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Priorità sospese

Il mare che restituisce e la memoria che svanisce

Il maltempo riporta sulle coste calabresi e siciliane i corpi dei migranti dispersi. E riapre una domanda rimasta sospesa dopo Cutro: quanto dura la memoria collettiva?

Pubblicato il: 18/02/2026 – 13:25
di Francesco Veltri
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Il mare che restituisce e la memoria che svanisce

In questi giorni il maltempo ha scoperchiato ancora una volta la fragilità della Calabria. Fiumi ingrossati, strade interrotte, paesi isolati. Una terra bellissima e instabile, che ciclicamente si scopre esposta, vulnerabile, impreparata. Ma insieme al fango e ai detriti, il mare ha restituito – sia in Calabria che in Sicilia – anche altro: corpi. Migranti inghiottiti dal mare e riaffiorati ora, sospinti dalle mareggiate sulle stesse coste dove il vento non ha mai smesso di raccontare storie di partenze e di naufragi.
E il pensiero torna inevitabilmente alla tragedia di Cutro, a quella notte di febbraio del 2023 in cui, a pochi metri dalla riva, si consumò una delle più gravi sciagure migratorie del Mediterraneo recente. Il mare, allora, non fu meno crudele del mare in tempesta di questi ultimi giorni. Cambiano le condizioni atmosferiche, non cambia la sostanza: uomini, donne e bambini che partono da paesi devastati da guerre, dittature, povertà estrema, con l’idea che altrove esista una possibilità di vita. E spesso trovano la morte. Come riferito dalle Ong, tra cui Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Refugees in Tunisia, sono oltre mille i migranti dispersi in mare durante il Ciclone Harry.

Quanto dura l’umanità quando non è più sotto i riflettori?

Subito dopo Cutro, l’Italia – o almeno una parte di essa – mostrò un volto umano. Le veglie, il silenzio, i peluche sulla spiaggia, le bare allineate nel palazzetto di Crotone. Le parole di cordoglio. Una comunità ferita che si strinse attorno a chi non aveva più nulla. La politica, più divisa, fece il suo mestiere tra decreti discussi, dichiarazioni di circostanza e sensibilità differenti. La società civile, invece, soprattutto in Calabria, sembrò per un momento riconoscere nell’altro qualcosa di sé.
Poi, come spesso accade, il tempo ha compiuto il suo lavoro più insidioso: ha smussato gli angoli del dolore, lo ha reso ricordo, poi notizia d’archivio quasi fastidiosa. L’indignazione si è fatta meno sonora, la partecipazione più rarefatta. E il Mediterraneo ha continuato a essere frontiera liquida e cimitero silenzioso.
Oggi il maltempo e quei corpi hanno riportato a galla non solo le vittime, ma anche la domanda che le accompagna: cosa resta di quella commozione? Quanto dura l’umanità quando non è più sotto i riflettori? Le mareggiate di queste ore non fanno distinzione tra infrastrutture fragili e vite spezzate. Spazzano via argini mal costruiti e riportano alla vista ciò che si preferirebbe non vedere.
In questo stesso tempo si continua a discutere del progetto del Ponte sullo Stretto. Un’opera evocata da decenni come simbolo di modernità e collegamento. Non è questa la sede per entrare nel merito tecnico o economico dell’infrastruttura, né per esprimere giudizi. Tuttavia, in un momento in cui Calabria e Sicilia fanno i conti con frane, allagamenti e fragilità strutturali, continuare a parlare del Ponte produce inevitabilmente un effetto particolare. Non si tratta di contrapporre opere pubbliche e tragedie umane, ma di riconoscere che il contesto incide sulla percezione delle priorità.
La Calabria, ancora una volta, appare come un luogo di contraddizioni. Terra di accoglienza spontanea e di strutturale abbandono. Terra che conosce l’emigrazione da sempre, che ha visto partire generazioni intere verso il Nord o verso altri continenti, e che oggi è approdo – spesso mancato – per chi percorre la rotta opposta.
Non si tratta di indulgere nella retorica o di opporre infrastrutture a esseri umani in una facile dicotomia. Si tratta di interrogarsi sulla gerarchia delle notizie – sulle maggiori testate nazionali, dei corpi trovati in mare c’era poca traccia – e dei pensieri. Su ciò che occupa il centro del dibattito pubblico e ciò che scivola ai margini. Ogni corpo restituito dal mare è una storia interrotta, ma è anche uno specchio. Riflette la capacità, o l’incapacità, di restare umani oltre l’emozione del momento.
Cutro ha rappresentato uno spartiacque emotivo. Ma uno spartiacque, per definizione, divide le acque: sta a chi osserva quel dolore decidere se quella linea segni un prima e un dopo nelle politiche, nelle coscienze e nelle parole. O se resti soltanto una data da commemorare.
Il maltempo passa, le acque si ritirano, le strade vengono ripulite (spesso alla meno peggio) fino alla prossima sventura. Più difficile, forse, è ripulire la memoria dall’indifferenza che la ricopre.
La Calabria, con la sua bellezza esposta e la sua fragilità cronica, continua a essere un confine. Geografico e morale. Tra ciò che si sceglie di vedere e ciò che si preferisce lasciare al largo. Perché il mare, prima o poi, restituisce tutto. Anche quello che si è smesso di voler guardare. (f.veltri@corrierecal.it)

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