Maltempo in Calabria, dallo “sfasciume” alle conseguenze della colpevole inerzia
Quattro perturbazioni in 40 giorni e un territorio fragile pagano il prezzo di decenni di mancata prevenzione

LAMEZIA TERME Ancora una volta il maltempo eccezionale, che poi, se ci si riferisce alla ripetuta frequenza degli eventi, ormai tanto eccezionale non è, si riprende la scena. E lo fa drammaticamente in Calabria, un territorio già fragile di suo che già il meridionalista Giustino Fortunato, più di un secolo fa, sintetizzò, per la fragilità geomorfologica che da sempre la connota, come ‘sfasciume pendulo sul mare’.
A distanza di oltre cento anni da quelle parole largamente inascoltate, abbiamo ancora una volta a che fare con effetti da bollettino di guerra: allagamenti, crolli, smottamenti, cedimenti a ripetizione e tutto il triste corollario di eventi – tanto sulle coste quanto nelle aree interne – che lasciano in eredità uno scenario di devastazione fatto di attività imprenditoriali e viabilità seriamente compromesse, di case e infrastrutture lesionate e rese inagibili, di paesaggi stravolti e modificati. Circostanze, tutte, in grado di mettere a nudo l’estrema vulnerabilità del territorio regionale. Episodi nati non dal caso o dal destino cinico e baro, ma figli di decenni di superficiale trascuratezza e di tragico abbandono, quando non di un vero e proprio scempio, più o meno consapevole, delle basilari leggi naturali, che impatta violentemente su un territorio estremamente delicato, geologicamente instabile e in preda a fenomeni franosi ed erosione a più livelli.
Di settimana in settimana – tra un’allerta e l’altra – siamo stati costretti a constatare come alla pesante eredità seguita al ciclone Harry, che ha fatto da drammatico ‘apripista’ bersagliando in diversi punti la fascia ionica e restituendoci strutture fortemente danneggiate o cancellate, si sia via via affiancata quella ancora più gravosa di altri fenomeni similari, tutti dai nomi evocativi, che hanno preso di mira e sconvolto altre ampie zone della regione. Significativo e inquietante, in proposito, il dato fornito dalla Protezione civile regionale circa il fatto che in 40 giorni si sono verificate quattro pesantissime perturbazioni capaci di scaricare a terra il quantitativo di precipitazioni che cade normalmente in un solo anno.
Da tempo e da più parti, e ci riferiamo in particolare alla politica e ai governi succedutisi ai vari livelli, ci si è invece limitati ad assistere passivamente, o quasi, in occasione di eventi analoghi, alla recita di un copione già scritto, ripetuto a memoria e senza variazioni: dalle denunce ex post ai cahiers de doléances, fino agli impegni solenni, di politici e amministratori, destinati nella stragrande maggioranza dei casi, e passata la nottata, a rimanere lettera morta. Come non notare, infatti, che troppo spesso, per segnare comunque una presenza, non si è trovato di meglio da fare che limitarsi, in materia, a indicare sempre e solo il dito (soffermandosi cioè superficialmente sull’aspetto legato all’emergenza del momento), senza guardare invece alla luna, ovvero alla necessità, ormai inderogabile, di lavorare sul serio per progettare e mettere a terra un grande piano di messa in sicurezza del territorio e di mitigazione dei rischi legati alle mutate condizioni climatiche di questi nostri tempi.
Adesso viene annunciato dal governo nazionale uno stanziamento di un miliardo di euro per tutte le zone alluvionate di Calabria, Sicilia e Sardegna. Bene, ma basterà? Lo si spera. Il cambio di passo vero sarebbe, in realtà, un altro. E avrebbe a che fare con una nuova mentalità e un nuovo approccio al tema. Esiste infatti, anche se non la si tiene nel giusto conto, una vasta letteratura scientifica, prodotta da schiere di studiosi ed esperti negli ultimi decenni, con la quale si suona la sveglia affinché i decisori politici si attivino concretamente in materia di prevenzione rispetto a fenomeni sempre meno epocali e la cui imprevedibilità e frequenza sfuggono perfino alle attuali modernissime strumentazioni. A nulla, malgrado ciò, sono però valsi gli allarmi, le sollecitazioni e gli sforzi profusi, come è del resto facile constatare, da chi avrebbe potuto e dovuto farlo per ruolo e responsabilità decisionale. Ignorando colpevolmente, peraltro, un elemento di fondamentale importanza, visti i tempi finanziariamente magri che si delineano per il futuro: quello legato cioè ai costi da sostenere per fare fronte all’emergenza di turno, oneri pubblici valutati esattamente il triplo di quanto sarebbe stato necessario stanziare per prevenire efficacemente i medesimi rischi. (redazione@corrierecal.it)
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