La crescita silenziosa del Catanzaro. Cosenza senza subire, senza sognare. Crotone, la forza delle cicatrici
L’identità delle Aquile e il ritorno di Pompetti. I lupi non perdono e non prendono gol nell’indifferenza. Picerno brucia ancora agli Squali, ma forse è diventata lezione

In serie B il Catanzaro sembra nuovamente inarrestabile. L’exploit di Chiavari ha confermato la crescita tecnica e mentale della squadra di Aquilani. In C il pari del Cosenza contro l’Atalanta Under 23 racconta una squadra più solida in difesa ma meno incisiva in attacco. Il Crotone contro il Foggia ha sofferto ma ha ritrovato la bussola, oltre ai tifosi.
La crescita silenziosa del Catanzaro
A volte le vittorie non fanno rumore, sedimentano. Quella di due giorni fa a Chiavari appartiene a questa categoria: meno fuochi d’artificio, più sostanza. Il Catanzaro non ha semplicemente battuto la Virtus Entella; ha ribadito una postura. E nel calcio di febbraio, quando le ambizioni iniziano a pesare quanto le gambe, la postura è tutto. La squadra di Alberto Aquilani sta costruendo qualcosa che somiglia a una consapevolezza adulta. Non più l’entusiasmo un po’ istintivo di dicembre, non più le ansie di gennaio, ma una linea chiara: qualità tecnica come primo linguaggio, equilibrio come grammatica, cinismo come punteggiatura. Quattro vittorie consecutive (con 9 gol fatti e uno solo subito) non sono un filotto casuale; sono un argomento. E nel dibattito serrato del campionato, gli argomenti contano più delle suggestioni.
C’è un dettaglio che racconta tutto: la capacità di vincere senza dipendere da un’unica scintilla. Senza il brio di Cisse, con gli avversari pronti a chiudere gli spazi, il Catanzaro ha scelto di non snaturarsi. Ha accettato l’attrito, ha difeso con lucidità, ha colpito con tempismo. È maturità tattica, ma anche psicologica. È la differenza tra chi insegue un sogno e chi comincia a frequentarlo con abitudine. E poi c’è il valore simbolico dei singoli che si rimettono in piedi. Il ritorno al gol di Marco Pompetti non è solo un dato statistico: è un messaggio interno allo spogliatoio. Significa che il talento, quando è accompagnato dalla pazienza, può tornare a incidere. In prospettiva, è una notizia che pesa quasi quanto la classifica. Perché sì, la classifica oggi dice quinto posto. E lo dice con autorevolezza. Non è una posizione di passaggio, è una collocazione conquistata con identità. In un torneo livellato, dove basta un mese storto per scivolare nell’anonimato, restare agganciati al vertice è un esercizio di carattere.
Crema: la crescita silenziosa. La squadra che non si specchia nelle vittorie ma le usa come gradini. Il solito capitan Iemmello, Favasuli, Petriccione, Pontisso e soprattutto il recupero pieno di Pompetti come metafora di un gruppo che non ha fretta di bruciare le tappe ma sa aspettare il momento giusto per colpire.
Amarezza: gennaio resta lì, come una fotografia leggermente sfuocata: un punto in quattro partite che ha raffreddato il sogno del terzo posto. Ma forse proprio quella frenata ha insegnato misura e profondità.
Cosenza senza subire, senza sognare
Il pareggio di ieri contro l’Atalanta Under 23 fotografa perfettamente lo stato dell’arte del Cosenza calcio: ordinato, compatto, impermeabile. Eppure incompiuto. Il 2026 rossoblù è un romanzo a metà, scritto con capitoli alterni: buone prestazioni, improvvise opacità, qualche caduta bruciante e poco dignitosa. Un’altalena emotiva che ha finito per anestetizzare una piazza già distante, svuotata ormai più dall’indifferenza che dalla rabbia. Perché se la rottura con la proprietà è diventata totale, il silenzio sembra pesare più dei fischi.
