Siderno, summit tra salsicce e agnello, le intercettazioni svelano il potere dei Commisso
Nell’inchiesta della Dda tre incontri riservati della ‘ndrina del Mirto, tra tensioni interne e tentativi di mediazione finiti con un’estromissione eccellente

REGGIO CALABRIA È il boss dei “sidernesi”, capace di pianificare le azioni criminali e gestire gli affari del clan, con ramificazioni negli Stati Uniti e in Canada, dove è latitante il padre Francesco, detto “lo Scelto”. Antonio Commisso, 46 anni, subentrato al nonno, il patriarca del clan, ricopre un ruolo chiave nelle fila dei “sidernesi”, indagato dell’operazione “Risiko”.
È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria. A lui si rivolgevano tutti, anche un assessore comunale di Siderno, perché il suo intervento era «ben più forte ed efficace di un provvedimento dell’autorità giudiziaria».
La Dda di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli e dal capo area Giuseppe Lombardo, ha emesso il provvedimento di fermo per sette persone, evidenziando la coesione e l’organizzazione della ‘ndrina di contrada Mirto, parte del Locale di Siderno, stroncando così i vertici della “famiglia” più potente della ‘Ndrangheta reggina: i Commisso.
La ‘ndrina di contrada Mirto
Secondo quanto riportato nell’ordinanza, la ‘ndrina sarebbe pienamente operativa e composta da circa quaranta affiliati. Al vertice viene indicato Francesco Baggetta, classe 1960, residente a Siderno in via Mirto. La sua figura si inserisce in una storia familiare segnata dalla faida di Siderno: il padre Domenico, fu assassinato nel 1988 ed era indicato all’epoca come “Capo Società”. Dopo quell’omicidio, Francesco e il fratello Giuseppe furono fermati perché ritenuti responsabili dell’uccisione di Francesco Curciarello, ma vennero successivamente rimessi in libertà.
L’esistenza della ‘ndrina del Mirto era già emersa nell’indagine “Crimine”, anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Costa.
Le nuove attività investigative – intercettazioni telefoniche, ambientali e captazioni tramite spyware – avrebbero documentato la continuità organizzativa del gruppo, il ruolo di vertice attribuito a Francesco Baggetta e la presenza di figure ritenute partecipi come Giuseppe Archinà, Francesco Antonio Sgambelluri detto «‘Ntoni u Ciaceru». Le carte parlano inoltre della dipendenza dal vertice del Locale sidernese, individuato in Antonio Commisso.
Ma uno degli aspetti più significativi ricostruiti dagli investigatori riguarda la cosiddetta “vita sociale” dell’articolazione. Le intercettazioni avrebbero documentato tre eventi prandiali – le cosiddette “mangiate” – che, secondo la Dda, non costituivano semplici momenti conviviali, ma occasioni per discutere e dirimere conflitti interni.
La maggior parte delle acquisizioni investigative sul tema delle cosiddette “mangiate” deriva dallo spyware installato su uno dei dispositivi cellulari in uso a un partecipante agli eventi conviviali, oltre che dalle intercettazioni ambientali eseguite nei luoghi abitualmente frequentati dagli indagati.
Secondo quanto riportato negli atti, gli incontri si svolgevano all’interno di una casa non abitata. L’individuazione dell’immobile sarebbe stata possibile grazie all’interpolazione delle immagini estratte dal dispositivo monitorato con gli accertamenti anagrafici e le verifiche effettuate tramite l’applicativo Google Maps, consentendo così un’identificazione univoca dello stabile.
Le carte sottolineano inoltre come, in particolare in occasione dell’evento del 30 dicembre 2023, i partecipanti avessero adottato rigorose misure di sicurezza per garantire la massima riservatezza. Uno dei presenti avrebbe lasciato volontariamente il proprio telefono cellulare in auto. Prima del pranzo, alcune autovetture sarebbero state spostate dalla piazzetta Mirto – caratterizzata da un costante flusso veicolare – per essere parcheggiate nella più defilata via Colacrisini.
Che gli affiliati alla ‘ndrina di contrada Mirto adottassero cautele anche prima di tali eventi emergerebbe, infine, da una conversazione intercettata nella quale si farebbe riferimento proprio alla necessità di evitare attenzioni indesiderate e di assicurare la riservatezza degli incontri.
Le intercettazioni sulle “mangiate”
La prima mangiata sarebbe stata registrata l’8 ottobre 2023. Già il 26 settembre precedente, in una conversazione ambientale captata nella piazzetta di contrada Mirto tra diversi indagati, si parlava apertamente dell’organizzazione dell’incontro.
È Francesco Antonio Sgambelluri a introdurre il tema, spiegando che le spese sarebbero state sostenute da Giuseppe Archinà: «Ha detto Peppe di Carlo di andare a prenderti i soldi che la paga lui la mangiata».
Il commento di un altro sodale è immediato: «Non mi dite! Mannaia la madosca, allora quest’incontro avrà fatto qualche miracolo!», lasciando intendere che dietro l’evento vi fosse un tentativo di ricomporre tensioni interne.
Francesco Baggetta conferma: «Ha detto che la sponsorizza lui!».
In un altro passaggio, mentre si discute dei continui rinvii: «… quando fa caldo, quando che questo non può venire, quando qua, quando là… Fosse per me mangiavamo tutti i giorni!». È a quel punto che Baggetta aggiunge una frase ritenuta significativa dagli inquirenti: «…quando c’era la faida…», collegando i rinvii a una conflittualità interna.
Particolarmente rilevante, secondo l’accusa, un’ulteriore battuta nella quale si fa riferimento esplicito all’organizzazione: «Oh Mì, l’otto… l’otto ago… l’otto otto… ottobre, fra un paio di giorni, la prossima settimana… Ihhh, focu che c’è: carne, salsiccia, formaggio, agnello, coniglio, Mastro Toto che mi pressa: “trova la legna!”, fuori dalla vergine Maria che c’è qua… […]…il bene del mondo Cì, tutto il mondo, la ‘Ndrangheta deve saperlo a Siderno che tutti …incomprensibile…».
La faida e l’estromissione
Dalle carte emerge che in quel periodo era in corso una forte conflittualità tra i cugini Archinà Giuseppe e Salvatore. Gli investigatori ritengono che la mangiata organizzata e finanziata da Giuseppe Archinà fosse funzionale a tentare una ricomposizione dello scontro. Tuttavia, secondo la ricostruzione accusatoria, la vicenda si sarebbe conclusa non con una riconciliazione, ma con l’estromissione di Salvatore Archinà dai ranghi della ‘ndrina.
Gli atti parlano anche di un progetto omicidiario maturato all’interno del sodalizio nei confronti dello stesso Salvatore Archinà, poi non portato a compimento anche grazie a interventi interni all’associazione. (redazione@corrierecal.it)
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