facevano il tifo per lui. (e.furia@corrierecal.it)
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