La squadra, sul campo, ha trovato un equilibrio difensivo che merita rispetto: tre partite senza subire gol dopo il disastro di Giugliano, non sono un dettaglio. È la grammatica minima per restare nelle zone alte della classifica, pur con un distacco ormai sensibile dalle primissime. Ma il lessico offensivo resta povero, quasi timido. Si produce poco, a volte pochissimo. Si controlla, si gestisce, si contiene. Si osa raramente.
Il mercato di riparazione, che di riparazione non è stato, ha lasciato cicatrici evidenti. L’arrivo di Baez, chiamato a raccogliere l’eredità di Ricciardi, è fin qui una nota a margine: condizione precaria, infortunio immediato e incognite future. E così il Cosenza si regge su un equilibrio fragile, sospeso tra solidità e quasi sterilità, tra ambizione (forse) e realtà misurata.
Si andrà avanti così, verosimilmente: qualche acuto, qualche frenata, la speranza di recuperare gli infortunati e di ritrovare brillantezza in vista dei playoff. Ma il punto vero non è tecnico. È sempre ambientale. La frattura tra piazza (provincia inclusa) e proprietà è una crepa strutturale e sociale che questa città non può più permettersi.
Crema: il punto di ieri interrompe la mini-striscia di vittorie ma consolida l’imbattibilità difensiva e permette di avvicinarsi ulteriormente alla Salernitana (terza in classica a +3). È un segnale di maturità: si può non brillare e restare comunque solidi.
Amarezza: la sensazione di galleggiare. Nonostante tutto. Il discorso è sempre uguale, in un clima apatico, senza un vero rafforzamento e con un entusiasmo evaporato, l’orizzonte resta corto. E quando manca la visione, anche l’equilibrio rischia di sembrare semplice sopravvivenza.
Crotone, la forza delle cicatrici
Se il tonfo di Picerno aveva insinuato il sospetto che il Crotone stesse smarrendo bussola e brillantezza, la risposta è arrivata puntuale, robusta. Contro il fanalino Foggia non è stata una passeggiata di salute, ma una prova di maturità. E, talvolta, vale di più. Sotto di un gol, con l’inerzia che sembrava ammiccare ai pugliesi, i rossoblù non hanno perso la compostezza. Hanno sofferto, certo. Hanno persino beneficiato dell’episodio – l’espulsione di Romeo a inizio ripresa – ma ridurre la vittoria alla superiorità numerica sarebbe un esercizio pigro. Il Crotone ha rimesso in campo ciò che a Picerno era rimasto negli spogliatoi: compattezza, densità morale, fiducia nei propri mezzi. Quella stessa intelaiatura che aveva prodotto quattro vittorie e un pari prima dell’inciampo.
La notizia migliore, forse, è che questa squadra non è più monodimensionale. Guido Gomez resta un fattore – quattordicesimo centro, peso specifico da categoria superiore – ma non è un’isola. Musso ha firmato il secondo gol personale e certifica un’integrazione rapida e intelligente, oltre che un’arma in più; Piovanello ha ricamato una rete di rara fattura. È l’idea di collettivo che prende forma: la rosa si allunga, le responsabilità si distribuiscono, la dipendenza si attenua.
In classifica, il margine si assottiglia: il quinto posto è a due lunghezze, il quarto a tre. Non è solo aritmetica, è percezione. Il ritorno dei tifosi in Curva Sud, dopo la protesta, ha rimesso un tassello emotivo al mosaico. E il Crotone, ieri, ha saputo meritarselo.
Crema: Gomez sta vivendo una stagione da leader silenzioso e determinante. A gennaio avrebbe potuto scegliere una via più comoda; ha scelto la responsabilità. È rimasto quando il progetto sembrava vacillare, e oggi la rinascita passa anche dai suoi gol e dalla sua postura morale.
Amarezza: Picerno resta una cicatrice fresca. In quel primo tempo si sono smarriti punti che oggi peserebbero come oro nella corsa al quarto posto. Ma il campionato non è una fotografia, è un romanzo ancora aperto. E questo Crotone ha dimostrato di saper riscrivere le proprie pagine. (f.v.)
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