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l’intervista del corriere della calabria

«Oggi si cerca il colpevole, poi il reato»: Di Pietro scuote la magistratura

L’ex pm sostiene il Sì al referendum: «La Costituzione garantisce l’autonomia. Separare le carriere è una tutela per i cittadini»

Pubblicato il: 13/02/2026 – 15:30
di Emiliano Morrone
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«Oggi si cerca il colpevole, poi il reato»: Di Pietro scuote la magistratura

Antonio Di Pietro è stato pubblico ministero nel pool di “Mani pulite“. Senza dubbio, rappresenta il simbolo della stagione giudiziaria che ha segnato la fine della Prima Repubblica. Dopo ha lasciato la magistratura e fondato l’Italia dei Valori. È quindi diventato senatore e due volte ministro, per chiudere la carriera politica da deputato di un’opposizione intransigente alle destre e soprattutto a Silvio Berlusconi. Perciò pesa il punto di vista dell’ex magistrato ed ex politico sulla separazione delle carriere e sulla riforma costituzionale in discussione. Nell’intervista rilasciata due giorni fa (e registrata telefonicamente prima delle dichiarazioni del pm Gratteri al Corriere della Calabria), Di Pietro spiega perché è schierato per il Sì al referendum del 22 e 23 marzo prossimi, affronta il tema del correntismo nella magistratura, critica la gestione delle nomine all’interno del Consiglio superiore della magistratura, contesta la tesi secondo cui la riforma sottoporrebbe il pubblico ministero all’esecutivo e replica alle posizioni di Nicola Gratteri. Inoltre, l’intervistato parla di «eccesso di zelo» nella magistratura contemporanea, distingue tra Stato di diritto e Stato di polizia e risponde alla nostra domanda sull’esistenza o meno di un “partito dei magistrati”. Chiude quindi con una osservazione perentoria sulla carenza strutturale di risorse, personale e strutture nel sistema giudiziario italiano. È un altro approfondimento del Corriere della Calabria sulla separazione delle carriere dei magistrati, per conoscere meglio il tema e votare al referendum con maggiore consapevolezza.

Presidente Di Pietro, perché è favorevole alla separazione delle carriere?

Sono favorevole perché ritengo necessaria non solo la separazione delle funzioni che già esiste, ma anche la separazione delle carriere. Attualmente c’è un solo Consiglio superiore della magistratura dove siedono giudici e pubblici ministeri, come se nella stessa famiglia avessimo componenti di una squadra di calcio e arbitri. Io credo che sia necessario separare le carriere per dare più indipendenza e autonomia ai magistrati, sia giudicanti sia inquirenti, non solo nei confronti della politica – condizione che già c’è e rimarrà tale – ma anche nei confronti delle proprie dinamiche interne, di quel correntismo che è stato indicato da Palamara quando ha spiegato che far nominare un procuratore della Repubblica piuttosto che un altro è fondamentale per come si svolgeranno le indagini contro la pubblica amministrazione. Così come nominare un procuratore generale a Milano. Io dico che crea un conflitto tra carriere questa idea che le nomine vengano fatte da persone a loro volta nominate da chi poi deve essere giudicato. È meglio che l’arbitro faccia parte della famiglia degli arbitri e il giocatore della famiglia dei giocatori. L’idea che arbitri e giocatori facciano parte della stessa famiglia non rende trasparente il ruolo di ciascuno.

Perché questo referendum è stato caricato di contenuti politici?

Si sta buttando la questione in politica. Le maggioranze di governo passano, la Costituzione resta. La Costituzione voluta dai padri costituenti ha trasformato il sistema da inquisitorio ad accusatorio, dove le parti processuali stanno alla pari davanti a un giudice terzo. Il codice Rocco prevedeva che chi giudicava e chi faceva le indagini coincidessero nella stessa figura. Chi ha i capelli bianchi ricorderà il pretore nei mandamenti o il giudice istruttore nei tribunali. C’era un magistrato che faceva l’indagine e poi si guardava allo specchio per decidere. Oggi esiste ancora un retaggio di quel modello e va superato. Questa riforma non nasce dall’attuale governo, ma nel 1989 con il ministro Vassalli, partigiano e uomo della sinistra. Ci sono molti magistrati e molti esponenti del centrosinistra favorevoli. Mi amareggia che l’Associazione nazionale magistrati spenda energie per promuovere il No anche al proprio interno, quando tanti magistrati sono per il Sì ma non hanno uno strumento comunicativo ufficiale e in grado di diffondere il loro pensiero.

I sostenitori del No dicono che con questa riforma il pubblico ministero sarà sottoposto all’esecutivo. Lei che cosa ne pensa?

È un falso. Questa riforma non tocca in alcun modo l’indipendenza della magistratura. Non mi interessa chi l’abbia proposta. È stata proposta dal centrosinistra e dal centrodestra, quindi è trasversale. Mi interessano gli effetti: maggiore indipendenza, totale autonomia e totale distacco tra chi giudica e chi indaga. Questa è una garanzia per il cittadino.

Tra i sostenitori del No c’è Nicola Gratteri. Che ne pensa?

Sul piano personale rispetto. Sul piano professionale è un’altra cosa. È la stessa persona che ha subito le conseguenze del correntismo nella magistratura. Nonostante le importanti indagini svolte e la sua professionalità, gli è stato impedito di andare alla Direzione nazionale antimafia e a Roma, proprio perché non apparteneva a correnti. Rispetto la sua idea, ma non deve raccontare che questa riforma diminuisce il potere del magistrato. Le inchieste si potevano fare allora, si possono fare adesso e si potranno fare domani. Un magistrato che fa il proprio dovere lo può fermare solo un quintale di tritolo o un altro magistrato. Non la politica, perché c’è la Costituzione che lo garantisce oggi e lo garantirà domani.

Quindi ribadisce la sua posizione, presidente?

Sì, non c’è alcuna sottomissione al potere politico. Anzi, si avrà maggiore indipendenza. Senza il correntismo, persone come Gratteri avrebbero avuto più possibilità di ottenere i ruoli che meritavano. Basti pensare alla Procura di Roma: il procuratore è stato nominato dopo 6,7,8 mesi perché non rientrava nelle correnti. Le nomine seguono spesso logiche di scambio: io ti do Roma, tu cosa mi dai a Milano, a Napoli, a Palermo? Questa logica lottizzatoria viene spezzata con la riforma, che serve ai cittadini.

Lei crede che oggi esista un “partito dei magistrati”?

Esiste un eccesso di zelo. I magistrati hanno diritto alle proprie idee, come tutti. Ma la differenza è questa: ai miei tempi si commetteva un reato e il magistrato cercava chi lo aveva commesso. Prima il reato, poi l’indagine. Oggi troppo spesso si cerca qualcuno e poi il reato. Nel primo caso siamo in uno Stato di diritto, nel secondo in uno Stato di polizia.

Quali sono oggi i principali problemi della giustizia italiana?

Ogni magistrato ha mediamente 1000-1200 fascicoli sul tavolo. Se ne prende uno, ne lascia 999. Per avere tempi certi e decisioni ponderate, quei fascicoli dovrebbero diventare 110. Bisogna moltiplicare il numero dei magistrati, dei collaboratori, delle risorse finanziarie e delle strutture. E aumentare i posti in carcere. È capitato anche a me di dover lasciare fuori persone per mancanza di posti. In carcere devono stare quelli che lo meritano, in condizioni dignitose. Non è una buona ragione lasciarli fuori a delinquere solo perché non c’è posto. (redazione@corrierecal.it)

(Foto copertina: Repubblica.it)

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