Oltre la mistificazione: per un dibattito sulla Giustizia libero da pregiudizi e insulti
Il punto di partenza è l’intervista rilasciata da Nicola Gratteri al Corriere della Calabria

Avverto il dovere civile e istituzionale di intervenire nel dibattito sollevato dal durissimo documento delle Camere Penali Calabresi pubblicato su questa testata il 13 febbraio u.s., dal titolo: «Riforma, chi vota Sì non è complice di centri occulti». Lo faccio non per alimentare una sterile contrapposizione tra categorie, ma per ristabilire un principio di verità su dichiarazioni che sono state oggetto di una sistematica e, temo, deliberata operazione di travisamento. Il punto di partenza è l’intervista rilasciata da Nicola Gratteri al Corriere della Calabria il 12 febbraio. È necessario riportare il perimetro esatto delle sue parole per smascherare la mistificazione in atto. Gratteri ha affermato: «Voteranno per il “no” le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il “si”, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente.»
Il significato di queste parole è limpido per chiunque non sia mosso da una pregiudiziale malevolenza. Gratteri non ha inteso “etichettare” moralmente l’intero corpo elettorale, né ha inteso operare una divisione dei cittadini in categorie criminologiche. La sua è un’analisi – forse cruda e diretta, ma fondata sull’esperienza di chi opera da sempre in territori di frontiera – sugli interessi oggettivi che si addensano attorno a una scelta referendaria. Esiste una differenza abissale, che la strumentale semplificazione mediatica ha voluto cancellare.
Dire: “L’elettorato che vota Sì è composto da indagati, imputati o massoneria deviata”,
costituirebbe una madornale stupidaggine e un’offesa intollerabile per i milioni di cittadini che liberamente e in coscienza voteranno Sì.
Dire invece: “Tra coloro che voteranno Sì ci saranno anche indagati, imputati e centri di potere, i quali certamente voteranno Sì”, è un’analisi sugli interessi che si aggregano attorno a un esito politico.
Non è una distinzione sofistica: è il passaggio da un’affermazione identitaria a una previsione sociologica. Confondere i due piani significa voler trasformare un’analisi di scenario in un insulto personale per scopi puramente polemici. Sostenere, poi, che i cosiddetti “Gratterians”, gli stolti seguaci della “Guida suprema”, non abbiano bisogno di conoscere per deliberare significa attribuire loro un atteggiamento fideistico che non corrisponde alla realtà. Richiamare poi lo slogan “credere, obbedire, combattere” – oltre a risultare storicamente e simbolicamente improprio – finisce per offendere i molti cittadini che nutrono stima per il lavoro che da decenni Nicola Gratteri svolge al servizio della giustizia. Si tratta, in effetti, di un paradossale rovesciamento logico: si attribuisce ai sostenitori del magistrato un motto che appare semmai più adatto a chi, oggi, lo avversa in modo aprioristico, senza confronto nel merito delle sue posizioni.
Le accuse di essere un “arruffapopoli” o un “conducator” nascono da una voluta confusione tra la chiarezza espositiva e il populismo. Gratteri ha il merito di parlare un linguaggio comprensibile ai cittadini, spiegando i rischi tecnici di riforme che potrebbero paralizzare l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Presentare questa capacità comunicativa come “avvelenamento del dibattito” significa voler mettere il bavaglio a chi, conoscendo le pieghe del codice e la realtà dei territori di ‘ndrangheta, mette in guardia la collettività dalle derive di una riforma scritta lontano dalle trincee giudiziarie.
Le parole di Gratteri a sostegno del No sono state isolate e decontestualizzate e quindi pavlovianamente replicate per dipingerlo come un nemico dei cittadini, un eversore dei diritti diritti civili. Al contrario, la sua posizione nasce da una rigorosa difesa della cultura della giurisdizione.
Affermare che la separazione delle carriere possa indebolire il controllo di legalità non è un atto di “suprematismo etico”, ma un’analisi tecnica fondata sull’idea che il PM debba restare un magistrato inquadrato nella cultura della giurisdizione, e non trasformarsi in un super-poliziotto, un accusatore senza più legami con il mondo del giudizio e della finalità superiore che dovrebbe determinare ogni magistrato, giudicante e requirente, ovvero l’accertamento della verità nel rispetto delle regole procedurali.
Chi oggi lo attacca come “fabbricante di paura” sta, in realtà, usando la paura della magistratura per guadagnare consensi politici in vista del voto. Si tratta di un’aggressione diretta alla persona di cui non si intravede la coerenza con i reiterati richiami alla moderazione del dibattito referendario.
È evidente che l’obiettivo non è discutere i contenuti della riforma, ma colpire il simbolo. Nicola Gratteri è il volto di una magistratura che non accetta compromessi e che opera in una terra dove il silenzio è spesso sinonimo di assenso. Attaccare lui significa tentare di indebolire l’intera categoria dei magistrati calabresi impegnati in prima linea.
Le Camere Penali, definendolo un “testimonial rancoroso”, operano una delegittimazione che serve a distogliere l’attenzione dal merito dei quesiti referendari, spostando lo scontro sul piano del conflitto personale e dell’insulto. Il silenzio di ANM e CSM (ma il CSM ha preso posizione), lungi dall’essere complicità, è la dimostrazione che non esiste alcun “pensiero unico” imposto. Tuttavia, è paradossale che chi invoca la libertà di pensiero per i cittadini tratti come un “abuso di potere” la libertà di un magistrato di esprimere pubblicamente le proprie preoccupazioni istituzionali. La narrazione secondo cui Gratteri tratterebbe gli elettori come “colpevoli in attesa di prova” è una falsità logica: egli difende semplicemente un sistema che deve restare a servizio di tutti i cittadini, per evitare che la giustizia diventi un guscio vuoto a vantaggio dei potenti o dei centri di potere.
Siamo di fronte a una polemica costruita a tavolino. Si travisano le parole di un magistrato coraggioso ed esposto per trasformarlo nel “nemico della democrazia”, quando l’unico vero nemico della democrazia è la mistificazione della realtà a scopi elettorali. I magistrati, gli operatori di Polizia e i tantissimi cittadini perbene che vivono ed operano in questo Regione continueranno a parlare con i fatti, lasciando che le parole cariche di livore cadano nel vuoto del rancoroso pregiudizio.
Come chiosa finale, chiederei agli illustri avvocati firmatari del comunicato se veramente ravvedano in espressioni quali “conducator”, “approfitta della posizione istituzionale per avvelenare il dibattito democratico ed esibire il suo ipocrita suprematismo etico”, ““Gratteri, il grande”, “Guida suprema”, “conducator”, “ … approfitta della posizione istituzionale per avvelenare il dibattito democratico ed esibire il suo ipocrita suprematismo etico” il rispetto dei principi di correttezza e di continenza che dovrebbero conformare un dibattito da svolgersi sul piano istituzionale e del confronto tra le idee, oppure le stesse rappresentino, come temo, un definitivo e irrevocabile trascendimento in gratuite e volgari offese alla persona. Chissà come saranno contenti quei cittadini più adusi a frequentare le aule di giustizia a vedere un personaggio come Nicola Gratteri esposto al pubblico ludibrio!
*Procuratore aggiunto a Palmi
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