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verso il Festival 2026

Piccola guida per convivere con le parole di Sanremo

Molto amore ma non mancano Gaza, Berlusconi e l’intelligenza artificiale

Pubblicato il: 24/02/2026 – 9:53
di Paride Leporace
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Piccola guida per convivere con le parole di Sanremo

Esegesi dei testi di Sanremo 2026 alla vigilia della kermesse. L’assenza di artisti della parola come Brunori e Corsi ha messo di malumore La Crusca che non è andata oltre la sufficienza nei suoi voti segnalando oltre la presenza di poche parolacce soprattutto limitata vena poetica.

Ma andiamo ad iniziare partendo dai molti esordienti in gara. Tredici Pietro è il figlio di Gianni Morandi e racconta un “uomo che cade” con banali “chiudermi la porta in faccia” accompagnato da verso masochistico dedicato alla lei descritta con “sei la trama trafitta e io il tuo polmone”.

Nuova scuola genovese per Safy, nativo tunisino, che si cimenta con autobiografia di una nazione citando Cannavaro, l’accoppiata Celentano- Conte e Silvio Berlusconi (“E come ha detto un imprenditore l’Italia è il paese che amo”).

Sanremese postmoderno in purezza per Nayt che ha però il discreto incipit: “Prima della prima donna, prima della prima volta, prima della prima droga, prima della prima idea” e questa è “Prima che” da non confondere con “Prima o poi” di Michele Bravi, che l’Ariston l’ha già solcato e che gioca a far lo sfigato affermando “Ma guarda casa mia come è ridotta, che non faccio i piatti da una settimana, che non so l’ultima vota che ho fatto la spesa, con il disco di Battisti ancora lì per terra”. Non proprio pensieri e parole di mogoliana fattura.

Prima volta di una rock band al femminile con Le Bambole di pezza con “Resta con me” in cui si vedono “uomini per bene, andare in pezzi” e “uomini di strada, tornare onesti” in una banalità del punk che si spera abbia almeno la ritmica musicale adeguata.

Il romano Eddie Broch  propone “Avvoltoi” recitata ad una ragazza che “resta solo dentro un letto da rifare, perché è più facile per farti spogliare” novella riedizione di bella senza anima di cocciantiana memoria.

Maria Antonietta e Colombre coppia che canteranno nei duetti con Brunori (qualcosa vorrà dire) fanno un po’ i diversi affermando “la colpa non è nostra, non siamo dei coglioni, baby, facciamo insieme una rapina, per riprenderci la nostra vita” dando un senso al titolo “Mani in alto, è una rapina”.

Dario Brunori con Maria Antonietta e Colombre

“Ti penso sempre” è il titolo del lucano Chiello che si picca a distanza con lei perché “avevi detto che ero l’unico e io ci avevo quasi creduto” soffrendo molto per l’abbandono.

Prima volta in gara a Sanremo anche per l’affermato Tommaso Paradiso che complice la nascita della figlia propone elegia de “I romantici”; ovvero coloro che “guardano il cielo” o “un treno che se ne va”. Tommaso comunque compie parricidio visto che scrive “io non farò come mio padre, gelido, non so come si fa”.

Scuola regionale partenopea numerosa che schiera l’esordiente rapper Samurai Jai in concorso  con il tormentone “Ossessione” invocante “Una noche de sexo, andamento lento, non posso fermare il tempo “ e che nei versi si lascia andare solo ad un napoletano “marò che pena”.

Altro debuttante il rapper napoletano Luchè, “caposcuola” di Geolier, che si infila in un “Labirinto” che “nasconde un po’ di me, anche se poi te ne vai, non ti scordar di me”. Quasi fosse un fiorellino.

Team partenopeo anche con LDA ovvero Luca D’Alessio, figlio di Gigi in coppia con Aka 7even, che con vaghe “Poesie clandestine” recitano “Bella da farmi mancare l’aria, tu sei Napoli sotterranea, questa musica sale nel sangue carnale”. Almeno sarà successo su Canale 21.

Figlio d’arte napoletano anche Sal Da Vinci che vanta un terzo posto sul podio e che con “Per sempre sì” si prepara “davanti a Dio, saremo io e te, accussì, sarà sempre sì”. Un vero boss delle cerimonie sanremesi.

Un ritorno quello della prominente Elettra Lanborghini che con “Voilà” mescola citazioni di Mina “noi due sotto un cielo a pois” con l’usato sicuro ma rischioso di “Dai comincia tu, e allora viva viva la Carrà”,

Brano da antimodugno per Enrico Nigiotti con “Ogni volta che non so volare”  con “il tempo corre quanto è stronzo, sorpassa e poi tu ruba il posto” perché oggi non è certo un tempo di grandi speranze.

Vita e modulo diverso per Dargen D’amico che con “Ai Ai” propone la contemporanea Intelligenza artificiale e sembra  un novello Petrolini quando scandisce: “A me mi ha rovinato la Rete, altrimenti avrei fatto il prete, avrei lasciato il paese fuggendo via, a cercare fortuna in Albania”.

Ditonellapiaga fa Carducci nel suo vero cognome e la imbrocca bene con la sua “Che fastidio” con scrittura creativa da Oreste Del Buono quando declina “La moda a Milano (che fastidio), lo snob romano (che fastidio) il sogno americano (che fastidio) e il politico italiano (che fastidio)”. Speriamo che l’allitterazione canora non ci deluda.

Una “Magica favola” per la veterana Arisa scritta per lei in solipsismo contestuale affermando “a trent’anni tutti mi dicevano bella la tua voce, a quaranta voglio solo trovare la pace”, pensata per la sua incantevole ugola e con occhio al marketing di votazione.

Forse come per la coppia Fedez e Marco Masini che cantano “Male necessario” dove si ascolta “la gente pudica giudica, che brutta gente frequenta Fedez, ma ci si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Ogni riferimento biografico non è per nulla casuale.

Fedez e Marco Masini

Replica da ex periferia milanese per J-AX che vuole trasformare Sanremo in Nashville cantando in ritmo country “Italia Starter pack” e così all’Ariston si ascolterà: “Qui per campare serve un po’ di culo sempre. È vietato ma fa niente, ti passo la canna del gas”. Antiproibizionisti serviti.

Altro veterano di vittorie e partecipazioni Francesco Renga che cerca “Il meglio di me” con colte ispirazioni tra Bellocchio e Fossati scrivendo insieme alla figlia “In mezzo alle piccole cose con i pugni chiusi in tasca, ed un muro nella testa”. Niente paura, alla fine è un testo molto minimale.

Cantautorato di solitudine per Fulminacci in “Stupida sfortuna” che descrive la sua avventura umana affermando in incipit: “Ti troverò dentro a una foto, sotto l’acqua mentre nuoto, nella sabbia e nel cemento, dentro un cinema all’aperto, in mezzo a tutte le persone”.

Leo Gassmann di nota schiatta si presenta con “Naturale” dove il dialogo ricorda “ma abbiamo passato cinque estati, in motorino tra i semafori e i tram, che Roma ad agosto sembra l’Antartide”. Forse un omaggio al celebre Sorpasso di nonno Vittorio.

Con il successo svolta sentimentale e intimista per Levante che con “Sei tu”, titolo molto sanremese, esistenzialeggia moderatamente con versi come “Il timore di niente. Per mostrarsi anche nelle miserie, per restare a contare le macerie”.

Da cantautrice si presenta anche Mara Sattei con l’autobiografismo di “Le cose che non sai di me” scritta a quattro mani con il fidanzato per poter rievocare assieme: “Tutte le notti a dirsi le cose che non sai di me, la voce tua nei giorni tristi, guarisce il mio disordine”. Anche qui siamo nella geografia di Levante.

Patty Pravo mai banale e sempre raffinata con “Opera” non rinuncia ad essere “affidati all’utopia, siamo santi e peccatori, naviganti e sognatori, un po’ satelliti, filosofi del niente” e la diva non rinuncia neanche a proferire: “Cantami ancora il presente”.

Crepuscolare Raf che racconta il suo matrimonio assieme al figliolo ai testi, rievocando in “Ora e per sempre” con memorialismo spinto: “Tra le pagine di un vecchio diario, consumato con il nostro tempo, in un soffio di vento il nostro primo anniversario, adesso è un eco lontano.” Insomma quel che è rimasto degli anni Ottanta.

Raf

Serena Brancale batte i sentieri del melò con “Qui con me”, lettera alla mamma recentemente morta celebrata con parole  come: “E se ti portassi via da quelle stelle, è per cancellare il tuo addio alla mia pelle”.

Il testo che svetta senza musica è quello di Ermal Meta già vincitore di un Sanremo in coppia con Fabrizio Moro. Non vi inganni il titolo “Stella stellina”. Una ballata pacifista in memoria di una bambina della Palestina che recita: “Tra muri e mare non posso restare, Stella stellina, la notte si avvicina, non basta una preghiera, per non pensarci più, dalla collina si attende primavera, ma non c’è quel che c’era. Non ci sei più tu”. Perché anche a Sanremo, a volte, le parole sono importanti. (redazione@corrierecal.it)

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